RIFLESSI SUI PROCESSI DI
EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI
La gestione delle risorse energetiche del pianeta.
Un oleodotto lungo 1.770 chilometri.
Il "fattore petrolio" e i conflitti.
La contesa su 1,2 milioni di chilometri quadrati di fondali marini dell'artico.
Il ruolo del petrolio rispetto alla crisi alimentare che investe il pianeta.
La situazione africana.
La dipendenza dal petrolio.
Le riserve di petrolio.
Il gas naturale e il carbone.
Le energie alternative.
L'insidia della ricerca energetica rispetto alle minoranze indigene e all'assetto del territorio di molte zone del mondo.
L'uso pacifico e sicuro del nucleare.
La Chiesa cattolica in Georgia - Intervista a Sua Ecc. Mons. Giuseppe Pasotto, Amministratore Apostolico del Caucaso dei Latini.
LA GESTIONE DELLE RISORSE ENERGETICHE DEL PIANETA
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel suo Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace del Primo gennaio 2008, il Santo Padre Benedetto XVI ha affermato: “Un ambito nel quale sarebbe, in particolare, necessario intensificare il dialogo tra le Nazioni è quello della gestione delle risorse energetiche del pianeta. Una duplice urgenza, a questo riguardo, si pone ai Paesi tecnologicamente avanzati: occorre rivedere, da una parte, gli elevati standard di consumo dovuti all'attuale modello di sviluppo, e provvedere, dall'altra, ad adeguati investimenti per la differenziazione delle fonti di energia e per il miglioramento del suo utilizzo. I Paesi emergenti hanno fame di energia, ma talvolta questa fame viene saziata ai danni dei Paesi poveri i quali, per l'insufficienza delle loro infrastrutture, anche tecnologiche, sono costretti a svendere le risorse energetiche in loro possesso. A volte, la loro stessa libertà politica viene messa in discussione con forme di protettorato o comunque di condizionamento, che appaiono chiaramente umilianti”.
Il tema della “gestione delle risorse energetiche del pianeta”, è un tema centrale per la sopravvivenza dell’umanità ed è legato ad una concezione dello sviluppo umano che, per essere tale, deve porre al centro la persona. Da questo punto di vista, i richiami del Papa alla “revisione degli standard di consumo dovuti all’attuale modello di sviluppo” e quindi ad un nuovo stile di vita e ad “adeguati investimenti per la differenziazione delle fonti di energia e per il miglioramento del suo utilizzo”, sono di drammatica attualità. UN OLEODOTTO LUNGO 1.770 CHILOMETRIA parere di molti analisti internazionali, l’ultima guerra per il petrolio si è combattuta nell’agosto 2008 in Ossezia del Sud. In quel territorio non ci sono giacimenti di petrolio, ma ci sono 55 chilometri dell’oleodotto Baku-Tlilisi-Ceyhan, che conta nel totale 1.770 chilometri: da circa un anno, ogni giorno, vengono trasportati oltre un milione di barili di petrolio da Baku, in Azerbaijan, a Yumurtalik, in Turchia – attraversando la Georgia per 249 chilometri – dove viene caricato su petroliere che lo consegnano all’Europa ed agli Stati Uniti. E’ l'unica via di transito del petrolio proveniente dai ricchi giacimenti dell'Asia centrale e della zona del Caspio che evita sia l'Iran, sia - almeno finora - la Russia.
Il consorzio che gestisce l’oleodotto è formato dalla multinazionale inglese BP, dalla Socar, l’industria petrolifera di Stato azera e da altre nove società, americane, turche, giapponesi, saudite, la francese Total e l’italiana Eni.
E’ il petrolio la vera ragione del contendere della guerra che per venticinque anni ha insanguinato l’Angola., così come lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio ha causato la guerra nigeriana. L’accordo che pone fine alla contesa sulla regione di Abyej, tra nord e sud Sudan, firmato nel maggio 2008, riguarda la questione degli introiti derivanti dal petrolio e precisa che "fatta salva la formula di ripartizione della ricchezza contenuta nell'accordo globale di pace, fino a quando non sarà stabilita la demarcazione definitiva dell'area di Abyei, gli introiti dei giacimenti di petrolio delle regione saranno ripartiti in base alle modalità previste dal protocollo di Abyei". Il protocollo di Abyei, firmato nel 2004 da nord e sud Sudan, prevede che le entrate del petrolio prodotto nell'area devono essere suddivise durante il periodo ad interim come segue: 50 per cento al governo nazionale; 42 per cento al governo del Sud Sudan; 2 per cento alla regione di Bahr el Ghazal; 2 per cento al Kordofan occidentale; 2 per cento alla popolazione locale Ngok Dinka; 2 per cento alla popolazione locale Misseriya.
C’è chi sostiene che la competizione per l’approvvigionamento di petrolio potrà giungere tra breve ad un livello di tensione e di pericolosità analogo a quello legato alla corsa agli armamenti nucleari tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda.
Cinque paesi, Stati Uniti e Russia, da una parte, Danimarca, Norvegia e Canada, dall’altra, si contendono le prevedibili enormi risorse nascoste nei fondali marini dell’artico.
La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 10 dicembre 1982 consente ai paesi con uno sbocco sul mare di estendere i loro diritti per lo sfruttamento delle risorse naturali, minerarie, energetiche e biologiche, dalle attuali 200 a 350 miglia. Con una condizione: che vengano presentate le prove "scientifiche" che le 150 miglia aggiuntive rappresentino effettivamente “il prolungamento naturale della piattaforma continentale”.
