Riceviamo da S. Ecc. za mons. A. Marchetto e volentieri rilanciamo(di Fausto Gasparroni) (ANSA) - CITTA' DEL VATICANO, 18 OTT - Ma quale Papa indeciso, tormentato, lacerato dai dubbi? Questi sono "cliches, pregiudizi, impressioni superficiali, modi di dire che si tramandano senza approfondimento".
Insomma, "un falso". L'arcivescovo Agostino Marchetto, uno dei massimo studiosi del Concilio Vaticano II - secondo papa Francesco ne è "il miglior ermeneuta" -, parlerebbe per ore di Paolo VI. E in un colloquio con l'ANSA, alla vigilia della beatificazione (domani mattina in piazza San Pietro), spiega che "dimostrazione ne fu la lettera inviata alle Brigate Rosse e la celebrazione in morte di Aldo Moro, a San Giovanni in Laterano, che fecero scoprire l'umanità di Giovanni Battista Montini, mai veramente conosciuta dal gran pubblico, velata com'era dalle polemiche e dalla scarsa comunicatività del Papa con le masse".
"Penso che fosse soprattutto questione di timidezza e una certa riservatezza e una certa solitudine voluta e intesa, e lo scrisse, nell'esercizio del Sommo pontificato - prosegue -. Bisogna considerare anche il dato psicologico dominante di Paolo VI, che non era l'incapacità a decidere, ma la volontà lucida di non abbandonare nessuno dei due poli, neanche quando essi non potevano, almeno a breve termine, essere conciliati. Così il Papa perseguì fermamente il rinnovamento della Chiesa e spostò poi l'accento sulla difesa della tradizione, quando gli parve che essa fosse minacciata, senza invertire, però, la direzione di marcia e accomodarsi in una pura conservazione". "Mi limito a ricordare che, per il card. Koenig, Paolo VI fu il martire del Concilio e che riuscì a realizzare quel consenso straordinariamente elevato, quasi unanime, attorno ai testi conciliari degno di ogni ammirazione", dice appassionatamente l'arcivescovo vicentino, ex nunzio apostolico ed ex segretario del dicastero vaticano per i Migranti. "Egli fece in modo che in Concilio si coniugasse la fedeltà alla tradizione con il rinnovamento, o aggiornamento, o riforma, che dir si voglia - continua -. E ciò è vitale per il Cattolicesimo, e non solo, se pensiamo a quanto Cullmann, teologo protestante, raccomandava anche ai cristiani non cattolici, cioè di non perdere di vista il 'genio' del Cattolicesimo: appunto quello di mettere insieme ciò che altri dividono. E' l'e..e, non l'o..o". Per Marchetto, "Paolo VI ha poi avviato contro venti e maree l'attuazione del Magno Sinodo, o come dico io, più propriamente, l'autentica sua ricezione". E questo "coincide con l'attualità stessa, oggi, del Vaticano II, bussola per la Chiesa, e lo si è costatato durante questi giorni del Sinodo sulla famiglia. Non pochi padri hanno infatti richiamato in esso la necessità di rifarsi al metodo dell'et..et, del mettere insieme, di far abbracciare tradizione e rinnovamento, come in Concilio. Basti leggere la relazione 'post disceptationem' per rendersene conto". Per spiegare quanto l'attuale Papa, Francesco, abbia a cuore la figura di Paolo VI, Marchetto ne cita un'intervista: "Sono il primo Papa che non ha preso parte al Concilio e il primo che ha studiato la teologia nel dopo Concilio e, in quel tempo, per noi la grande luce era Paolo VI". A si rifà a uno studio sulla Evangelii gaudium di papa Francesco per rilevare la sua "dipendenza" da Paolo VI: "Il documento nomina cinque volte Paolo VI e contiene 25 sue citazioni, di cui 14 tratte dall'Evangelii nuntiandi; due dalla Ecclesiam suam; quattro dalla Populorum progressio; due dalla Octogesima adveniens; infine due dalla Gaudete in Domino". Tutti documenti montiniani. In particolare per quanto riguarda la Evangelii nuntiandi, mons. Marchetto ricorda come papa Francesco la consideri ancora oggi "il documento pastorale più importante, che non è stato superato, del post-concilio", "un cantiere di ispirazione", "il testamento pastorale del grande Paolo VI". E come creatore del Sinodo dei Vescovi, sempre Montini fece recepire "uno dei punti fondamentali e nevralgici del Vaticano II: la collegialità, che non deve mettere in crisi l'altro principio di identificazione della Chiesa Cattolica, e cioè il primato di Pietro e dei suoi successori, i vescovi di Roma. E naturalmente il Sinodo fu creato nel rispetto di queste due componenti vitali della somma auctoritas nella Chiesa". "Com'è ovvio colui, il Papa Paolo VI, che aveva difeso strenuamente tale binomio in Concilio creò un Sinodo che lo rispetti", sottolinea Marchetto a proposito del dettato montiniano di procedere "cum Petro e sub Petro". Quella di Montini è "la beatificazione di un Papa moderno, con aggancio dunque alla contemporaneità, all'incarnare il Vangelo nell'oggi di Dio", conclude lo studioso del Concilio. E se, in qualche modo, Paolo VI è ancora una figura piuttosto incompresa, è "perché manca una cultura storica vera che vinca i pregiudizi ideologici". (ANSA).
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