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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
1078324-cristoantonellodamessinadi VINCENZO BERTOLONE

In uno dei suoi Discorsi, p re c i s a -mente il 185, sant’Agostino scriveva: Expergiscere, homo: quia pro te Deus factus est homo (“Svegliati, uomo perché per te Dio si è fatto uomo”). Con questo invito, piuttosto perentorio il vescovo additava ai fedeli la strada per arrivare alla comprensione del senso autentico dell’incarnazione di Dio. A quanto scrive don Armando Matteo, da circa settant’anni si sono purtroppo verificati alcuni fattori negativi che tutti ormai conosciamo a menadito: la società occidentale rischia di essere soffocata nel vortice dell’effimero e dell’utile verso il quale l’hanno trascinata una serie impressionante di “ismi” (nichilismo, edonismo, materialismo). Tra questi intoppi di percorso e difficoltà sul piano della trasmissione della fede, l’autore sottopone a un focus particolare due fenomeni strettamente correlati: l’ormai evidente difficoltà di educare le nuove generazioni e l’oggettivo disagio degli adulti a svolgere questo delicato e cruciale compito. È una complicazione, questa, che ha radici lunghe. Già nel concilio Vaticano II i padri avevano ravvisato, in armonia con Paolo VI, l’urgenza di dedicarsi in modo specifico al tema dell’a n t ro -pologia, al bisogno di interrogarsi sul rapporto tra la Chiesa e la fede da un lato, e l’uomo e il mondo di oggi dall’altro. Quella pre e quella postconciliare è in definitiva la medesima Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica in cammino. E allora? Dove sta l’inciampo, dove l’ap oria? Don Armando Matteo, come dicevo, ha puntato il dito su una carenza davvero originale, nel senso di impossibilità di confronto con elementi omologhi: per lui siamo in presenza di una generazione (quella nata tra la metà degli anni Quaranta e Sessanta) di cinquantenni–settantenni che non sono mai diventati adulti, si sono “blo ccati” (il vocabolo è dell’autore), come inchiodati da una sindrome “giovanilistica” (anche questo aggettivo è suo) che inabilita centinaia di migliaia di adulti-non adulti alla t ra d i t i o di princìpi e valori a chi veniva dopo in ordine di tempo: figli, alunni, giovani avviati al lavoro, alla vita. Il risultato, è ovviamente, disperante. Nella sua prima allocuzione alla diocesi romana Papa Ratzinger disse chiaro e tondo che le emergenze da affrontare erano tante e serie, ma la prima era quella educativa. Né il Pontefice (nel 2005, ma anche successivamente), né altri specialisti hanno ignorato le difficoltà intrinseche del processo educativo, il quale si realizza fondamentalmente tra trasmissione e personalizzazione e il suo impegno di base è evitare che la trasmissione del messaggio si risolva in un semplice indottrinamento e invece aiuti a promuovere la capacità di apprendere da sé, liberamente ed autonomamente. E inoltre sono fondamentali sia la validità della proposta sia l’a u t o re -volezza dell’educatore. Ma proprio qui nasce la tautologia, purtroppo. Storicamente parlando, partendo dall’enciclica di PioXI Divini ilius magistrisull’educazione dei giovani (1929), il magistero non ha mai trascurato questo cruciale ambito dell’apostolato di evangelizzazione proprio dei laici. Per esempio, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium del 1965 (16) e nel Decreto sull’apostolato dei laici Ap o s t o l i c a m actuositatem, del 1966 (n. 11), ed anche nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandidel 1975, dove al n. 73 PaoloVIscrive: «Per tutti gli operai dell’evangelizzazione è necessaria una seria preparazione. Lo è ancor di più per coloro che si dedicano al ministero della Parola. […] Quelli che hanno il compito di trasmettere devono manifestare la più grande attenzione alla dignità…». In tempi recentissimi, la Conferenza episcopale italiana ha segnalato con viva preoccupazione che «i giovani si trovano spesso a confronto con figure adulte demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che suscitino amore e dedizione» (Educare alla vita buona del Vangelo, 2010, 12). A questo quadro abbastanza grave e sconsolante, don Matteo aggiunge l’«aggravante» del complesso del giovane, che Sigmund Freud un secolo fa identificava con il narcisismo, che non è cosa da poco, giacché stiamo parlando di un’anomalia del comportamento sessuale, che nei casi «più comuni e meno accentuati, (per esempio l’immaturità), resta pur sempre una devianza psicotica che conduce sovente ad effetti di de realizzazione». L’autore, è vero, ha evitato perfino di adombrarlo, ma in compenso si è affidato, per quantificarne la negatività, ai dati di due ricerche sociologiche: la prima, del 1981, della rivista «Il Regno»; la seconda è quella condotta (2010) dall’Istituto Iard, su commissione della diocesi di Novara, Centro di Orientamento pastorale. Sintetizza l’a u t o re che la religione resta «nell’ambito di una più generale aspirazione alla spiritualità, ma perde la forza di elemento di costruzione dell’identità personale». I giovani rimproverano molte carenze ai formatori, segnatamente ai religiosi, che in generale diffondono di sé un’immagine poco evangelica, aggravata da uno stile di vita non improntato alla sobrietà e alla povertà. Una Chiesa nella quale restano disattesi i “tre consigli” suggeriti dal cardinale Carlo Maria Martini in limine mortis: «Il primo è la conversione […]; il secondo è la Parola di Dio; […] il terzo è rappresentato dai sacramenti». Il libro si conclude con l’auspicio che i credenti trovino il coraggio di interrogarsi sulla qualità umana della propria fede. Insomma, un testo interessante, documentato e coraggioso, che merita, perciò di essere letto e meditato.

© Osservatore Romano - 4 marzo 2014