di HANS URS VON BALTHASARLa nostra opinione non è che Péguy qui debba essere innalzato a comparire come uno dei più grandi poeti o perfino teologi cristiani. Si vuole solo raccogliere da lui elementi di una estetica teologica che potrebbero essere difficili da trovare altrove in analoga ricchezza e altrettanto chiara connessione. Anch’egli in molti tratti anticipa splendide figure di tempi successivi — Charles de Foucauld, Konrad Weiss — e ha le carte in regola per prefigurarli.
La sua opera pubblicistica e poetica è — nel suo aspetto esterno che è in questo in strano contrasto con la poetica interiore — un coacervo di frammenti, di cose incompiute, progettate su misure smisurate: di Mystères ne erano stati calcolati da dodici a quindici,Ève è interminabile, lo stile prolisso della prosa può apparire talvolta quasi vuoto, pretenzioso nelle sue ripetizioni, voluta è l’assenza di ogni piano e (come nei profeti) considerata come un dovere: car nous n’avons pas de plan, nous ne devons pas en avoir. Tuttavia c’è nella maniera litanica del suo stile (come Gide riconobbe) un principio stilistico profondo: c’è qualcosa della ripetizione kierkegaardiana, qualcosa pure della continuità bergsoniana, della mai interrotta corrente della realtà che passa e di cui vive lo svolgimento inesausto.
Il verso alessandrino a versi legati usato nelle poesie è caratteristico in quanto in esso l’enumerazione meccanica delle sillabe contrasta con l’accento ritmico, questo si sovrappone a quella senza distruggerla e viene da essa di continuo riassunto e dominato; ma le interferenze sono innumerevoli, e tutto l’insieme resta come sospeso e oscillante senza perdere solidità alla base. Questo è anche il motivo per cui Péguy, dopo un lunghissimo esercizio nella prosa, riesce subito a dominare i ritmi prosodicamente legati molto meglio che nel suo dramma giovanile. Il punto di partenza della sua estetica era stato la Cité Harmonieuse, quell’estetico ideale utopico che dovrebbe sostituire sulla terra la Civitas Dei: armonia come supremo valore, ma conquistata con la massima prestazione etica; eliminazione di ogni forma di esilio, rinuncia a ogni malattia dello spirito, classicità etica, estirpazione di ogni confusione romantica nella vita e nel pens i e ro . La tensione assoluta della vita verso questa bellezza era allora essa stessa incarnazione di bellezza, in contrasto con tutti i programmi socialistici di partito in fatto di arte; in contrasto con ogni premeditazione di definiti settori artistici: la bellezza è ciò che è «dato in sovrappiù» (par surcroît), che è regalato inutilmente agli uomini e agli avvenimenti. Ma dato che in Péguy un successo felice resta sempre legato a uno sforzo di rottura, anche a proposito della bellezza si può parlare di una autentica rivoluzione: «Niente è così angosciosamente bello quanto lo spettacolo di un popolo che si rialza mediante un risorgere profondo del suo antico orgoglio». Fino alla fine il bello per Péguy avrà la sua sede originaria non nella bella forma, ma in una fontale scaturigine della vita che rivela la propria riuscita nella riuscita della forma; perciò ogni espressione estetica ha secondo lui le sue radici in ultima analisi in un terreno religioso; un’arte diversa dall’arte adorante religiosa non conta niente per lui. Le cattedrali sono per lui «la preghiera del popolo carnale, una gloria, quasi una impossibilità, un miracolo fatto di preghiere». Esse sono «corpi dell’adorazione». La disputa con il sacerdote alla fine di Note Conjointe, piena di sottile malizia contadinesca e tuttavia senza acredine, ruota intorno allo scopo, l’utilità, l’indisp ensabilità delle tante pietre miliari lungo la strada: il sacerdote difende queste forme esterne (si tratta in pratica dell’index di Bergson), Péguy difende la bella strada diritta e il piacere di camminarvi sopra. Sì, per un piacere extra per così dire di certezza di trovarsi nella giusta direzione, si potrà anche gettare un’occhiata ai paletti orientativi, la cui «indispensabilità» viene alla fine concessa, «ma non indispensabile nel senso dell’utilità».
© Osservatore Romano - 22 agosto 2014