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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
di Arrigo Levi
 Oggi, primo gennaio (1969, n.d.r.), si è celebrata nel mondo, per il secondo anno consecutivo, su invito di Papa Paolo VI, la Giornata della pace. Due giorni fa, il Papa ha avuto la bontà di ricevermi, in udienza privata, nel suo studio al Vaticano. Gli ho offerto alcuni miei scritti politici su Russia e America; ho avuto in dono, insieme con una edizione a me particolarmente cara dei Salmi di Davide, un volume che ricorda le iniziative e la eco suscitate nel mondo dalla prima Giornata della pace. E appunto sulla pace si è sviluppato un dialogo che so di potere riferire. Non occorre ricordare che il Papa non concede interviste, e questa non è stata un'intervista, ma un colloquio nel corso del quale Paolo VI ha espresso alcuni pensieri sugli uomini e la pace che è bene siano conosciuti. Il discorso si è svolto anzitutto su ciò che gli uomini semplici, pieni di buona volontà ma incerti su come operare, possono concretamente fare per la pace. Mi dice Paolo VI:  "Una delle questioni a Noi rivolte riguarda la possibilità pratica che un singolo cittadino, non rivestito di particolari funzioni pubbliche, può avere di fare opera efficace, se pur ridotta, in favore della pace. Si comprende la difficoltà:  la pace, considerata nelle sue dimensioni pubbliche e internazionali, trascende i limiti dell'efficienza individuale; ma non forse sotto l'aspetto pedagogico, cioè quello dell'educazione alla pace, aspetto che crediamo molto importante, anche se questa educazione si svolge in modo capillare e senza effetti visibili immediati".
Ma come fare quest'opera di educazione alla pace? Paolo VI risponde:  "A quest'opera tutti possono in qualche maniera collaborare, favorendo la formazione d'una mentalità nuova, atta appunto a escludere dal costume il ricorso alla violenza e ai conflitti armati, come cosa incivile, inumana, dannosa, alla fine dei conti, alla causa dell'umanità. Sembrerà ingenuo, ad esempio, non mettere in mano ai ragazzi giochi che sveglino in essi una psicologia di lotta, di uccisioni, di guerra; ma forse questa esclusione di giochi e giocattoli bellicosi ha la sua importanza nella formazione dell'uomo veramente civile; nessuno metterebbe in mano a ragazzi giochi, ad esempio, antigienici. La mentalità umana comincia dall'educazione della fantasia. Così si può guardare con simpatia il diffondersi dell'idea in favore del servizio civile come espressione dell'addestramento militare, ancora necessario per la sicurezza e la difesa della comunità nazionale; si possono incoraggiare i giochi aventi una psicologia sociale, come sono, ad esempio, quelli dei giovani esploratori, quelli dei bâtisseurs volontari. I giovani hanno bisogno di eroismo, non di violenza. L'educazione alla pace non intende formare animi molli e imbelli, ma animi forti, pronti al rischio e al sacrificio, guidati sempre dal senso dell'utilità sociale e del rispetto agli altri, dalla fierezza di rendere servizio e di dare esempio di fortezza morale, non di aggressività e di brutalità fisica".
Il Papa ha in mente esempi ben precisi. Dice:  "A questo riguardo, si potrebbero avere delle riserve sulla diffusione e sulla pubblicità della boxe, che genera una psicologia di violenza direttamente offensiva per l'incolumità dell'avversario, mentre lo sport sviluppa una mentalità agonistica, corretta e cavalleresca:  una mentalità in cui la psicologia della pace affonda volentieri le sue radici. Educare al senso umano, educare alla forza del carattere, educare al rifiuto dell'uso di armi e di metodi offensivi (salvo la necessità di legittima difesa), educare all'ideale dell'umanità pacifica, laboriosa e solidale, è opera in favore della pace, alla quale tutti possono contribuire".
Il discorso si sposta sui giovani, un tema che appassiona il Papa, come tutti noi. "Può - mi dice Paolo VI - la gioventù odierna far suo l'ideale della pace? Non passa forse, attraverso la presente generazione della gioventù, un'onda d'inquietudine, di ribellione, di contestazione, a quale pace tutt'altro che propizia per la causa della pace? Il fenomeno è molto complesso, e coinvolge purtroppo correnti d'inquietudine e agitazione radicale, che rasentano l'irragionevolezza e l'irresponsabilità, e che possono profondamente turbare l'azione lenta e penetrante della formazione alla pace, cioè a quella "tranquillità dell'ordine" la quale, secondo la definizione agostiniana, costituisce appunto la pace. Ma bisogna - continua Paolo VI - guardare più a fondo nella psicologia della gioventù, oggi ribelle ed esasperata; essa cela in fondo un'ansia di sincerità, di giustizia, di rinnovamento, la quale non va disconosciuta, ma piuttosto interpretata come evoluzione, sotto certi aspetti legittima e incontenibile, verso forme più mature di convivenza sociale. La saggezza dei dirigenti e l'antiveggenza dei giovani dovranno incontrarsi per dare alla società nuovi ordinamenti, i quali non potranno non essere conformi alle insopprimibili esigenze della pace, sia sociale, che internazionale".
Il Papa non è pessimista circa la gioventù:  "Bisogna tener conto - mi dice - di un'esperienza che il nostro tempo ci offre:  la gioventù odierna non disdegna di assumere atteggiamenti di assoluta serietà. Ogni volta che essa viene a contatto con disgrazie altrui, o con ingiustizie sociali, subito dà prova di  un'insospettata generosità. Gli episodi  della presenza spontanea, seria, efficace di giovani nelle calamità del Vajont, delle inondazioni di Firenze e della Toscana, e di quelle più recenti del terremoto in Sicilia e del Piemonte, dimostrano quali riserve di energie morali siano tuttora, anzi oggi forse più di ieri, nel cuore della nostra gioventù. Sono certamente riserve provvidenziali per la causa della pace. Non si vanno forse diffondendo, sotto nomi e forme diversi, i Peace corps per i Paesi in via di sviluppo?".
Ora il discorso si volge ad altri temi e argomenti:  anzitutto, e a lungo, al Medio Oriente:  "Ieri, - dice il Papa -, abbiamo proprio passato una giornata nera"; e sviluppa un discorso preciso e ricco di dettagli sulle condizioni della pace nel Medio Oriente, una pace che potrà nascere soltanto dalla generosità, dalla volontà generale di interrompere la catena delle violenze, forse dall'intervento concorde delle grandi potenze.

(©L'Osservatore Romano - 2-3 gennaio 2009)