Secondo le stime dell’istituto geologico degli Stati Uniti (“Geological Survey”), il 22 per cento dei giacimenti di petrolio e di gas naturale, non ancora scoperti, ma tecnicamente sfruttabili, si trovano a Nord del circolo artico, dove giacerebbero 90 miliardi di barili di petrolio non esplorato, ossia il 13 per cento dei giacimenti mondiali non ancora scoperti, mentre i giacimenti di gas naturale ammonterebbero a 50 miliardi di metri cubi, ai quali si dovrebbero aggiungere 44 miliardi di gas liquido corrispondenti al 30 per cento dei giacimenti di gas naturale e al 20 per cento di giacimenti di gas liquido non ancora esplorati. Il gas si trova prevalentemente nel bacino siberiano occidentale (Russia), nel bacino orientale di Barents (Norvegia/Russia) e nell’Alaska artica (Usa).
Molte società petrolifere hanno richiesto le licenze d’estrazione nel Mare dei Čukči, davanti alla costa siberiana e per i campi sottomarini davanti alla Groenlandia occidentale.
Quanto possono valere questi supposti giacimenti su scala mondiale? Stando alla "Statistical Review of World Energy" della società BP, queste riserve sono cresciute passando da 892 miliardi di barili nel 1996 a 1238 miliardi di barili all’inizio del 2008. Includendo le sabbie oleose del Canada si arriva a 1390 miliardi di barili. I 90 miliardi di barili corrispondono al consumo mondiale di tre anni.
IL RUOLO DEL PETROLIO NELLA CRISI ALIMENTARE CHE INVESTE IL PIANETA Il Fondo Monetario Internazionale prevede che il prezzo del petrolio aumenterà mediamente del 30% ogni anno per un periodo ancora indefinito. “Il trend in aumento del prezzo del petrolio è stato accompagnato in modo simile anche dai prezzi delle altre materie prime e dalla svalutazione di alcune divise principali. Ormai molti paesi hanno delle deboli posizioni finanziarie e una considerevole quantità di debiti sottoscritti sarà impossibile da recuperare”- dice il rapporto dell’ FMI.Dal 2003 il mondo sta conoscendo il più lungo aumento del prezzo del petrolio.
La risposta a questa situazione - grave anche per le economie più potenti del mondo - secondo l’FMI, sarebbe restringere la politica monetaria, cosa che potrebbe essere accompagnata da una recessione temporanea, oppure applicare bassi tassi d’interesse che portano alta inflazione, recessione economica e instabilità finanziaria. Recentemente, il Cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, Presidente di Caritas Internationalis, Arcivescovo di Tegucigalpa in Honduras, ha affermato che “in un momento così difficile per l’economia a livello mondiale bisogna guardarsi dal mettere in atto una ‘globalizzazione escludente’. Il rischio oggi è di inchinarsi a un nuovo Dio che si chiama ‘mercato’, come mostrano le forti speculazioni sul petrolio e sui generi alimentari di base che in tre mesi hanno creato 100 milioni di nuovi poveri. Sta crescendo la globalizzazione della povertà, che mette a rischio gli obiettivi del Millennio fissati per il 2015”. Maradiaga ha sottolineato: “non credo che questo aumento sia solo determinato dalle scelte dei paesi produttori; la crescita inarrestabile del prezzo del petrolio è dovuta principalmente alle grandi banche ed agli organismi finanziari internazionali che speculano su questo bene per rifarsi dalle perdite subite col crack dei mutui subprime”. “Di fronte a questa situazione – ha poi detto – serve una nuova cultura di austerità, specialmente da parte dei paesi più ricchi. I cristiani che sono cittadini di questo mondo, oltre a impegnarsi nella carità hanno il dovere di dire la verità e di impegnarsi per cambiare le cose”. LA SITUAZIONE AFRICANA. Nel mese di maggio 2008, per far fronte all'aumento del prezzo dei carburanti, i Paesi dell'Africa australe hanno deciso di unire le loro forze, coordinando le politiche energetiche dei singoli Stati. La Comunità di Sviluppo dell'Africa Meridionale (Southern African Development Community, SADC) ha deciso infatti di creare l'Associazione Regionale per il Petrolio e il Gas (Regional Petroleum and Gas Association, REPGA), per promuovere il commercio dei prodotti petroliferi e dei suoi derivati tra gli Stati membri. La nuova associazione dovrà anche armonizzare gli standard e i regolamenti del settore. Tra gli altri scopi del nuovo organismo vi sono il coordinamento delle attività di ricerca di nuove risorse di idrocarburi nella regione e la possibile creazione di un servizio di consulenza per la revisione dei dati e delle informazioni relative al settore degli idrocarburi nei Paesi aderenti. Il servizio di consulenza avrà il compito di studiare la possibilità di regolamentare tutto il settore energetico regionale comprendente non solo petrolio e gas ma anche l'elettricità. La SADC è composta da Angola, Botswana, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Madagascar, Malawi, Mauritius, Mozambico, Namibia, Sudafrica, Swaziland, Tanzania, Zambia e Zimbabwe. La sua sede è a Gaborone, in Botswana.
L'Africa Meridionale è un esportatore netto di energia (il valore delle sue esportazioni è superiore a quello delle importazioni), ma vi sono differenze tra Paesi importatori ed esportatori. Il maggior produttore di petrolio della SADC è l'Angola (1,05 milioni di barili al giorno nel 2004) mentre si stanno esplorando nuovi giacimenti potenziali in Namibia, Tanzania e nella Repubblica Democratica del Congo, oltre che in Uganda.
Se i Paesi della SADC riusciranno a creare un mercato comune dell'energia e a coordinare le loro rispettive politiche energetiche potranno far fronte all'aumento dei prezzi degli idrocarburi e a creare le condizioni per accelerare lo sviluppo economico di tutta l'Africa meridionale. Si aprono inoltre interessanti prospettive di collaborazione con il Brasile, già molto attivo nel settore petrolifero in Angola, soprattutto alla luce della partnership formata tra Sudafrica, Brasile e India. L’aumento del costo del petrolio sta avendo un impatto negativo sulle economie dei Paesi africani non produttori di petrolio. Per produrre elettricità si guarda con molto interesse a valorizzare il potenziale idroelettrico africano, come quello del bacino del Congo, al ricorso al nucleare (è il caso dei Paesi nord-africani e della Nigeria) e all’utilizzazione dei cosiddetti biocarburanti.
