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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
ashdi GIUSEPPE ANGELINI
Per essere, la fede cristiana ha bisogno del rito. Da sempre è stata possibile solo grazie ai sacramenti. Da sempre il rito è stato per la fede anche un rischio; al riguardo è d’obbligo la citazione dei profeti, e insieme del vangelo, misericordia voglio e non sacrificio (Matteo, 12, 7; Osea, 6, 6). Nella stagione moderna poi, oltre che il rischio di sempre, il rito è diventato og-getto di disprezzo pregiudiziale e sentenzioso.
A proposito del rito, e del suo rapporto con la forma morale della fede, diventa urgente un chiarimento teorico. Esso manca nella grande tradizione teologi-ca. La dottrina sui sacramenti non ha fatto ri-ferimento alla categoria del rito, e neppure la più recente teologia della liturgia ha rimedia-to. Le eccezioni sono poche, assai recenti e molto incerte; attingono a dubbie teorie dell’antropologia culturale, assai più che alla coscienza cristiana; mentre soltanto a proce-dere dall’interrogazione di tale coscienza è possibile giungere a una teologia del rito. Pur senza una teoria, infatti, la coscienza cristiana è stata plasmata dalla pratica rituale. La distanza attuale dal rito ha origine dalle trasformazioni antropologiche moderne; esse propongono questioni complesse, che la teo-logia stenta a formulare, ancor prima di risol-vere. Di esse certo non s’è occupata la riforma liturgica del Vaticano II, ispirata a criteri sol-tanto filologici. Non sorprende che l’attuazio-ne della riforma abbia lasciato largo spazio all’invenzione esoterica, alla didascalia e a in-genue trasgressioni del codice rituale, per sor-prendere. Nella sostanza ignorata è rimasta la questione della distanza tra rito e morale nel-la cultura moderna. La distanza pesa anche sulle forme della predicazione morale. Incoraggia cioè la resa a quella deriva “idealistica”, che trova traspa-rente espressione nel lessico inflattivo dei “va-lori” (magari “non negoziabili”). Il ricorso al lessico dei valori — i chierici non se ne rendo-no conto — è figlio della secolarizzazione, che condanna alla censura non soltanto Dio, ma anche il profilo morale dell’agire. I valori, co-me le stelle in cielo, sono fuori dal mondo; le figure dell’agire sulla terra, mediante le quali soltanto si mostra ciò che vale, rimangono fuori del discorso. La comprensione cristiana dei comanda-menti di Dio certo non è idealistica; riferisce invece i comandamenti alla memoria dei be-nefici di Dio, e quindi al cammino umano da essi istituito. Il decalogo ha un prologo stori-co, «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal Paese d’Egitto, dalla condizio-ne di schiavitù» (Esodo, 20, 2); e il comanda-mento nuovo di Gesù rimanda alla memoria della sua passione: «Sapete ciò che vi ho fat-to?» dice Gesù ai Dodici (Giovanni, 13, 12.15). Sussiste un nesso stretto tra rito e memoria; appunto a quel nesso occorre volgere l’atten-zione per comprendere l’altro, che lega la for-ma cultuale della fede a quella morale. Del ri-to la teologia poco si è occupata; della forma morale si è occupata molto, ma in termini ra-zionalistici, che rimuovono il nesso tra co-mandamenti e memoria. La stessa analisi dell’atto umano della tradizione scolastica fa riferimento alla ragione, e ignora invece la fe-de e la memoria. A fronte del disprezzo mo-derno per il rito, una troppo disinvolta apolo-getica cattolica invoca la critica profetica e la figura del sacrificio spirituale — quasi si dices-se: «Finisce il rito? Meglio così, la fede deve uscire dal tempio e realizzarsi nella vita!». Un nesso probabile, ma inesplorato, lega il tratto razionalistico della dottrina morale con l’ignoranza teologica del rito. Che tale igno-ranza sia precipitosamente giustificata in no-me della critica profetica del culto è fonte di gravi equivoci. L’esito minaccia d’essere quel-lo di un cristianesimo risolto in una velleitaria ed esangue morale umanistica. Ignorare il le-game tra forma morale e forma rituale della fede vuol dire disporre lo spazio per il frain-tendimento dell’una forma e dell’altra; la di-slocazione dei due temi, e addirittura la loro contrapposizione, pregiudica in radice la pos-sibilità di comprenderli nel genuino significa-to cristiano. L’obbedienza alla legge perde la sua con-notazione, viceversa essenziale, di forma prati-ca della fede; e così anche la pratica del sacra-mento. Per chiarire la correlazione originaria tra morale e rito, è indispensabile ripensare a fondo la teoria dell’agire, e prendere anzi tut-to atto del suo carattere processuale. L’uomo diventa capace di volere attraverso una vicen-da, e non in forza di una semplice facoltà “naturale”. Per diventare capace di volere, è indispensabile un cammino, che procede dall’esperienza originaria della grazia, del be-neficio sorprendente che lo anticipa; appunto la memoria di quel beneficio dà forma alla promessa, e quindi al cammino che determina il contenuto del comandamento. All’origine dell’attitudine a volere stanno, più concretamente, le forme originarie della prossimità, che la cultura pubblica della so-cietà secolare ignora, e il rito cristiano invece celebra. Penso alle relazioni tra uomo e don-na, tra genitori e figli, e alle relazioni fraterne. Appunto l’accadimento della vicinanza grata e promettente di altri alla nostra persona dà forma al desiderio che ci costituisce. Nel quadro del pensiero circa il processo identifi-cante trova la sua collocazione anche la teoria del rito.

(©L'Osservatore Romano 18-19 febbraio 2013)