La Chiesa infatti non è una massa amorfa di persone, ma un corpo con le sue membra ben articolate e connesse; non è un ammasso di sassi, ma un tempio ben costruito, dove ogni pietra o mattone occupa il suo posto e svolge la sua funzione. La stessa parola "partecipazione", dal latino partem capere, significa prendere parte, aver una parte in qualcosa, intervenire, aderire, agire attivamente in comune con qualcuno. La liturgia infatti non è una fictio (come il teatro), ma una actio; in essa accade qualcosa in cui il fedele è essenzialmente coinvolto.
Con una serie rilevante di aggettivi, la Costituzione SC qualifica la natura di questa partecipazione nel modo seguente: essa deve essere attiva (SC, nn. 11, 14, 19, 21, 27, 30, 41, 48, 50, 113, 114, 124), comunitaria (SC, nn. 21, 27, 42), fruttuosa (SC, n. 11), consapevole (SC, nn. 11, 14, 28), facile (SC, nn. 50, 79), pia (SC, n. 19), piena (SC, nn. 14, 17, 21, 41), interna ed esterna (SC, n. 19), proporzionata e adeguata all'età, alla condizione e al genere di vita e grado di cultura religiosa dei fedeli (SC, n. 19).
Ciò che oggi ostacola la realizzazione di una siffatta partecipazione alla liturgia è, tra l'altro, il riemergere insistente dell'individualismo, da una parte, e/o di un nuovo clericalismo dall'altra parte. Dal versante della comunità cristiana l'individualismo assume i lineamenti di un'assemblea ridotta a massa amorfa, che riduce a stereotipi i comportamenti simbolici e linguistici, incapace di comprendere la dinamica della pluralità dei ministeri e dei compiti nel contesto celebrativo. L'individualismo può portare a considerare la liturgia della Chiesa come la cornice sacrale all'interno della quale esprimere le proprie devozioni. L'individualismo, poi, non è altro che il rovescio della medaglia rappresentato dal clericalismo. Si potrebbe ben dire che una lettura condotta in modo esclusivo nella direzione della sacralità legata alle persone, ai luoghi e agli oggetti, fino a ritenere essi stessi più in funzione del sacro e meno in funzione della santificazione del popolo di Dio, rende, da un lato, i ministri della Chiesa simili allo "stregone del villaggio" e, dall'altro, riduce l'assemblea dei fedeli a spettatrice anonima e passiva.
La Costituzione liturgica afferma che la partecipazione alla celebrazione liturgica avviene "con una comprensione dei riti e delle preghiere" (SC, n. 48; cf. SC, nn. 21, 35, 72)[1]. Il rito è un'azione simbolica complessa costituita da gesti e parole, con una struttura preformata e istituzionalizzata di carattere tradizionale. Più che analizzare il simbolo in sé e speculare sulla sua natura, occorre avvicinarsi ad esso partendo dalla sua funzione, dal suo ruolo nell'ambito dell'azione celebrativa. Infatti, il simbolo non è pienamente tale se non diventa azione simbolica. Quando si passa però dalla liturgia teorizzata alla liturgia celebrata, non di rado si produce una specie di cortocircuito, perché il popolo di Dio, compresi molte volte gli stessi ministri ordinati, scommette il minimo nel settore propriamente celebrativo. Non si può capire l'esperienza liturgica dal di fuori, solo concettualizzandola.
L'ingresso nella tradizione simbolica che costituisce ogni sistema cultuale matura attraverso un processo formativo o di socializzazione durante il quale si viene iniziati all'esperienza simbolica di una determinata comunità. In concreto, ci avviciniamo al simbolismo cultuale cristiano attraverso la Bibbia e la Tradizione. La difficoltà del credente a fare esperienza spirituale nell'ambito della celebrazione liturgica, non sembra tanto avere a che fare con l'eventuale oscurità dei singoli riti, ma piuttosto con una più generale estraniazione della sensibilità contemporanea nei confronti della ritualità in quanto tale. Si potrebbe dire che per alcuni credenti la natura rituale della liturgia rappresenta una specie di pietra di scandalo, un vero handicap. Sappiamo invece che il rito cristiano non è qualcosa di inconsistente, ma ha un solido fondamento cristologico, è azione memoriale ed efficace dell'evento salvifico. In quanto realizzazione simbolica dell'opera santificatrice di Dio e dell'attività cultuale della Chiesa (cf. SC, nn. 5-7), la liturgia "è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possano attingere il genuino spirito cristiano" (cf. SC, n. 10).
D'altra parte, il sospetto freudiano, secondo cui le religioni non sarebbero altro che nevrosi collettive coercitive, dovrebbe essere preso in considerazione. La religiosità decaduta ha il carattere di un'azione forzata che si estrinseca nel compimento "religioso" come un "rito". Questo, però, nell'economia psichica di un essere umano, ha un senso ambiguo, simile a quello della routine nel fenomeno del quotidiano. La ritualizzazione, se si pone in modo assoluto, è un segno di religiosità decaduta. La figura temporale della ripetizione come tale può però, d'altra parte, essere anche il mezzo per l'immergersi in un rapporto infinito.
La liturgia cristiana è una realtà viva, comunicativa ed è, pertanto, in intimo rapporto con la dinamica e le esigenze della crescita spirituale del credente che ad essa partecipa. E' necessario però essere introdotti, formati alla comprensione e all'uso del linguaggio simbolico della liturgia affinché si possa più facilmente sintonizzare con il mistero in essa celebrato. Bisogna passare dalla logica dell'utilitarismo alla logica simbolica. Nel quadro della logica simbolica, la celebrazione sacramentale non è soltanto l'esteriorizzazione di una realtà interiore, ma opera efficacemente questa realtà nel momento stesso in cui la porta ad esprimersi. Il simbolismo liturgico rivelando comunica e coinvolge il credente che è chiamato a co-rispondere. La liturgia si configura come un luogo in cui la partecipazione del credente ingloba l'intera sua persona, intelligenza e corporeità, amore e sensibilità. La partecipazione liturgica, poi, non si esaurisce nel momento rituale, ma si proietta sulla vita quotidiana come culto esistenziale. In un antichissimo documento della prima metà del III secolo circa, la Tradizione Apostolica, dopo la descrizione del rito della messa con cui si chiudono le celebrazioni della Veglia pasquale, si legge: "Terminato questo rituale, ciascuno si curi di compiere buone azioni, di piacere Dio e di vivere rettamente..." (n. 21).
Matias Augé
[1] Notiamo che nell'enciclica Mediator Dei di Pio XII, il concetto di partecipazione dei fedeli è legato non al rito, ma allo stato d'animo (cf. n. 67). Così, coloro che hanno difficoltà a entrare nella logica della celebrazione e non vogliono rinunciare a partecipare al sacrificio eucaristico, possono farlo in un'altra maniera, come, per esempio, meditando piamente i misteri di Cristo, o compiendo esercizi di pietà e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai riti liturgici, a essi tuttavia corrispondo per la loro natura (cf. n. 90).
© Dal Blog di Matias Augé - http://liturgia-opus-trinitatis.over-blog.it/article-34730188.html - 20 agosto 2009