In particolare, l’Africa ha un enorme potenziale idroelettrico che non sfrutta. È quanto hanno sostenuto nell’ottobre 2007 i rappresentanti di 52 compagnie elettriche africane riuniti a Tangeri, in Marocco, per la 39esima Assemblea Generale dell’Unione dei Produttori, Trasportatori e Distributori d’Elettricità dell’Africa (UPDEA). E’ la mancanza di infrastrutture che impedisce a gran parte degli abitanti del continente di avere accesso alla corrente elettrica. Attualmente il tasso di elettrificazione dell’intera Africa è del 36%, un valore che scende al 24% per la sola Africa sub-sahariana. Secondo i calcoli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, occorre investire almeno 350 miliardi di dollari perché il tasso di elettrificazione salga al 51% entro il 2030.
L’Africa deve puntare a elettrificare le aree rurali senza far ricorso a grandi impianti e ad estese reti di distribuzione dell’elettricità, che sono costose da costruire e da mantenere, oltre a provocare grandi dispersioni di elettricità. Per questo è meglio puntare su piccoli impianti idroelettrici, solari, eolici o geotermici. LA DIPENDENZA DAL PETROLIO I tagli agli sprechi di energia – considerato che la produzione del petrolio non può più aumentare - rappresentano la condizione perchè possano continuare a diffondersi in tutto il mondo, e in particolare nei paesi più poveri, il benessere, lo sviluppo e la democrazia e costituiscono anche il deterrente alle tensioni, alle crisi, ai conflitti che il controllo dei pozzi di petrolio determina, oltre che una necessità per ridurre l'impatto ambientale.
Nel corso del 2007 la domanda petrolifera, sostenuta dall’area dei Paesi non OCSE, ha raggiunto circa 86 milioni di barili al giorno, con un incremento dell’1,4% rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti, con il 24,6% dei consumi sul totale, sono al primo posto nella domanda di petrolio. La media del fabbisogno di energia di ciascun abitante del pianeta tocca i 4,9 barili di petrolio e 454 metri cubi di gas, con forti disparità nella distribuzione del consumo tra paesi ad alto reddito, dove si arriva ad un consumo medio di 18,3 barili di petrolio e 1.481 metri cubi di gas naturale l’anno e i paesi dell’area a basso reddito, dove il consumo medio si ferma a 0,74 barili di petrolio e a 66 metri cubi di gas naturale. In media, ogni cittadino degli Stati Uniti e del Canada consuma più del doppio del petrolio di un cittadino dell’Unione Europea, circa 12 volte il consumo di un cinese e più di 37 volte di quello di un abitante della Nigeria. Complessivamente, i primi 10 paesi per produzione di petrolio estraggono circa il 61% del totale. Nel 2007 i paesi aderenti all’OPEC hanno estratto il 42,6% del petrolio mondiale, con una leggera flessione rispetto all’anno precedente.
Nel bacino di consumo asiatico, Cina e India si stanno affermando come nuovi paesi importatori di petrolio e gas naturale. Il primo paese esportatore di petrolio del mondo è l’Arabia Saudita, con circa il 10% dei consumi mondiali, seguito a breve distanza dalla Russia, che vanta il maggior incremento produttivo degli ultimi dieci anni e che è anche il primo paese esportatore di gas naturale del mondo, con circa 197 Gmc.L’economia occidentale è quasi totalmente dipendente dal petrolio. Sono molto pochi i prodotti il cui processo di costruzione, elaborazione e/o assemblaggio non richieda un certo quantitativo di petrolio, anche solo per l’imballaggio. Per “prenderlo” il petrolio e per assicurare che alla vita del mondo occidentale non manchi, si destinano cifre immense alle armi, si combatte, con costi militari e in vite umane enormi. C’è da chiedersi se questa può essere ancora la strada che deve percorrere l’umanità o se, invece, non sia interesse che corrisponda al bene comune il ricorso al risparmio energetico (considerato che sprechiamo metà dell’energia prodotta ogni giorno; il motore di un’automobile, ad esempio, ha mediamente un rendimento di appena il 20 %; un forno da casa ha un rendimento pari al 25 %; alcune centrali elettriche raggiungono solo il 35 %). e a produzioni alternative, arrivando ad immaginare e costruire un itinerario che in un tempo dato segni l’autonomia energetica dell’Occidente. Questo fatto, se realizzato, avrebbe una straordinaria ricaduta positiva, in termini di riforme e di democrazia, proprio in quei paesi che detengono la risorsa petrolifera che occorre all’Occidente, che viene gestita, in molti casi, al loro interno, annullando sia i principi democratici sia i diritti delle popolazioni, favorendo così un “naturale” arricchimento di pochi, delle oligarchie al potere. D’altronde, individuare alternative al petrolio è di fatto l’unica possibilità per far fronte al problema delle risorse energetiche, considerata una semplice ragione economica: il divario sempre più netto tra domanda, in crescita – determinata soprattutto dall’affermarsi nell’economia mondiale delle economie dei paesi emergenti - e offerta che non riesce a soddisfare le richieste. Questa la ragione del piano energetico presentato dal vincitore delle elezioni presidenziali americane, per porre fine entro i prossimi dieci anni alla dipendenza dal petrolio, “una sfida per la nostra generazione e una trasformazione della nostra economia”. Il piano prevede un investimento di 150 miliardi di dollari, che creerà cinque milioni di posti di lavoro e di nuove tasse per le compagnie petrolifere per diminuire il prezzo del carburante, l’immissione sul mercato delle cosiddette auto-ibride nei prossimi sei anni ed il ricorso alle energie rinnovabili per coprire il 10% del fabbisogno americano entro quattro anni, la riduzione del 15% dei consumi di elettricità in 10 anni. LE RISERVE DI PETROLIO. Nell’estate del 2008, la British Petroleum ha presentato le proprie stime ufficiali sulle riserve mondiali di petrolio, affermando che sono sufficienti ancora per almeno 41 anni. I numeri del rapporto di BP parlano di una crescita mondiale del consumo di petrolio dell’1,1% nel 2007, mentre la produzione per la prima volta negli ultimi 5 anni è scesa, dello 0,2%. La produzione di petrolio però non sarebbe limitata dall’entità delle riserve, ma dai vincoli che sono imposti allo sfruttamento: “quando si parla di rendere disponibile più petrolio – sostiene il rapporto - i problemi non s'incontrano sottoterra, ma sopra, sono politici, non geologici. Mentre le risorse globali non sono affatto limitate, quelle che le compagnie private come BP possono sfruttare invece lo sono”.
