Mosè, sulla vetta del colle, prega con le mani ferme fino al tramonto del sole, mentre, nella valle sotto-stante il popolo d’Israele combatte contro Amalek: è l’icona biblica scelta dal cardinale Gianfranco Ra-vasi per rappresentare il futuro della presenza di Benedetto XVI nella Chiesa.«Questa immagine — ha detto nell’introdurre le meditazioni per gli esercizi spirituali, iniziati nel pomeriggio di ieri, domenica 17 feb-braio, in Vaticano, alla presenza del Papa — rappresenta la sua funzione principale per la Chiesa», cioè «l’in-tercessione, intercedere. Noi rimarre-mo nella “valle”, quella valle dove c’è Amalek, dove c’è la polvere, do-ve ci sono le paure, i terrori anche, gli incubi, ma anche le speranze, dove lei è rimasto in questi otto an-ni con noi. D’ora in avanti, però, noi sapremo che, sul monte, c’è la sua intercessione per noi». E «qual-che volta — ha aggiunto — forse qualcuno di noi potrà fare come Giosuè e Hur, i due che salgono al monte, e anche reggerle le braccia per la preghiera». E sempre nello spirito del racconto biblico, il por-porato ha concluso il suo saluto ini-ziale formulando, «a nome di tutti», un augurio: «Mosè — ha detto — aveva 120 anni quando morì. I suoi occhi però non gli si erano mai ap-pannati e il vigore della sua mente non era mai venuto meno. Questo è certamente un grande augurio che vogliamo rivolgerle. Anche perché nella tradizione ebraica, attorno a questo momento, ha intessuto dei racconti deliziosi, molto teneri nei confronti di Mosè e di questo suo attendere tutto il percorso della sua esistenza, sino a 120 anni». Prima di iniziare le meditazioni il porporato ha voluto offrire una rap-presentazione simbolica degli eserci-zi spirituali come «un liberare l’ani-ma dal terriccio delle cose, dal fan-go del peccato, dalla sabbia della banalità, dalle ortiche ed erbacce delle chiacchiere». Poi ha proposto quelli che ha definito i punti cardi-nali che accompagneranno «il pelle-grinaggio spirituale» degli esercizi spirituali. Si tratta dei quattro verbi della preghiera: respirare, pensare, lottare, amare. Questa mattina, lunedì 18 feb-braio, invece la riflessione è entrata nell’argomento posto come sottotito-lo al tema generale degli esercizi, cioè: «Ars orandi, ars credendi. Il vol-to di Dio e il volto dell’uomo nella preghiera salmica». Il pellegrinaggio spirituale alla scoperta del “Volto di Dio” è inizia-to all’interno del salterio, la base della preghiera quotidiana della Chiesa. Una ricchezza che faceva esclamare a sant’Agostino in una delle sueEnarrationes super Psalmos, quella sul salmo 137: Psalterium meum, gaudium meum! Il rapporto tra Agostino e la Bibbia è ancora più evidente se si pensa che nei suoi scritti vi sono più di sessantamila ci-tazioni bibliche, delle quali ventimi-la dell’Antico Testamento e di que-ste ben undicimilacinquecento dei salmi. D’altronde i padri della Chie-sa, ha detto il cardinale, «non parla-vano della Bibbia, ma parlavano la Bibbia». La prima tappa parte dai piedi dell’Hermon, dove le acque del Giordano scaturiscono dalla roccia. È un inizio segnato dalla preghiera e dalla fede, che si nutrono della grazia divina che si rivela. Qual è la prima grande teofania, il volto con cui Dio si presenta? si è chiesto il porporato. «La risposta è nella Bib-bia — ha detto — la rivelazione è nella sua parola, la sua grazia si affi-da alla parola». Nella creazione Dio disse: «Sia la luce e la luce fu». Per la Bibbia, «la creazione è una paro-la, un evento sonoro. Senza la paro-la non esiste la comunicazione fon-damentale, potente, efficace». Que-sta prima «epifania divina» è quindi proprio quella della sua parola. Il Nuovo Testamento, ha aggiun-to il cardinale, «idealmente è aperto dall’inno del prologo di Giovanni». In principio era la parola, «recupe-rare la parola è quindi un elemento fondamentale». L’esperienza del Dio del Sinai, «dalla cui vetta scen-dono le dieci parole, che saranno strutturali per l’esistenza d’Israele e per la nostra fede, il decalogo », vie-ne riassunta da Mosè con una frase: «Dio vi parlò in mezzo al fuoco: vo-ce di parole voi ascoltavate, immagi-ne alcuna voi non vedeste, era solo una voce». La parola di Dio, cioè, «risuona ora nella Scrittura, in parti-colare nella Torah». Pertanto, dob-biamo «celebrare