Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
biblioteca-vaticana-1di PAOLO VIAN
Il curriculum di Nicoletta Mattioli è in bilico fra due mondi. Nata e cresciuta in Italia, formatasi alla biblioteconomia nella Scuola Vaticana fondata da Pio XI nel 1934, ha sposato un ungherese, László Béla Háry, e nel 1952 si è trasferita negli Stati Uniti, ove è divenuta un'apprezzata e stimata bibliotecaria prima nell'Università Notre Dame, nell'Indiana, poi in quella di Dayton, Ohio, uno dei migliori atenei cattolici del Paese. A questa bibliotecaria italo-americana, che unisce la dolcezza affettuosa delle donne italiane all'intraprendenza coraggiosa di quante hanno colonizzato il nuovo mondo, dobbiamo la più accurata, importante, dettagliata ricostruzione di una delle pagine decisive della storia moderna della Biblioteca Vaticana: quella collaborazione fra la secolare biblioteca dei papi e la giovane biblioteconomia americana che segnò la seconda fase della modernizzazione inaugurata da Leone XIII con l'apertura agli studiosi dell'Archivio Segreto e della Biblioteca Apostolica negli anni Ottanta dell'Ottocento. Il volume non è recentissimo ma se su queste pagine si torna a parlarne (cfr. già l'accenno di Luigina Orlandi in "L'Osservatore Romano" del 18 novembre 2009, p. 4) è perché pochi volumi hanno il rilievo di questo, come rivelazione di una straordinaria avventura intellettuale e umana che va ben al di là delle vicende di una biblioteca (Nicoletta Mattioli Háry, The Vatican Library and the Carnegie Endowment for International Peace. The History, Impact, and Influence of their Collaboration 1927-1947, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2009 Studi e testi, 455, pp. XX-749).
 Con le sue lungimiranti aperture, Leone XIII aveva iniziato un processo che non consentiva ripensamenti: quasi al termine del "secolo della storia", mentre Roma si riempiva di monumenti che oltraggiavano il papato e la Chiesa, Pecci aveva inserito l'Archivio Segreto e la Biblioteca Apostolica in un irreversibile dinamismo di "pubblicità" che aveva scosso i ritmi sino allora tranquilli di istituzioni palatine dischiuse con cautela a few happy. Convinto che la Chiesa non avesse nulla da temere dalla verità della storia, indagata con la serietà e il rigore di una ricerca senza pregiudizi, Papa Leone aveva aperto il tesoro dei suoi manoscritti a ricercatori di tutto il mondo. Primo interprete di questo processo di modernizzazione fu il gesuita Franz Ehrle, prefetto della Biblioteca dal 1895 al 1914, seguito da Achille Ratti (dal 1914 al 1918) e da Giovanni Mercati (dal 1919 al 1936). Ognuno recò il suo contributo nell'affannoso sforzo di adeguare la Vaticana - in termini di preparazione del personale, di disponibilità dei locali e delle scaffalature, di dotazione degli strumenti di lavoro - ai modelli ormai imperativamente richiesti alle biblioteche dalle esigenze della ricerca: ma i mezzi non erano mai sufficienti. Soprattutto nell'ultimo periodo della sua prefettura, Ehrle aveva sofferto di questa povertà di mezzi, in stridente contrasto con la grandezza delle ambiziose aspirazioni. Nel suo rapido passaggio, Ratti aveva difeso l'istituzione nelle strettezze della guerra ma aveva anche compreso le autentiche necessità per una reale modernizzazione della biblioteca. Divenuto Papa nel febbraio 1922, fu così lui il più disponibile ad accogliere le suggestioni, per una maggiore efficienza dei servizi e fruibilità delle collezioni, che spiravano dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, ove la diffusione del sapere per la crescita civile del Paese non erano parole vuote e senza significato.