C’è chi ha contestato queste stime, sostenendo che la compagnia petrolifera britannica conteggia anche il cosiddetto “petrolio politico”, una sovrastima sistematica di riserve importanti quali quelle mediorientali. I dati elaborati da BP sono quelli forniti dai produttori e l’Opec nel 1983 ha deciso di stabilire le quote di produzione in proporzione alle riserve nazionali, e nel giro di pochi anni i vari paesi del Golfo hanno dichiarato di aver sottostimato le loro riserve, aggiungendovi complessivamente 300 milioni di barili, cioè un quarto di quelle che attualmente si ritengono le riserve mondiali di petrolio. Da allora in poi, i paesi mediorientali hanno dichiarato ogni anno esattamente lo stesso dato riguardo alle riserve provate. Comunque sia, quella di BP è una previsione ottimistica, smentita da altre fonti.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede una crisi dell’offerta petrolifera entro 5 anni, che spingerà i prezzi a livelli senza precedenti, aumentando grandemente la dipendenza occidentale nei confronti dell’OPEC. La stessa industria petrolifera, nel suo rapporto, ha previsto, per la prima volta, che petrolio e gas potrebbero scarseggiare entro il 2015. Le implicazioni geopolitiche di questa attesa crisi dell’offerta petrolifera mondiale fra il 2010 e il 2015 sono enormi. Le riserve mondiali complessive di petrolio sono stimate intorno ai 2.500-2.900 miliardi di barili, dei quali la metà è già stata consumata. E’ previsto che la produzione dei paesi non-OPEC raggiungerà il proprio picco e declinerà entro i prossimi cinque anni, sospinta principalmente dalla montante richiesta di greggio da parte della Cina e degli Stati Uniti, oltre che dalla limitata produzione dell’Iraq.
Un’alternativa a questo scenario potrebbe essere costituita dalla scoperta di nuovi grandi giacimenti petroliferi, ma bisogna considerare che gli ultimi grandi bacini sono stati scoperti negli anni ’70 – proprio quei bacini coprono i quattro/quinti dell’attuale fabbisogno petrolifero - ed anche la scoperta di un bacino di dimensioni analoghe a quelle del più grande attualmente esistente al mondo (quello di Ghawar in Arabia Saudita) soddisferebbe la domanda mondiale di petrolio solamente per altri dieci anni.
Un’opzione che alcuni propagandano è uno slittamento su larga scala verso il cosiddetto petrolio non convenzionale – quello prodotto dalle sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, oppure il petrolio extrapesante, proveniente dalla cintura dell’Orinoco in Venezuela, o anche l’argillite petrolifera, o infine, la roccia madre. Ma il problema quasi insormontabile è quello della ‘recuperabilità’, che si traduce in petrolio di bassa qualità (nel caso del petrolio extrapesante), in bacini di bassa qualità (nel caso del petrolio ricavato dalla roccia madre), o in entrambi (nel caso dell’argillite petrolifera). La produzione potrebbe anche dimostrarsi antieconomica, perché il guadagno netto di energia potrebbe rivelarsi molto basso; in altre parole per estrarre il petrolio potrebbe essere necessaria quasi la stessa quantità di energia che esso successivamente fornirebbe. Inoltre, l’enorme impennata nella produzione di gas serra potrebbe generare un cambiamento climatico molto rilevante.
IL GAS NATURALE E IL CARBONE.Per quanto riguarda i consumi annuali di gas naturale, questi aggirano (dati riferiti al 2005) intorno ai tremila miliardi di litri. La situazione è più favorevole rispetto al petrolio, perché le riserve stimate risultano maggiori: almeno duecentomila miliardi di litri dovrebbero ancora trovarsi distribuiti in varie falde sotterranee. Questo dato dovrebbe consentire l’utilizzo del gas naturale fino alla fine dell’attuale secolo.
Il carbone ha riserve enormi. Il consumo annuo del 2005 è stato di di 5 miliardi di tonnellate; sarebbero disponibili oltre mille miliardi di tonnellate, per almeno altri due secoli. L’estrazione el’utilizzo del carbone, però, hanno un effetto sull’ambiente superiore a quello del petrolio, se non vengono rispettate tecniche molto restrittive. Occorrerà valuterà, con il tempo, come attenuare il rischio ambientale – anche considerando che la costruzione di centrali a carbone nel mondo sta procedendo a ritmi elevati, per la sua disponibilità – così da utilizzare questa risorsa, che resta comunque di grande importanza.
LE ENERGIE ALTERNATIVE Sono da considerarsi energie rinnovabili quelle forme di energia generate da fonti che per loro caratteristica intrinseca si rigenerano o non sono "esauribili" nella scala dei tempi "umani" e, per estensione, il cui utilizzo non pregiudica le risorse naturali per le generazioni future. Le forme di energia sono: idroelettrica, geotermica, solare, eolica, da biomasse, da termovalorizzazione.Le fonti rinnovabili generalmente dette "classiche" sono quelle che vengono sfruttate per la produzione di energia elettrica fin dall'inizio dell'età industriale. Il loro uso futuro dipende dall'esplorazione delle risorse potenziali disponibili, in particolare nei paesi in via di sviluppo e dalle richieste in relazione all'ambiente e all'accettazione sociale.
