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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
di Paolo Portoghesi
"Di questo tale architetto parlando il Bernino con un gran Prelato, il quale gli diceva non poter soffrire, che quegli per troppa voglia di uscir di regola, di buon disegnatore e modellatore che egli era, avesse sbalestrato tanto nelle opere sue, che paresse, che alcune di esse tirassero alla maniera Gottica, anziché al buon moderno e antico; disse, signore dice ella molto bene, ed io stimo che, meno male sia essere un cattivo Cattolico, che un buon Eretico".
Il giudizio su Francesco Borromini riportato dal Baldinucci nella sua biografia di Bernini è espresso in termini metaforici ma alcuni studiosi lo hanno interpretato in modo letterale come una accusa di eterodossia, tesi corroborata dal fatto che il grande architetto ticinese, cultore di Seneca, morì suicida nel 1667, dopo essersi gettato sulla sua spada.
Troppe cose però contrastano con questa tesi e consentono addirittura di rovesciarla. Anzitutto alcuni dati di fatto che emergono dai documenti. In punto di morte, Borromini ebbe tempo di pentirsi, di redigere il suo testamento e di ricevere i sacramenti e fu sepolto nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, nella tomba di Carlo Maderno, manifestando la volontà di non essere ricordato da nessuna lapide, segno commovente di umiltà da parte di un uomo che si era conquistato in vita fama e notorietà. Nel testamento, di cui fu esecutore il cardinale Carpegna, numerosi lasciti hanno una motivazione religiosa, in particolare quelli che riguardano le chiese di San Giovanni dei Fiorentini, di San Francesco a Ripa, di Santa Maria Maddalena e del Gesù, motivati dal desiderio di essere ricordato con preghiere e messe di suffragio. Una clausola scherzosa, indicativa dei buoni rapporti con la sua parrocchia, è quella che assegna mille scudi ai padri di San Giovanni dei Fiorentini "acciò siano investiti in buoni camerali et non vacabili o censi a premi ad uso de convertire il frutto d'essi in sopra più del vino, ch'è necessario per il mantenimento de quelli molto reverendi preti".
L'elenco degli oggetti che si trovavano nella sua casa dopo la sua morte chiarisce ancor meglio certi aspetti della sua personalità:  anzitutto i libri, un migliaio, che si trovavano un po' ovunque e poi i dipinti e le sculture, più di 150, tra cui 40 di soggetto religioso:  27 raffiguranti il Cristo e la Madonna, uno il Mistero del Battesimo e gli altri un gran numero di santi o di scene bibliche.
Segni di devozione ancora più tangibili, alcuni reliquiari e Agnus Dei ricamati. Di artisti e pensatori, invece, solo due ritratti, molto significativi delle sue predilezioni, di Seneca e di Michelangelo.
Da questi documenti, che certo non soddisfano a pieno la nostra curiosità, omettendo i titoli e gli autori dei mille libri - che non potevano essere se non in piccola parte di soggetto architettonico - scaturisce il ritratto di un uomo colto e devoto la cui pretesa eresia non riguardava la religione ma l'architettura.
In piena convergenza con l'immagine ricavabile da queste fonti aride e lontane c'è d'altronde la testimonianza delle opere delle chiese costruite o restaurate, San Carlino, Sant'Ivo, San Giovanni in Laterano, Sant'Agnese, San Giovanni in Oleo, Santa Maria dei Sette Dolori, la cappella dei Re Magi nel Collegio de Propaganda Fide.
Il filo conduttore della sua ricerca è profondamente legato alla intenzione di rendere visibile la fede attraverso l'architettura. Nel San Carlino, opera prima, la struttura cruciforme realizza l'indicazione delle Instructiones di san Carlo e fonde sapientemente centralità e longitudinalità. In Sant'Ivo l'ispirazione iconologica deriva dal libro della Sapienza citato in uno dei primi disegni eseguiti durante il pontificato di Urbano viii e il simbolo del chrìsmon, abbandonato da secoli, riappare non solo nei medaglioni della cupola ma nella stessa morfologia esagonale dell'organismo. Nel restauro della basilica lateranense il tema della luce è il filo conduttore di una ricerca forse collegabile all'opera di sant'Agostino e l'opera mirabile di ingegneria con cui vengono salvate e raddrizzate le pareti della vecchia basilica suggerisce all'architetto di lasciar visibili le antiche mura come reliquie con una sensibilità che ricorda quella dell'abate Sugero. Il Rasponi riferisce infatti che nella navata maggiore, dietro le cornici ovali, erano visibili i muri della basilica costantiniana.
Nella cappella dei Re Magi segni architettonici della tradizione orientale, della classicità e della eredità gotica vengono sovrapposti in una affascinante sintesi creativa, come per celebrare della Chiesa Romana la universalità e la capacità di esprimersi, in virtù della illuminazione pentecostale, in molte lingue diverse.