Diverse sono le versioni sull'accensione della scintilla del contatto fra la biblioteconomia americana e la biblioteca papale. Le più accreditate riservano un ruolo particolare a Gelasio Caetani, erede di una famiglia indissolubilmente legata alla storia del papato ma al tempo stesso aperta al nuovo corso seguito alla breccia di Porta Pia, ambasciatore italiano negli Stati Uniti, uomo colto e amante degli studi. Nel 1926, comunque, Nicholas Murray Butler, presidente del Carnegie Endowment for International Peace - una di quelle fondazioni filantropiche americane promosse da magnati con grandi disponibilità economiche che non piacevano a Robert Hugh Benson - offrì il suo aiuto per sostenere la Vaticana. Nel marzo 1927 William Warner Bishop, bibliotecario dell'Università del Michigan, venne a Roma ed elaborò sul campo un progetto concentrato su tre fondamentali obiettivi: la compilazione di un indice sommario dei manoscritti su schede mobili per rendere rapidamente conto degli autori e delle opere in essi contenuti; l'inclusione degli incunaboli nella catalogazione del Gesamtkatalog der Wiegendrucke; la fusione dei diversi, antiquati cataloghi in uso per gli stampati (spesso quelli originari delle biblioteche incorporate nella Vaticana) in un unico schedario compilato secondo regole moderne e uniformi. Fra l'aprile e il luglio 1927 Eugène Tisserant, dinamico scriptor per le lingue orientali della Vaticana, visitò le principali biblioteche americane (vi sarebbe poi tornato nel 1933) e dal febbraio al giugno 1928 un gruppo di bibliotecari americani (con Bishop, James C.M. Hanson, William M. Randall, Charles Martel, Milton E. Lord e il norvegese John Ansteinsson) venne a Roma.
Dall'impegnativo confronto (anche linguistico) allora stabilito presero forma quelle Norme per il catalogo degli stampati (1931) che furono la chiave di volta dell'impresa della nuova catalogazione vaticana. Ma ora quelle regole faticosamente elaborate bisognava applicarle e per farlo ci voleva un personale esperto. Così fra il 1927 e il 1933 la Vaticana inviò a più riprese sette bibliotecari a formarsi nei migliori centri della biblioteconomia americana (Ann Arbor, New York,Washington). Erano due ecclesiastici (Carmelo Scalia ed Enrico Benedetti) e cinque laici (Gerardo Bruni, Igino Giordani, Giuseppe Graglia, Riccardo Matta e Nello Vian). Rientrati in Vaticana, i nuovi "apostoli del verbo" divennero il nucleo propulsivo della moderna catalogazione all'origine di quel grande "catalogo a dizionario" che servì per decenni gli studiosi della Vaticana (e, riversato nel contenitore informatico, continua a essere la chiave di accesso agli stampati). Nel frattempo imponenti scaffalature, fornite dalla ditta Snead di Jersey City, si incastonavano nei locali delle antiche scuderie papali, offrendo un asilo sicuro e definitivo a più di un milione di volumi.
Non è possibile seguire nel dettaglio la ricostruzione, efficace e appassionante, della Mattioli Háry, che unisce sapientemente fonti diverse, dai rapporti ufficiali alle lettere, dalle memorie private ai bilanci, dalle interviste con i protagonisti alle reazioni della stampa. Certo è che, da questo incontro difficile e faticoso fra il mondo nuovo delle biblioteche americane e l'antica biblioteca dei Papi, quest'ultima uscì radicalmente trasformata. Abituati come siamo alla facilità di ottenere informazioni sulle risorse bibliografiche di una biblioteca schiacciando un pulsante dal computer di casa, abbiamo dimenticato cosa erano le biblioteche europee appena ottant'anni fa. Anche nella library science gli Stati Uniti erano allora il futuro, l'avvenire, la modernità, ma a prenderli sul serio, soprattutto in Italia, erano in pochi. Quando Gerardo Bruni, uno dei bibliotecari vaticani inviati negli Stati Uniti, alla luce delle esperienze di quel soggiorno pubblicò nel 1929 un volume dall'eloquente titolo La biblioteca moderna, esso fu completamente ignorato e respinto dalla biblioteconomia italiana che ancora nel 1946, per voce di Giannetto Avanzi, lo giudicò con sufficienza "dominato dai preconcetti e dalle idee che in fatto di biblioteconomia fanno fortuna nell'America del Nord". Sullo sfondo di questa autarchica e soddisfatta autosufficienza del vecchio continente, l'avventura americana della Vaticana appare un gesto di straordinario coraggio e di incredibile audacia, veramente degno di quel coraggio e di quell'audacia che quasi cinquant'anni prima avevano animato Papa Pecci.