Tra le più antiche si trovano certamente le centrali idroelettriche. Oggi, le aree con più elevata crescita nell'idroelettrico sono quelle dei paesi asiatici in crescita economica.
Le centrali geotermiche, che utilizzano il calore presente nelle profondità terrestri, possono funzionare 24 ore al giorno, fornendo un apporto energetico di base e nel mondo la capacità produttiva potenziale stimata per la generazione geotermica è di 85 GW per i prossimi 30 anni, ma l'energia geotermica è accessibile soltanto in aree limitate del mondo, che includono gli Stati Uniti, Nuova Zelanda, Italia, Islanda, Messico, Filippine, Indonesia, Giappone e Africa Orientale.
I sistemi di riscaldamento solare sono tecnologie di seconda generazione ben conosciute e generalmente consistono di collettori termici solari, un sistema fluidodinamico per trasferire il calore dal collettore al punto di utilizzo e un serbatoio o una cisterna per lo stoccaggio del calore per usi successivi. Tali sistemi possono essere usati per riscaldare l'acqua domestica, quella delle piscine o per riscaldare ambienti. Il calore può anche essere usato per applicazioni industriali o come sorgente energetica per altri usi, come i dispositivi di raffreddamento.
Alcune delle energie rinnovabili di seconda generazione, come l'eolico, hanno molto potenziale e hanno già raggiunto dei bassi costi di produzione, comparabili con quelli delle altre fonti di energia. Alla fine del 2006 la capacità di produzione mondiale tramite generatori eolici era di 74,223 megawatt e nonostante attualmente fornisca meno dell'1% del fabbisogno mondiale, produce circa il 20% dell'elettricità in Danimarca, il 9% in Spagna e il 7% in Germania.
Il Brasile ha uno dei più grandi programmi per l'energia rinnovabile al mondo, coinvolgendo la produzione di bioetanolo dalla canna da zucchero e l'etanolo ora fornisce il 18% del carburante automobilistico. Come risultato, assieme allo sfruttamento delle locali profonde riserve petrolifere, il Brasile, che in passato doveva importare una grande quantità di petrolio necessario al consumo interno, ha recentemente raggiunto la completa autosufficienza petrolifera.
Le tecnologie che sono ancora in corso di sviluppo includono la gassificazione avanzata delle biomasse, le tecnologie di bioraffinazione, le centrali solari termodinamiche, l'energia geotermica da rocce calde e asciutte e lo sfruttamento dell'energia degli oceani.
Negli ultimi anni, sono in molti a sostenere l’uso dell’idrogeno come fonte energetica alternativa al petrolio. Pur considerando i suoi vantaggi (il peso bassissimo; la quantità di energia immagazzinabile ben superiore agli attuali combustibili utilizzati su larga scala come gasolio, gas naturale o benzina; la totale assenza nei gas combusti delle principali fonti d’inquinamento dei centri urbani, cioè anidride carbonica, polveri sottili e ossidi di zolfo), ci sono ancora parecchi ostacoli da superare affinché l’idrogeno diventi il vettore energetico del futuro. L’idrogeno non è presente in natura come idrogeno molecolare immediatamente utilizzabile, ma, pur essendo uno degli elementi più abbondanti sulla crosta terrestre, deve essere estratto dall’acqua o dagli idrocarburi. Si deve spendere dunque dell’energia che viene in un certo senso immagazzinata nell’idrogeno prodotto e riconvertita successivamente attraverso sistemi quali motori a combustione interna o attraverso le ben più efficienti celle a combustibile.
Oltre alla ricerca di sistemi di riconversione sempre più efficienti, uno degli sforzi maggiori si sta facendo per la ricerca di sistemi d’immagazzinamento e di trasporto dell’idrogeno, in particolare per le applicazioni veicolari. Gli attuali sistemi come l’immagazzinamento ad alta pressione o per liquefazione presentano diversi problemi per le applicazioni veicolari, legati essenzialmente alla sicurezza, alla quantità d’idrogeno trasportabile, nel caso di contenitori di gas ad alta pressione, oppure all’energia necessaria a mantenere in forma liquida l’idrogeno, nel secondo caso. Una valida alternativa è l’immagazzinamento in stato solido come idruri metallici, idruri complessi, nanotubi di carbonio, zeoliti, microsfere di cristallo. Si deve tuttavia impiegare ancora molto lavoro di ricerca per rendere migliori le proprietà di questi materiali. Pressione e temperatura di esercizio in particolare dovrebbero rimanere negli intervalli 1-10 atm e 20-100 °C, rispettivamente. L’ulteriore difficoltà è il peso di tali materiali, che in proporzione alla quantità d’idrogeno immagazzinato è ancora troppo elevato per applicazioni mobili efficienti.
L’INSIDIA DELLA RICERCA ENERGETICA RISPETTO ALLE MINORANZE INDIGENE E ALL’ASSETTO DEL TERRITORIO DI MOLTE ZONE DEL MONDOIn occasione della Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni del 9 agosto 2008, l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha denunciato che la corsa verso nuove fonti di energia minaccia circa 90 milioni di indigeni in tutto il mondo.
La situazione delle popolazioni indigene sarebbe particolarmente drammatica in Brasile e in Indonesia. Tuttora la maggior parte delle popolazioni indigene di questi due paesi vive ancora nelle regioni delle foreste pluviali, ma i mega-progetti previsti dai rispettivi governi ne minacciano pericolosamente la sopravvivenza.
Il progetto brasiliano di costruire 70 dighe in Amazzonia distruggerebbe lo spazio vitale di una decina di popoli indigeni, tra cui 14.000 Yuruna e Arava lungo il fiume Xingu. Il governo brasiliano intende anche incentivare l'espansione delle piantagioni di canna da zucchero per la produzione di etanolo. Grazie a sei milioni di ettari coltivati a canna da zucchero il Brasile è ormai il maggiore esportatore mondiale di etanolo. In futuro però le piantagioni dovrebbero coprire fino a 150 milioni di ettari. Per l'irrigazione dei campi sarà necessario deviare il corso di diversi fiumi e costruire nuove dighe. Il boom della canna da zucchero comporta che la coltivazione della soja e l'allevamento di bestiame debba trasferirsi progressivamente verso le regioni dell'Amazzonia con il conseguente abbattimento della foresta e quindi la distruzione dello spazio vitale di intere popolazioni.
