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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
trasfigurazione-1«Al tramonto della festa della Trasfigurazione di Gesù, Paolo VI si congeda dalla vita terrena in grande umiltà e serenità. Il mistero della Trasfigurazione doveva essere un destino per lui». Con queste parole monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, introduce il volume Paolo VIuna vita trasfigurata(edizioni Viverein, pagine 114, euro 15), quattordicesima opera della collana su Papa Montini da lui curata. L’opera contiene un’antologia di testi del Pontefice lombardo sul tema. Di seguito pubblichiamo stralci dell’omelia pronunciata il 27 maggio 1976, solennità dell’Ascensione del Signore, durante la messa celebrata nella basilica vaticana con venti nuovi cardinali creati nel concistoro del giorno precedente.

Noi guardiamo in questo momento l’orologio della nostra storia, e francamente crediamo e diciamo: adesso, sì, Egli, Cristo, risorto, vivo e celeste, è con noi; oggi noi onoriamo e proclamiamo a noi stessi, all’assemblea circostante, e ai Popoli dei quali noi rispettivamente siamo figli, e investiti, in certo modo, della loro rappresentanza: Cristo, il buon Pastore dell’umanità, il Maestro e il Salvatore del mondo, colui che «è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della Pace» (Is9, 5) è con noi. Egli l’ha detto: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro» (Mt18, 20); e noi, quanti qui siamo, appunto siamo riuniti nel Tuo nome. E così intimo, così urgente si fa il senso di codesta divina, ineffabile presenza di Cristo, che un infantile, ma evangelico desiderio ci sorprende: «Signore, noi vorremmo vederti!» (cfr. Gv12, 21). Com’è il volto di Cristo? Quante, quante immagini Tue, o Gesù, la pietà e l'arte cristiana hanno messo davanti ai nostri occhi; e molte di queste ci raffigurano, in qualche maniera, non solo l’aspetto umano e doloroso di Gesù, ma alcune anche l’aspetto celeste e glorioso; pensiamo a quello della trasfigurazione, descritto dal Vangelo: «La sua faccia divenne risplendente come il sole e le sue vesti candide come la luce» (Mt17, 2). Noi dovremo portare nell’anima il mistero dell’Ascensione come il punto trascendente, sì, e per ora invisibile e ineffabile, oltre la cortina del nostro orizzonte sensibile e temporale; e riferire a quel punto celeste l’asse della nostra esistenza presente. «Se siete risorti con Cristo — ci ammonisce San Paolo — c e rc a t e le cose di lassù, dove si trova Cristo, assiso alla destra di Dio: pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col3, 1-2). E ancora: «La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo» (Fil3, 20) Noi sappiamo che la mentalità moderna rifiuta questo disegno costitutivo dell’esistenza umana. La mentalità moderna, vogliamo dire quella priva del faro orientatore della speranza cristiana, è tutta impegnata nella conquista del benessere temporale, attuale. La scienza naturale è la sola sua luce; il benessere economico il suo paradiso terrestre; e talora i bisogni legittimi e gravi della vita naturale e presente si vorrebbero strumentalizzare in contrapposizione della finalità religiosa della vita, come prevalenti, anzi come i soli meritevoli dell’umana ricerca, e come degni di piegare a sé e di sostituire i bisogni e doveri dello spirito e le promesse della fede. Questo non è conforme al programma cristiano, il cui disegno, pur riconoscendo e servendo le necessità del tempo, spazia ben oltre i confini degli interessi materiali e dei piaceri momentanei del carpe diem. E meraviglia! il cristiano, pellegrino verso il Cristo oltre il tempo, e perciò libero ed agile, disancorato nel cuore dalla scena effimera di questo mondo (cfr. 1 Cor7, 31), proprio in virtù del suo insonne amore al Cristo glorioso dell’al di là, sa scoprire il Cristo bisognoso dell’al di qua; egli intravede il suo Cristo, degno di totale dedizione, nel fratello povero, piccolo, sofferente ove l’immagine mistica di Gesù celeste, secondo la sua divina parola, s’incarna nell’umano dolore terrestre. La nostra festa dell’Ascensione di Cristo può infatti celebrarsi anche così, ascoltando e realizzando la sua travolgente parola d’amore sociale: «In verità vi dico, ogni volta che avrete fatto del bene ai miei fratelli più piccoli, voi l’avete fatto a me» (cfr. Mt25, 40).

© Osservatore Romano - 3 agosto 2014