la grazia divina, che si rivela con la parola e che que-sta parola ci preceda e ci ecceda, ci superi è espresso in maniera sor-prendente da san Paolo». Il cardinale ha poi preso in consi-derazione due salmi: il 119 e il 23. Nel primo si sente «vibrare l’a m o re per la parola che brilla nella nebbia o nel buio dell’esistenza». La parola paragonata a una lampada che illu-mina i passi. Questo salmo è simile a una «melopea orientale», è analo-go alle «onde di una risacca che sul-la spiaggia coprono sempre lo stesso spazio, ma in forme ininterrottamen-te mutevoli». Quando ci si lascia «conquistare da questo canto della parola di Dio, dal suo ritmo simile a quello del “moto perpetuo” musica-le», veniamo coinvolti e travolti «dalla sua forza liberante e si diven-ta ascoltatori obbedienti e pratican-ti». Così «esplode la professione d’amore che riassume quasi in un sospiro l’appassionata dichiarazione della donna del cantico». Il salmo 23, quello della fede e della fiducia, indica due elementi: il simbolo del pastore-guida e della ce-na e dell’ospite. Lungo le strade pe-ricolose della vita, il pastore è com-pagno di viaggio, condivide con noi la strada. La meta terminale di que-sto cammino è il tempio, dove ci at-tende la mensa imbandita del sacri-ficio, cioè «la comunione, l’intimità, l’amore, espresso proprio dal simbo-lo della mensa». Nella seconda meditazione della mattinata il cardinale Ravasi ha pre-so in considerazione la seconda teo-fania, quella del Creatore «che ope-ra proprio attraverso la sua prima epifania, la parola». Lo ha fatto par-tendo dal salmo 19, nel quale «gli spazi astrali sono personificati come testimoni entusiasti dell’opera crea-trice di Dio, sono “narratori”, cioè araldi della sua potenza gloriosa». Il salmista, ha detto il porporato, affi-da alla notte e al giorno il ruolo di «messaggeri che trasmettono di po-stazione in postazione la grande no-tizia della creazione». Spazio e tem-po sono coinvolti, perciò, in «un ve-ro e proprio “kerygma”, in un van-gelo di luce e di gioia». L’uomo, da delegato del Creatore a «coltivare e custodire la terra», si è comportato da tiranno e ha fatto sì che la creazione a lui affidata sia stata spesso «umiliata e devastata». Ora non è più «in grado di ascolta-re il messaggio segreto celato nelle creature». E una spiritualità che «ignora l’orizzonte terrestre, che non sa goderne la bellezza delle for-me e la ricchezza dei frutti, che invi-ta quasi ad astrarsi decollando dal creato verso intimità disincarnate non appartiene al vigoroso realismo biblico e all’incarnazione cristiana». A questo proposito, il cardinale ha ricordato un «curioso aforisma rab-binico», il quale ammoniva «che alla fine della vita saremo giudicati anche sui piaceri e i godimenti giu-sti e leciti da noi vissuti in pienez-za». Da qui deriva l’importanza di un’autentica ascesi, che «non è solo negazione, ma è anche armonia tra corporeità e interiorità, è rinuncia ed esercizio per una pienezza genui-na». L’epifania cosmica divina, ha pro-seguito il cardinale, ripropone il dia-logo tra fede e scienza. La prima, ha detto, «si dedica alla scena dell’esse-re, al fenomeno, ai dati e ai fatti, al “come”; la religione, invece, si con-sacra al fondamento, cioè al senso ultimo dell’essere, al “p erché”». Il credente, quindi, si trova nella situa-zione di volare negli spazi «infiniti dell’essere e dell’esistere», con le ali della fede e della ragione. Vi è diffe-renza, ma non opposizione, tra la via della preghiera e della teologia, che «prima intuisce e incontra il mi-stero del divino e poi cerca di pene-trarlo e decifrarlo», e quella della scienza, che «esige la verifica e l’analisi prima di ogni adesione e sintesi». L’armonia tra queste due vie viene esaltata nel salmo 19, dove si trova un inno a un duplice sole. Il primo è «l’astro che sfolgora nel cie-lo, descritto come uno sposo», l’al-tro, che brilla nel cielo dello spirito, è «la Torah, la parola di Dio», che irradia il suo splendore «nell’oriz-zonte delle coscienze, ne scioglie il gelo, vi effonde luce e speranza». Dopo il Dio delle grazie e il Dio creatore, il cardinale Ravasi per la meditazione di questo pomeriggio proporrà il Dio della liturgia se-guendo i versetti del salmo 87.
© Osservatore Romano - 18-19 febbraio 2013