In Indonesia, 45 milioni di indigeni sarebbero minacciati dal drastico ampliamento delle piantagioni per la produzione di biocarburante e dall'estrazione di gas metano. Ogni giorno nella sola Indonesia vengono distrutti 51 Km quadrati di foresta pluviale in cui popolazioni indigene vivevano da migliaia di anni. Solamente nel 2008 l'Indonesia vorrebbe rinunciare ad ulteriori 2,7 milioni di ettari di foresta, con tutte le conseguenze sociali immaginabili per le popolazioni indigene che vi vivono. Così anche a Papua, nella parte occidentale dell'isola di Nuova Guinea è previsto il disboscamento di 3 milioni di ettari di foresta per fare posto a nuove piantagioni di palma da olio. Ciò minaccerebbe direttamente la sopravvivenza di oltre 300 popoli indigeni. Nonostante questi costituiscano solo lo 0,01% della popolazione mondiale, essi rappresentano però anche il 15% delle lingue attualmente parlate e conosciute a livello mondiale. L'Indonesia, che insieme alla vicina Malesia fornisce l'87% della produzione mondiale di olio da palma, intende approvare una nuova legge che vincolerebbe tutte le imprese operanti del paese a coprire almeno il 2,5% del loro fabbisogno energetico con olio di palma.
Nella vicina provincia malese del Sarawak, sull'isola di Borneo, la popolazione dei Penan rischia la completa scomparsa a causa del boom energetico. I Penan, che fino a venti anni fa vivevano ancora in modo tradizionale come nomadi nelle foreste e che avevano inutilmente lottato per preservare le foreste dalle imprese del legname, ora rischiano la fine della loro vita e cultura a causa di un progetto che prevede la costruzione di circa 20 dighe nella loro terra entro il 2020.
La costruzione di dighe minaccia anche i dodici milioni di indigeni del Vietnam: è infatti prevista la costruzione di 40 nuove dighe nella regione centrale del paese. Diverse decine di migliaia di persone sono già state costrette ad abbandonare la propria casa e terra per fare posto ai futuri bacini delle dighe.
Lo stesso problema colpisce i Mapuche nel Cile meridionale dove il governo intende costruire otto nuove dighe oltre ad ampliare la diga Bío-Bío sull'omonimo fiume. Circa il 70% dei giacimenti mondiali di uranio di trovano in terre indigene. La nuova ondata di richiesta di uranio colpisce direttamente gli Adivasi Ho e Santhal dell'India, i Tuareg del Niger, i Navajo e Puebla negli USA, i Dene in Canada e molteplici gruppi aborigeni in Australia. Le conseguenze dell'estrazione dell'uranio colpiscono però anche quelle popolazioni, le cui terre vengono trasformate in depositi finali delle scorie radioattive, come succede ai Western Shoshone negli USA occidentali. Lo sfruttamento di nuovi giacimenti di petrolio colpisce le popolazioni indigene della penisola di Kamchatka e dell'isola di Sakhalin così come gli indigeni in Ecuador e alcune popolazioni che attualmente vivono particolarmente isolate nell'Amazzonia peruviana.
L’USO PACIFICO E SICURO DEL NUCLEAREL’unica, seria e credibile alternativa al petrolio, allo stato attuale, è l’energia prodotta dal nucleare.
In occasione del cinquantenario dell’Energia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), il 29 luglio 2007, Benedetto XVI lanciò un appello al disarmo nucleare e all’ “uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare per un autentico sviluppo, rispettoso dell’ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate”. In occasione del ventennale dell’esplosione della centrale di Chernobyl, ad un seminario internazionale organizzato dal Pontificio Consiglio Giustia e Pace in collaborazione con l’Ambasciata dell’Ucraina, il Cardinale Renato Martino affermò: “L’energia nucleare può costituire un’opportunità per i popoli, se usata a scopi pacifici. Magari le testate nucleari che esistono ancora nel mondo venissero usate per fornire energie a buon mercato ai Paesi che ne hanno bisogno!”.La Santa Sede è stata sempre favorevole al nucleare civile e fu - nel 1957 - tra i fondatori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, che ha lo scopo di “promuovere l’utilizzo pacifico dell’energia nucleare e di impedirne l’utilizzo per scopi militari”.
Il paragrafo 470 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa, sulla questione energetica invita la comunità scientifica a “continuare” nel triplice impegno di “identificare nuove fonti energetiche, sviluppare quelle alternative ed elevare i livelli di sicurezza dell’energia nucleare”.
