di PIER GIORDANO CABRA I nostri erano tempi davvero duri, dal momento che gli spettacoli più ricercati erano quelli del circo dove si davano le persone in pasto alle belve o, in mancanza del circo, si poteva assistere a qualche esecuzione capitale, particolarmente sadica, come una crocifissione.
Nostro padre detestava si-mili cose e ci proibiva di parteci-parvi, considerandoli degli show scandalosi, dove si offendeva l’im-magine di Dio. Eppure è stato co-stretto a entrare in scena anche lui, contro sua voglia. Quella mattina si era alzato prestissimo per sistemare alcune cose urgenti nel suo campetto, prima della pausa di Pasqua. Ave-va lavorato sodo e, mentre ritor-nava sporco e stanco, si imbatté in uno di quei detestati cortei di cu-riosi che accompagnavano i con-dannati al luogo della ripugnante e crudele esecuzione. Chiuse gli occhi per non vedere e stava cambiando strada, quando un soldato lo requisì, imponendo-gli di prendere su di sé la croce di un condannato, particolarmente malmesso. Quel gesto era una doppia infa-mia: sia perché nostro padre, ve-nendo da Cirene, era, per il colore scuro della sua pelle, se non un extracomunitario certamente uno straniero, che si poteva vessare senza complicazioni; sia perché si temeva che il condannato non ce la facesse ad arrivare al calvario, privando così il pubblico dell’atte-so spettacolo. Che umiliazione per nostro padre dover partecipare a quella bolgia che andava contro tutti i suoi principi! Ma poi, incrociando gli occhi mitissimi e riconoscenti del con-dannato, che, con regale dignità, sembravano incoraggiarlo, avven-ne una rivoluzione dentro di lui, perché prese quella croce e salì dietro a lui, passando dal rifiuto alla accettazione, dal sentirsi umi-liato al sentirsi onorato, dall’indi-gnazione di dover partecipare a un’azione detestata alla sensazione di partecipare a un evento unico e misterioso. Deposta la croce, abbandonò immediatamente il luogo e rientrò rapidamente a casa, raccontando senza rancore il sopruso subito, soffermandosi con stupore e fervo-re insoliti su quegli occhi che lo avevano cambiato dentro, al pun-to di sentirsi un privilegiato. Noi, al momento, non ci rende-vamo conto di tanto fervore. Comprendemmo tutto pochi gior-ni dopo, quando il Signore risorto venne a ringraziare nostro Padre, che si scherniva dicendo che dove-va essere lui a ringraziare per esse-re stato scelto ad aiutare il Signo-re della gloria. E anche noi, Alessandro e Rufo (Ma rc o , 15, 21), siamo ricordati nel Vangelo per essere figli di quel ci-reneo, il quale ci ripeteva con insi-stenza che non c’è situazione dete-stabile e umiliante che non possa essere vista come una benedizio-ne, una volta che si siano incon-trati gli occhi del Signore Gesù. Grazie, papà, che ci ricordi, che la fortuna più arricchente nella vi-ta, è poter incontrare quegli occhi, che tutto cambiano!
© Osservatore Romano - 30 marzo 2013