"La medicina è in primo luogo lotta contro la morte: una lotta, irrazionale, destinata inevitabilmente alla sconfitta finale, ma proprio per questo una lotta intrinsecamente contro la natura o, più modernamente, è una prassi profondamente anti-darwiniana, perché consente ai meno adatti di sopravvivere e di riprodursi, anziché lasciarsi eliminare dal palcoscenico del mondo": lo ha detto questa mattina a Roma, nella prima relazione al convegno Cei su "Comunicare il Vangelo nel mondo della fragilità e della salute", il giurista Francesco D'Agostino, che ha parlato su "Questione antropologica, fragilità e salute". "Gli uomini lo sanno bene - ha proseguito -: eppure è proprio questo che esigono dal medico. Al medico infatti essi non chiedono solo che operi per alleviare le loro sofferenze, ricorrendo a palliazioni secondo natura, ma anche che egli operi forzando i vincoli della natura, impegnandosi a curare perfino gli incurabili. Ha poi aggiunto che "la doverosa e ormai consolidata critica all' accanimento terapeutico non deve farci mai dimenticare che, se è atto di ragione porre termine all'accanimento, questo buon uso della ragione non deve mai essere disgiunto da sentimenti di pietà e di solidarietà verso il paziente, se non si vuole che la rinuncia all'accanimento non si trasformi in fredda e banale decisione burocratica".
“L’antropologia di riferimento della tradizione cristiana ha sempre nutrito un profondo rispetto per la natura, ma si è sempre ben guardata da ogni forma e da ogni variante di naturalismo”: lo ha detto il giurista D’Agostino, proseguendo nella sua relazione di apertura, stamane a Roma, del convegno Cei su “fragilità e salute”. Al naturalismo – ha aggiunto - “ha sempre opposto un’irriducibile resistenza uno dei punti centrali della fede ebraico-cristiana, la profonda consapevolezza di come l’esistenza umana si intrecci in modo inestricabile con l’esperienza del peccato”. “Alla possibilità di peccare si riconnette, nella prospettiva cristiana, la stessa possibilità della libertà”, ha poi affermato, aggiungendo che, nella prospettiva cristiana, “se la fragilità umana e la morte stessa sono il prezzo del peccato, solo quando il peccato sarà vinto definitivamente la morte e la fragilità umana saranno definitivamente sconfitte”. “Dio non ha creato le sue creature perché sperimentassero sofferenza e morte – ha sottolineato -, anzi perché vivessero in un contesto edenico (ed è solo attribuibile a loro colpa la fuoriuscita dall’Eden)”.
Nella parte conclusiva della relazione su “Fragilità e salute”, D’Agostino ha poi rilevato che “la medicina si trova oggi di fronte ad un bivio. Le straordinarie possibilità di usufruire di raffinate tecnologie tendono ad allontanare il medico dal letto del paziente, a svuotare di senso l’alleanza terapeutica, a burocratizzare il percorso sanitario”. Da questo deriva “un esito che è già avvertibile nella progressiva sostituzione della medicina come terapia con la medicina come mera prevenzione”. Così ne viene – secondo D’Agostino – un esito quasi paradossale: “il sorpasso della medicina che accudisce i sani rispetto alla medicina che si prende cura dei malati: cioè la sostituzione del paziente con l’unpatient, con il non-paziente”. E anche “l’estinzione stessa della medicina e la sua sostituzione con raffinate pratiche eugenetiche, volte a selezionare i nascituri per consentire la nascita solo ad una stirpe di esseri nuovi, perché liberati dal peso e dai vincoli di una natura imperfetta”. Il relatore ha poi concluso che “non è di questi sogni arbitrari e tutto sommato ridicoli che dobbiamo avere paura: si tratta di una nuova variante di quelle illusioni perfettiste, che dall’ illuminismo in poi si ripresentano sul palcoscenico della storia e che la storia moderna si è affrettata, generazione dopo generazione, a smentire”.
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