Il Cardinale Martino ricordò che “Chernobyl ha dato delle lezioni: tutti gli impianti nucleari che erano ancora arretrati sono stati riformati adottando delle misure di protezione per evitare pericoli analoghi. Però, anche se «è cresciuta la prudenza, la guardia non deve mai venir meno. Quando si usano queste sorgenti di energia è necessario avere molta prudenza e prendere le misure adatte per evitare disastri”. Il Cardinale Martino auspicò anche “un approccio non ideologico al tema dell’energia nucleare per uso civile. Non ideologico nel senso di pragmatico, non guidato da preconcetti pro o contro, ma inteso a realizzarne l’uso più sicuro e tenendo conto anche della crisi energetica. Poste le esigenze della massima sicurezza per l’uomo e per l’ambiente, e sancito il divieto dell’uso ostile della tecnologia nucleare, perché precludere l’applicazione pacifica della tecnologia nucleare? In campo medico sono noti i possibili benefici derivanti dalla radiologia nucleare; nel settore agricolo studi AIEA tendono a dimostrare come la tecnologia nucleare possa favorire l’agricoltura. Il settore che preoccupa di più sembra essere quello energetico. Tuttavia, assicurata la sicurezza degli impianti e dei depositi; regolati in maniera severa la produzione, la distribuzione e il commercio di energia nucleare, mi sembra vi siano i presupposti per una politica energetica «integrata», che contempli quindi, accanto a forme di energia pulita, anche l’energia nucleare. Inoltre, aprire un dibattito sereno e pubblico sull’energia nucleare sembra quanto mai utile in questo momento storico nel quale gli stati prendono sul serio questa fonte di energia. Escludere l’energia nucleare per una petizione di principio, oppure per la paura dei disastri, potrebbe essere un errore e in alcuni casi conduce ad effetti paradossali. Si pensi all’Italia che nel 1987 ha abbandonato la produzione di energia nucleare; ma che oggi importa la stessa energia nucleare dalla Francia ed esporta centrali nucleari all’estero mediante società a capitale pubblico. In definitiva, è necessario e doveroso valutare con la massima prudenza la possibilità di un uso pacifico della tecnologia nucleare. Questo, tuttavia, nella consapevolezza che le opere dell’ingegno umano, quindi anche le conquiste nel campo nucleare, vanno poste al servizio della famiglia umana. La tecnologia può essere una male per l’uso che se ne può fare e non un male ‘in quanto tale’”.
Il nucleare fornisce ad oggi il 16% dell'energia mondiale, il 34% di quella europea. Quindici dei ventisette membri dell’Unione europea hanno impianti nucleari. La Francia è il paese che ne ha di più, generando il 73% della sua elettricità. Gli USA ne hanno il maggior numero in assoluto: 104 impianti in funzione. Trentaquattro impianti nucleari sono in costruzione: uno in Argentina, la centrale Atucha vicino alla capitale Buenos Aires; due in Bulgaria, vicino alla città settentrionale di Belene; uno in Finlandia, Olkiluoto, che, quando sarà completato, sarà il più grande impianto; uno in Francia, a Flamanville, in Normandia; sei in India che dovrebbero aggiungersi ai 17 in funzione; L'Iran sta provando a costruire un impianto a Bushehr, sulla costa del Golfo, nel sud; uno in Giappone ha una centrale in costruzione; tre dovrebbero essere in costruzione in Corea del Sud; il Pakistan na ha una in costruzione in Kundian, nel Punjab; cinque in Cina, due dei quali a Taiwan; la Russia ne sta costruendo 7 in aggiunta alle 31 già operanti; due sono in costruzione in Ucraina; gli USA ne stanno costruendo una in Tennessee.
LA CHIESA CATTOLICA IN GEORGIA - INTERVISTA A SUA ECC. MONS. GIUSEPPE PASOTTO, AMMINISTRATORE APOSTOLICO DEL CAUCASO DEI LATINI. La Chiesa cattolica è presente in Georgia da circa otto secoli, a partire dal sec. XIII. La sua lunga storia si presenta principalmente come attività missionaria nei secoli XIII - XVI ad opera dei Francescani e dei Domenicani, l'attività missionaria nei secoli XVII - XVIII ad opera dei Teatini, l'attività missionaria dalla II metà del sec. XVIII alla II metà del sec. XIX ad opera dei Cappuccini e finalmente l'attività dalla II metà del sec. XIX ad oggi ad opera prevalentemente del clero locale. In Georgia, i cattolici, circa cinquantamila persone, hanno tre riti:latino, armeno e siro-caldeo. Rappresentano l’un per cento della popolazione, che nella sua stragrande maggioranza è ortodossa, con una presenza di musulmani pari all’11 per cento. Padre Giuseppe Pasotto, veronese, è entrato ancora giovane tra gli Stimmatini ed è stato ordinato sacerdote il 12 maggio 1979 dal Cardinale Lucas Moreira Neves. Ha esercitato nella diocesi di Verona il ministero di animatore vocazionale, formatore ed insegnante in diverse scuole. Si trova in Georgia dal 10 settembre del 1994 I primi mesi vengono passati a Tbilisi, la capitale del Paese, per imparare la lingua e comprendere i primi elementi di una cultura e di un mondo completamente diverso, da poco uscito dalla caduta dell’Impero sovietico. All’inizio della sua opera missionaria, Padre Pasotto segue in particolare la comunità di Axalsheni e inizia insegnamento della lingua italiana nell’Università statale di Kutaisi. Nel dicembre 1996 viene nominato Amministratore Apostolico del Caucaso e praticamente assume le funzioni di Vescovo della Georgia, Armenia e Azerbajan per i cattolici di rito latino.Durante la visita alla Comunità della Georgia dell’8-9 novembre 1999, Giovanni Paolo II annuncia la nomina di Padre Giuseppe Pasotto a Vescovo con la sede titolare di Musti.
