Comunità di Taizé
Recentemente ho avuto la gioia di partecipare al seminario del settore giovani dell'Azione cattolica italiana (Aci), tenutosi il 9-10 febbraio alla Domus Mariae a Roma. Il tema dell'incontro era "Un cuor solo e un'anima sola. Testimoni di comunione".
Mi è stato richiesto di fare un intervento su «La comunione ec-clesiale, dono della fede», seguito da una lunga e fruttuosa conversa-zione con tutti i giovani presenti, re-sponsabili dell’Aci nelle varie dioce-si d’Italia. L’espressione “un cuor solo e un’anima sola” proviene dagli Atti degli apostoli(4, 32), in uno dei tre sommari della vita dei primi cri-stiani. Infatti, per san Luca, la re-surrezione di Cristo, culmine della sua missione terrena, è allo stesso tempo un nuovo inizio. Questa mis-sione prosegue nell’esistenza dei suoi discepoli, inviati dallo Spirito Santo per essere i suoi testimoni «fi-no ai confini della terra» (At t i ,1, 8). Quando questo Spirito scende sugli apostoli il giorno della Pentecoste, trasforma le loro differenze in una diversità feconda e crea una comu-nità che prega e che vive una solida-rietà spirituale e concreta (At t i , 2, 42-47). In altri termini, la fede nel Cristo risorto conduce a una dupli-ce condivisione, con Dio e con gli altri credenti. All’interno di questo spazio parola e vita, comunità e missione sono strettamente legate sulla via della testimonianza: ritro-viamo qui tutta la dinamica degli Atti degli apostoli. Gli altri autori del Nuovo Testa-mento non parlano diversamente. Per san Giovanni, l’entrata nel mon-do della Vita in persona conduce a una vita condivisa, una koinonìa o comunione, che non è una realtà so-lo umana ma una partecipazione al-la vita interiore della Santa Trinità (1 Giovanni, 1, 1-4). E i consigli pra-tici delle lettere di san Paolo sono molto spesso centrati sull’esortazio-ne di vivere «unanimi e concordi» (Filippesi, 2, 2), senza divisioni ma in perfetta unione di pensiero e di sentire (1 Corinzi, 1, 10). È da notare che per l’apostolo, la vita comune dei cristiani è radicata in una tra-sformazione dell’essere di ognuno a immagine di Cristo (Filippesi, 2, 5 e seguenti): il battezzato è qualcuno che non appartiene più a sé, ma vi-ve per Cristo e quindi per gli altri (cfr. 2 Corinzi, 5, 15 e Romani, 14, 7 e seguenti). Tutto questo fa capire che l’ekklesìa, la comunità dei credenti, non è soltanto il quadro dentro il quale si vive la fede, ma è un’e s p re s -sione del contenuto di questa fede. Ciò che colpiva i contemporanei dei primi cristiani era una novità stori-ca, l’esistenza di uomini e donne di diversi Paesi, lingue, religioni e stra-ti sociali che, a causa di Cristo, vi-vevano insieme come dei membri di una sola famiglia. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Giovanni, 13, 35). La loro comunio-ne aveva valore di segno, con tutti i loro difetti erano visibilmente il Corpo di Cristo, la continuazione della sua presenza al cuore del mondo. Più tardi, quando il cristianesimo è diventato religione della società intera, la dimensione di segno è sta-ta messa un po’ in ombra. È stata riscoperta e vissuta attraverso i seco-li da gruppi all’interno del mondo cristiano: il movimento monastico, i primi francescani, alcuni gruppi al margine della Chiesa ufficiale. Con l’inizio dei tempi moderni e le divi-sioni ecclesiali, la caratteristica che definiva i cristiani non era tanto la qualità della loro vita comune quan-to le dottrine professate, essendo l’identità battesimale spesso oscura-ta dall’identità confessionale. Prov-videnzialmente, il secolo scorso ha invertito la rotta, riscoprendo l’im-portanza della koinonia per la vita cristiana. Nel mondo protestante, l’insuccesso della missione in un contesto di divisioni confessionali ha portato a una rinnovata com-prensione della preghiera di Gesù, «che tutti siano una cosa sola», ed è nato così il movimento ecumenico. Nella Chiesa cattolica, il concilio Vaticano II, riunendo 2.500 