Ma ci volle anche dell'intelligente umiltà. La "prima biblioteca del mondo" - tale era l'orgogliosa consapevolezza dei bibliotecari vaticani, almeno dal Seicento - confessava di avere bisogno di aiuto per una riorganizzazione interna senza precedenti. E tale aiuto giungeva proprio da quegli ambienti laici e protestanti di oltre Oceano che tanto sembravano lontani: ma l'amore per gli studi, in definitiva per la Verità fece vincere gli ostacoli (e furono davvero innumerevoli).
Fu un incontro arduo e complesso ma fecondo fra due mondi apparentemente agli antipodi: la biblioteca dei Papi, onusta della gloria di un passato senza confronti, depositaria di un'eredità quasi senza paragoni nel mondo occidentale, il luogo per antonomasia della conservazione, si apriva all'efficienza, al pragmatismo, allo spirito democratico della società americana. Figura centrale di questo incontro, mediatore e interprete fra i due interlocutori fu quel Tisserant che, proprio da quest'esperienza, trasse l'aggettivo eponimo di "americano" che a Roma presto gli affibbiarono. Non a caso quando nel giugno 1936 Tisserant lasciò la Vaticana per divenire segretario della Congregazione per la Chiesa orientale l'avventura americana della Vaticana volge al termine; si prolungherà, è vero, sino al 1947, termine della ricostruzione della Mattioli Háry, ma ormai è solo l'ombra di quanto era stata.
Lo scoppio della guerra (1939) congiura, col risorgere di antiche preoccupazioni, nel far prevalere non il ritorno allo status quo ante (ormai semplicemente impensabile) ma un'ottica di più prudente moderazione. E poco per volta la spinta propulsiva degli anni eroici della prima collaborazione si affievolì e si spense. Eppure sono queste iniezioni di modernità che alla biblioteca dei Papi danno periodicamente degli scossoni in grado di farla progredire come poche altre. Avvenne nel secolo della nascita della moderna Vaticana, il Quattrocento, quando il Papa fondatore, Niccolò V, le offrì il modello di una biblioteca umanistica allora all'avanguardia nel panorama europeo; ricapiterà nel Seicento quando l'amburghese convertito Lucas Holste recherà nella Vaticana post-tridentina le suggestioni e le conquiste del libertinismo erudito transalpino; accadrà ancora una volta negli anni Ottanta del XX secolo quando la Vaticana fu fra le prime biblioteche in Europa ad aprirsi all'informatizzazione. L'avventura americana della Vaticana, negli anni Venti e Trenta del Novecento, è una di queste pagine di una storia gloriosa che sa sempre aprirsi al futuro. Dobbiamo essere grati a Nicoletta Mattioli Háry per una ricostruzione avvincente, documentatissima, partecipata con la saggezza e l'esperienza del bibliotecario - esemplare il bilancio finale nel ventesimo capitolo - ma anche con l'umana sensibilità di chi fra i due mondi che descrive è vissuta e ne conosce pratiche e abitudini, mentalità e culture. Proprio in ragione di questa duplice appartenenza, solo lei poteva offrirci questo volume, che rimarrà nel tempo come uno dei contributi più importanti alla storia della Biblioteca Vaticana e, a ben vedere, non solo di quella.



(©L'Osservatore Romano 25 agosto 2011)