La testimonianza più diretta e toccante della religiosità borrominiana va però ricercata nel Libro della fabrica scritto da fra Juan de san Bonaventura che descrive con minuzia di particolari la costruzione della chiesa di San Carlino. "Et cossì noi - racconta il frate trinitario - molte volte dalle tribune et zelosie della chiesa vediamo a questi nationali fare questi attioni senza saper partirsi ni dir cossa alcuna per un pezzo. Et quello che più admira è che sempre che si guarda questa chiesa dà più gusto et pare che si vede di nuovo et lascia apetito di ritornarla a veder; per che vediamo li stessi huomini venir molte volte a vederla. Perché? Perché talmente la vedono che da tal gusto che no da fastidio, ma si desiderio di più vederla". (San Carlo alle Quattro Fontane di Francesco Borromini nella Relazione della fabrica di fra Juan de san Bonaventura, Milano, Il Polifilo, 1999) Cercando di spiegarsi il perché di tanto interesse e di tanta costanza nel vedere e rivedere fra Juan dà del fenomeno un'interpretazione ardita ma significativa:  "Mi pare che questo tenga qualche cossa di imitatione, in quanto si può dire di divinità" e cita il venerabile Beda:  "Tutte le cose del mondo, inanzi du vederle, si apetiscono veder, et, doppo di viste, danno fastidio talmente che non è più apetito di vederle, ma la essentia divina talmente dà gusto quando si vede che, saciando et repienando al alma di dolceza, non solo non fastidisce, sino che pare che dà più desiderio di vederla et sempre vedendola sempre pare cossa nuova".
Che questa straordinaria qualità di coinvolgimento intellettuale capace di vincere la stanchezza e la noia fosse un obiettivo perseguito da Borromini - che in margine a un disegno aveva scritto "per vincere il tedio" - per corrispondere con la sua arte alla realtà della chiesa non è improbabile e, anche in questo caso, vien fatto di credere che egli conoscesse quel passo di sant'Agostino (Sermo, 15, 1) che mette in relazione la chiesa materiale con quella spirituale:  "Come la nostra vista corporale si diletta di fronte a edifici materiali che siano costruiti con eleganza e magnificenza allo stesso modo quando pietre vive, ossia i cuori dei fedeli, sono cementate col vincolo della carità si ha la bellezza della casa di Dio e il luogo della abitazione della sua gloria".
Un indizio importante dell'interesse dell'architetto per gli aspetti simbolici della religione e delle gerarchie celesti si trova in un passo del Libro della Fabrica, dedicato all'affresco dell'Annunciazione di Pierre Mignard che si trovava dentro la cornice ovale sopra l'ingresso della chiesa, un frammento del quale è stato ritrovato durante i recenti restauri curati dall'architetto Degni.
Fra Juan ci informa che Borromini riteneva che non vi fosse in tutta l'Europa un altro angelo dipinto che esprimesse in modo così ammirevole "il mistero et la sua ambasciata", segno evidente che l'architetto non era indifferente al significato teologico delle immagini.
I due busti di Seneca e di Michelangelo, ricordati nell'inventario degli oggetti che si trovavano nella sua casa, ci fanno capire però come nella personalità borrominiana la fede semplice e spontanea delle sue origini di umile tagliapietre conviveva, dopo la lunga esperienza di una vita tormentata e solitaria, con il fascino intellettuale esercitato dalla nobile disciplina dello stoicismo. "A quel modo - scrive Seneca nelle Lettere a Lucilio - che dovendo navigare io posso scegliermi una nave, e dovendo prendere un alloggio posso scegliermi una casa, così posso scegliermi la morte quando devo uscire dalla vita. In nulla più che nella morte uno deve secondare la sua inclinazione. Esca di vita per dove ha preso l'avvio; sia che preferisca il ferro, sia un laccio, sia un veleno, s'affretti e spezzi i vincoli del servaggio" (Lettere a Lucilio, Milano, Bompiani, 1957, lettera lxx).
Alla tentazione del suicidio, fomentata dalla malattia e dalle frustrazioni subite e dallo "spietato orgoglio", nell'afosa notte del 3 agosto del 1667, Borromini non seppe resistere, ma Michelangelo, subito dopo, nel momento del dolore e del pentimento, poteva offrirgli un confortante aiuto. "Squarcia il vel tu, Signor, rompi quel muro/che con la suo durezza ne ritarda/il sol della tuo luce, al mondo spenta!/Manda il preditto lume a noi venturo/alla tua bella sposa, a ciò ch'io arda/il cor senza alcun dubbio, e te sol senta".

(©L'Osservatore Romano - 6 dicembre 2009)