di FERDINANDO CANCELLI «Sotto il ponte della giustizia passano tutti i dolori, tutte le miserie, tutte le aberrazioni, tutte le opinioni politiche, tutti gli interessi sociali; e si vorrebbe che il giudice fosse in grado di rivivere in sé, per comprenderli, ciascuno di questi sentimenti: aver provato lo sfinimento di chi ruba per sfamarsi o il tormento di chi uccide per gelosia; essere, volta a volta, inquilino e locatore, mezzadro e proprietario di terre, operaio scioperante e padrone d’industria».
Scriveva così Piero Calamadrei. Rosario Livatino ha lasciato poche parole scritte al di fuori di quelle contenute negli atti giudiziari ma con la sua testimonianza di uomo e di giudice è una di quelle figure in grado non solo di parlare al cuore di chi lo incontra ma di infondere la stessa speranza certa che ha illuminato i giorni della sua breve vita terrena. Barbaramente assassinato dalla mafia agrigentina all’età di 37 anni mentre il 21 settembre del 1990 rientrava nella sua casa di Canicattì dopo una delle sue solite dure giornate di lavoro, il giudice Livatino, «pericolosamente onesto» nella definizione che di lui diede il magistrato di Corte di Cassazione Lo Re pochi mesi dopo la sua uccisione, mostra con evidenza la forza che si può nascondere dietro le dimesse apparenze di una vita semplice e schiva, ordinata da profondi valori e da una rettitudine che non si ferma davanti alle minacce e ai tentativi di corruzione. Indicato da Papa Francesco nel discorso del 17 giugno al Consiglio superiore della Magistratura come un «testimone esemplare» cui ispirarsi insieme a Vittorio Bachelet, figlio di quella Sicilia spesso trascurata dai riflettori, Rosario Livatino crebbe e si formò su una solidissima base culturale sia familiare che scolastica tanto da essere in grado, come ricordato dalla professoressa Abate sua docente liceale e sua biografa, di «tradurre i capolavori per appropriarsene, per riascoltare nella loro lingua il timbro delle voci eterne, per farsi uno stile». E lo stile del giudice Livatino, sostenuto da una fede limpida, lo porterà, come scrive un suo collega, a essere «un magistrato non patinato, un uomo abituato a svolgere il suo lavoro lontano dal proscenio delle interviste e delle polemiche, calato nell’ordinarietà di un servizio così forte da suscitare l’allarme e la vendetta della bestialità mafiosa». Sono pochissime le fotografie che lo ritraggono ma in tutte si nota qualcosa di commovente: lo sguardo puro di un’anima bella, uno sguardo rimasto immutato da quella prima un po’ sbiadita immagine che lo ritrae bambino con una mano in quella del papà e con l’altra in quella del nonno fino alla maturità del ruolo di sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Agrigento e poi di giudice a latere della stessa città. «L’indipendenza del giudice — scrive Livatino nel 1984 in uno dei due discorsi pubblici che di lui ci sono giunti intitolato «Il ruolo del giudice in una società che cambia» — non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori dalle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità a iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia a ogni desiderio di incarichi e prebende (...); l’indipendenza del giudice è, infine, nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività». Serietà, equilibrio, responsabilità come presupposti alla comprensione umana e alla capacità «di condannare ma anche di capire», all’esercizio continuo della carità cristiana e della misericordia: su queste basi il giudice Livatino fondò la propria vita professionale e di cristiano. Il 30 aprile 1986 nella sala conferenze dell’Istituto delle suore vocazioniste di Canicattì tenne la relazione dal titolo «Fede e diritto» con il preciso intento di mostrare quanto le due entità, apparentemente così lontane ed estranee l’una all’altra, siano in continuo rapporto tra loro. «Scegliere — scrive Rosario Livatino — è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare (...). Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite della persona giudicata». E nel momento del decidere il giudice — continua — deve «dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia», avvertendo «tutto il peso del potere affidato» alle sue mani, sapendo che «tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze (...) disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo (...) con costruttiva contrizione». Livatino ha visto chiaramente da dove può scaturire l’aiuto per portare a termine un compito così gravoso: «ancora una volta sarà la legge dell’a m o re , la forza vivificatrice della fede a risolvere il problema radicalmente. Ricordiamo le parole di Cristo all’adultera “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”; con esse Egli ha additato la ragione profonda della difficoltà: il peccato è ombra e per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta». Il compito che il giudice Livatino vede quindi davanti a sé è quello di dare «alla legge un’anima», conscio, come scrisse il presidente del Tribunale di Milano Piero Pajardi da lui stesso citato nella relazione, che «il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera e viceversa, se è amore autentico». Il 9 maggio del 1993 Giovanni Paolo II incontrava i genitori di Livatino ad Agrigento. Di quell’incontro è rimasta anche un’immagine ed è ancora una volta uno sguardo quello che colpisce, lo sguardo della madre del magistrato mentre guarda il Papa oggi santo, uno sguardo di fiducia e di abbandono, lo sguardo buono di chi sa di avere offerto tutto nella certezza di tutto riavere. Il 21 settembre 2011 si è aperta la fase diocesana per il processo di beatificazione di Rosario Livatino, esempio vivo di quell’«aspetto etico che l’ufficio del Magistrato incarna» ricordato in questi giorni ai suoi attuali colleghi da Papa Francesco.
© Osservatore Romano - 19 giugno 2014