Eccellenza, come ha valutato la crisi georgiana? Ci sono stati segnali che hanno preceduto il conflitto? C’è chi sostiene che una delle ragioni di questo conflitto sia determinata dal petrolio ed in particolare dall’oleodotto che attraversa la Georgia ed anche l’Ossezia del Sud. Che valutazione fa rispetto a quest’aspetto del problema?Pur considerando che l’instabilità nella regione caucasica è sempre stata presente, non avevo percepito i segnali di un conflitto che doveva nascere così in fretta. Non c’è dubbio che l’attenzione che le grandi potenze, Stati Uniti e Russia in testa, hanno su quest’area, nasca anche da questo. L’America ha investito molti aiuti per il rinnovo dell’esercito georgiano e per la formazione dei suoi quadri. Però, che questa guerra sia nata per questo motivo, lo trovo un pò azzardato. Il petrolio è uno degli elementi, insieme a quello di rendere instabile ancora di più quest’area del mondo e all’elemento nazionalistico: quella terra è Georgia – si dice – e prima o poi deve tornare ad essere Georgia; quella zona è importantissima, fa parte del nostro territorio e non la molleremo mai. D’altra parte, la storia del popolo georgiano è sempre stata legata ad una posizione geografica. Che cosa caratterizza la presenza cattolica in Georgia? Nel cammino storico, la presenza cattolica ha sempre costituito un legame tra queste popolazioni e l’occidente, è sempre stata una strada che apriva all’occidente, alla cultura occidentale. Coloro che fanno cultura in questi territori sono cattolici. Per quanto riguarda il futuro, non so cosa accadrà: la Chiesa Cattolica è molto meno importante rispetto alle altre confessioni, perché è molto più piccola, ma è una presenza significativa e apprezzata da sempre. I georgiani hanno di continuo cercato e avuto contatti con Roma. Oggi, a livello statale, non siamo riconosciuti come Chiesa. Non abbiamo personalità giuridica, anche se c'è stima nei nostri confronti. Bisognerà vedere cosa porterà il futuro anche nel campo teologico rispetto al rapporto con la Chiesa Ortodossa, ad esempio. Quali sono i terreni attraverso i quali si esplica l’opera di evangelizzazione? Un primo grosso impegno che affrontiamo è quello dell’ecumenismo. La Georgia è una terra che ha particolare bisogno di comunione per via delle diversità di razze, popoli e lingue, ma anche di religioni, chiese e riti. La comunità cattolica ha il dovere di testimoniare il valore dell'unità, della comunione, dell'universalità della fede cristiana. Viviamo in una terra evangelizzata fin dai tempi apostolici e vogliamo mettere in risalto la priorità della comunione, come dono e contributo per tutti. Ci ha aiutato molto da questo punto di vista il Sinodo che abbiamo tenuto nel 2006. Sta divenendo sempre più difficile il rapporto con la Chiesa ortodossa. Ultimamente sono sorte anche questioni serie nella vita quotidiana, create specialmente da qualche gruppo di fanatici.
Purtroppo ancora non siamo riusciti a far riconoscere la validità del sacramento del battesimo amministrato nella Chiesa cattolica. I giovani incontrano gravi difficoltà quando si sposano e da noi è normale che a formare una famiglia siano cattolici e ortodossi. Ma se si sposano in una chiesa ortodossa i cattolici vengono ribattezzati; se invece il matrimonio si celebra in una parrocchia cattolica sono gli ortodossi a venire esclusi dalla loro Chiesa. Una situazione che, in tantissimi casi, porta i giovani ad allontanarsi dalla pratica religiosa. Con gli ortodossi non siamo riusciti a dialogare su questa come su altre questioni. Continuiamo fraternamente a insistere perché non possiamo, come pastori, fare questo ai nostri giovani.
Gli altri impegni della Chiesa quali sono? Un altro impegno è quello culturale, della formazione. Stiamo conducendo un grande lavoro nel campo educativo, fondamentale per il dialogo con la società. Abbiamo anche un istituto di teologia che ha professori e studenti non solo cattolici. C'è anche un centro culturale e pensiamo anche di aprire nuove strutture con l'obiettivo della formazione. Il terzo punto è il servizio laicale. C’è una Caritas efficiente, nata nel ’93-’94, insediata bene nella situazione locale, molto attiva, che sa lavorare molto bene e in maniera trasparente. Ha svolto un servizio straordinario, curando i malati, accogliendo i poveri e i bambini. Ora la Caritas deve diventare sempre più espressione della comunità e dobbiamo pensare anche alla formazione e a dare lavoro. Per il futuro stiamo puntando alla formazione alla carità. Possiamo contare, in particolare, sull'opera dei camilliani che hanno un poliambulatorio, un centro per ragazzi disabili e anche un grande ospedale in Armenia. Come si presenta la situazione del Paese rispetto al problema della povertà?
Gran parte della gente vive a livello rurale e conduce una vita povera che fa impressione. Nelle città i salari sono troppo bassi e c’è una piccola parte della popolazione che vive molto bene. E’ ancora molto difficile la vita nel suo insieme, c’è una parvenza di benessere, che poi sparisce nei paesi. C’è poi da considerare il fenomeno dell’immigrazione, che coinvolge un milione e mezzo-due milioni di georgiani che vivono fuori del loro paese: le donne a fare le badanti in occidente, i mariti che lavorano in Russia. Le famiglie sono molto divise e disgregate. Nel 1999 Papa Giovanni Paolo II fece visita alla Georgia. Che ricordi ha? Con quella visita, i cattolici georgiani si sono sentiti portati in alto. Ancora adesso trovo persone che ricordano la visita del papa e che hanno deciso per questo di impegnarsi nella loro fede. Quella visita fu marcata da un rapporto ecumenico significativo: il Papa è venuto qui per amare, per portare parole d’amore nei confronti di tutti. Dopo quella visita, le cose qui sono divenute sempre più difficili, ma questo è stato dovuto a situazioni di carattere politico e alle difficoltà che ci sono nel rapporto con la Chiesa ortodossa, che spero presto possano essere superate. Ci può dare un quadro numerico della presenza della Chiesa? Siamo venti sacerdoti di rito latino: due georgiani, un francese, il resto italiani e polacchi. Abbiamo venticinque comunità e diverse congregazioni religiose maschili e femminili. Ci sono quindici chiese mentre cinque che sotto l'Urss vennero requisite e consegnate agli ortodossi non ci sono state ancora restituite. Puntiamo molto sul laicato a cui diamo sempre più responsabilità. Stiamo pure formando dodici diaconi permanenti. Inoltre alla comunità latina si aggiungono un sacerdote siro-caldeo, con due comunità molto attive di circa tremila fedeli, e gli armeni con una decina di sacerdoti e un vescovo. Abbiamo anche un piccolo seminario: i seminaristi sono cinque. Quest’anno abbiamo ordinato un sacerdote. ___________________________________________________________________________________
Dossier a cura di D.Q. - Agenzia Fides 22/11/2008; Direttore Luca de Mata