vescovi da tutto il pianeta, è stato per molti un’esperienza forte di comunione ecclesiale a livello mondiale. Questa esperienza è stata interinata dai do-cumenti conciliari, con la nozione della Chiesa come sacramento uni-versale di salvezza (Lumen gentium) e con l’immagine dei “cerchi con-centrici” (Lumen gentium, Ecclesiam suam) per descrivere l’irradiazione della comunione a partire dall’unico centro che è Cristo. La comunità di Taizé ha sempre voluto dare testimonianza di questa visione della comunione universale. Non è un caso che, quando i giova-ni hanno cominciato ad affluire sul-la nostra collina, fratel Roger ha parlato di un “concilio dei giovani”. Più recentemente, la veglia di pre-ghiera in piazza San Pietro alla pre-senza del Santo Padre, il 29 dicem-bre scorso durante l’incontro euro-peo a Roma, con 45.000 giovani e meno giovani da tutte le nazioni e le Chiese europee, è stata un’antici-pazione sconvolgente della Chiesa a cui aspiriamo, descritta da Benedet-to XVIcome «un momento di grazia in cui abbiamo sperimentato la bel-lezza di formare in Cristo una cosa sola». Quali sono le conseguenze di tale visione della comunione eccle-siale? Innanzitutto, un cristianesimo individualista non è possibile, è una contraddizione in termini. Nel pas-sato si è potuto far parte del popolo cristiano quasi istintivamente. Oggi invece ci vuole una scelta riflettuta per seguire il Cristo, senza per que-sto cadere nel puro individualismo, in una credenza “fai da te”. Dobbia-mo avere una fede che è personale senza essere individuale, radicata nel più intimo dell’essere ma in profon-da solidarietà con tutti i credenti riuniti attorno ai loro pastori. Una strada verso questa fede personale ed ecclesiale passa per un approfon-dimento dei sacramenti del battesi-mo e dell’eucaristia. Il battesimo non viene visto soltanto come mo-mento di salvezza individuale e bi-glietto d’accesso nella Chiesa a livel-lo sociologico, ma come un morire e risorgere con Cristo (cfr. Romani, 5) che fa di noi persone di comunione, che non appartengono più a se stes-se. E l’eucaristia diventa il momento centrale della comunione ecclesiale, quando ci riuniamo in tutta la no-stra diversità attorno ad una stessa Tavola, dove il dono della vita di Cristo diventa la fonte inesauribile della nostra vita comune. Nella logi-ca della fede, i doni di Dio sono al-lo stesso tempo delle responsabilità, delle sfide da mettere in pratica. Se ricordiamo che la nostra esistenza cristiana ha valore di segno, faremo di tutto per essere fermento di ri-conciliazione nelle nostre comunità, per lavorare per la comprensione fra persone di tendenze diverse, per ar-ricchirci mutuamente e approfondire la verità che non è proprietà di nes-suno. Moltiplicheremo i “momenti di grazia” per celebrare insieme un’unità vera, anche se non ancora pienamente compiuta. E, per concludere, un suggeri-mento. La realtà dell’amore cristia-no, della comunione, non potrebbe tradursi nel mondo contemporaneo anche con la parola “amicizia”? Cri-sto ci chiama «i suoi amici» (Gio-vanni, 15, 14 e seguenti) e, in lui, noi siamo amici gli uni degli altri, co-minciando con quelli che vivono di una medesima fede. O vviamente questa amicizia non ha nulla d’esclusivo: è potenzialmente uni-versale, aperta a quelli che non sono come noi, cominciando con i più svantaggiati (Ma t t e o , 25, 31 e se-guenti). La Chiesa non ha forse la vocazione di essere una “rete d’ami-ci”, radicata nell’amore di Cristo? E se il “sacramento” dell’amicizia, os-sia ciò che la esprime e la rinforza, è una conversazione dove ognuno svela il suo intimo agli altri, non siamo allora chiamati a intraprende-re e a portare avanti un dialogo fi-ducioso con chi sta davanti a noi? Così, amici di tutti a causa di Cristo e del Vangelo, diventiamo, in un mondo minacciato dalla frammenta-zione, testimoni di comunione e di solidarietà. *Comunità di Taiz
(©L'Osservatore Romano 18-19 febbraio 2013)