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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Incontri - Romano Guardini

Non ho conosciuto di persona Romano Guardini. Il teologo italo-tedesco, tuttavia, è stato un compagno affidabile nelle svolte significative della mia vita. Negli anni dello studio della teologia a Roma lo sentivo citare spesso, ma la mia conoscenza non andava al di là della curiosità per questo italiano presto trasferitosi in Germania e divenuto tedesco di spirito e di adozione. Diverso fu l’impatto che ebbe su di me alla Cattolica di Milano dove non ricordo più per quale corso di filosofia dovetti leggere L’opposizione polare. Non capii molto dei poli e contropoli come costitutivi del reale. Mi sembrava la riproposizione della tesi e dell’antitesi di Hegel. Mi rimase, invece, impresso il nome del traduttore, Guido Sommavilla, un gesuita del centro san Fedele di Milano che, da quanto dava a intendere nell’introduzione, aveva conosciuto Guardini da vicino.

Fu proprio questo particolare a rivelarsi provvidenziale qualche anno dopo, quando iniziai il mio lavoro alla Jaca Book. Bisognava allora tradurre i 7 volumi di Gloria di von Balthasar. Ma chi poteva cimentarsi in una impresa temeraria che presupponeva conoscenze serie di filosofia, teologia, letteratura? Mi tornò allora in mente il nome di Sommavilla e ne derivai il sillogismo che si rivelò vincente: se aveva tradotto Guardini, poteva tradurre anche von Balthasar. Padre Sommavilla finì per tradurre non solo 6 volumi di Gloria, bensì anche i 5 di Teodrammatica e i tre di Teologica. Tra l’altro fra i due teologi, Guardini e von Balthasar, non vi era solamente la vastità del sapere, impressionante anche solo a uno sguardo superficiale. C’era in più un modo cattolico, universale di concepire la Chiesa e l’intera opera della salvezza, uno sguardo che spaziava dalla letteratura al pensiero universale per parlare a tutti gli uomini. Niente di generico, tuttavia.

Anche cronologicamente, con le antenne tese al movimento liturgico che dai centri monastici di Maria Laach e di Beuron stava irradiando in tutta la Germania, Guardini partiva dal fondamento dell’agire liturgico. Ne parlava, inoltre, in modo così universale, così coinvolgente da conquistarsi la stima di grandi maestri e pensatori. Per tutti Max Scheler: «Trovo il suo piccolo lavoro classicamente perfetto per lo scopo prefissato e sono anche particolarmente contento che venga letto e diffuso». Seguì la chiamata all’università di Berlino dove l’inizio fu necessariamente sommesso. In una università protestante dove dai tempi di Lutero solo con spregio si parlava di Chiesa romana, proporre un insegnamento sulla visione cattolica era una sfida epocale. Presto, però, era stato necessario spostare le sue lezioni nell’aula magna per far posto ai tanti giovani, ai tanti uditori che venivano anche da paesi vicini per ascoltarlo. Tra di loro vi era anche von Balthasar venuto dall’antica capitale imperiale Vienna per ascoltare il professore italo-tedesco che dall’unicità dell’azione liturgica passava alla Chiesa contribuendo al suo risveglio nelle anime.

«La Chiesa, il dogma ci liberano da noi stessi, dal nostro sé», era la grande intuizione guardiniana. Era un pensiero di origine newmaniana, ma Guardini gli dava un vigore nuovo, ne spiegava il senso. Scrive la sua biografa Hanna Barbara Gerl-Falkovitz: «La Chiesa non è più vista come una fortezza nel mondo e contro di esso, ma come un seme nel mondo medesimo, che lo osserva e nello stesso tempo lo ascolta: la cattolicità e l’apertura al mondo non si esclusero più a vicenda, ma la visione del mondo, la Weltanschauung, divenne addirittura compito del cristiano». E tuttavia mancava ancora un punto fermo: Gesù Cristo, più semplicemente Il Signore, per formare il nucleo di un pensiero che alimentò la fede di una intera generazione di giovani.

La base di partenza di Guardini è già nel titolo, Il Signore. I dubbi, la ricerca storica, esegetica, tutto questo viene dato per scontato. Egli si pone nell’atteggiamento di Giovanni che di fronte alla pesca miracolosa esclama: «è il Signore!». Questo punto di partenza non impedisce, però, a Guardini di guardare all’uomo, anzi proprio all’uomo inquieto e in ricerca del suo tempo, di ogni tempo. A lui egli rivolge l’invito a seguire Gesù, a vivere con Lui, radicati in Lui che, attraverso i sacramenti, è divenuto contemporaneo di ogni uomo.

La contemporaneità è un’altra delle categorie di pensiero fondamentali nella visione di Guardini. Grazie all’azione dello Spirito Santo Cristo diventa contemporaneo di ogni uomo per cui la decisione della sequela è possibile qui ed ora, ogni volta che l’uomo pronuncia il suo sì. Le conseguenze positive della sequela sono la migliore giustificazione dell’atto di fede iniziale. Dichiarerà la Costituzione Gaudium et spes del Vaticano II: «Chi segue Cristo, che è l’uomo perfetto, diviene anch’egli in prima persona più uomo». Guardini anticipava di circa mezzo secolo questa affermazione.

Né su questa strada il teologo italo-tedesco si trovava solo. Lo avevano preceduto pensatori della statura di Agostino, Bonaventura, Pascal, che lo hanno costantemente accompagnato nel suo percorso filosofico-teologico. È la strada seguita anche da Joseph Ratzinger che, proprio ispirandosi a Guardini, ha a sua volta dedicato al fondatore della religione cristiana un libro possente per riflessione, per fede e per amore. E, il giorno prima di accomiatarsi definitivamente dal servizio petrino, il 27 febbraio del 2013, mostrava ai cardinali una copia autografata del libro La Chiesa del Signore che Guardini aveva scritto alla luce delle acquisizioni del Vaticano II a concilio non ancora ultimato. Quindi il papa leggeva alcune frasi dell’opera: «la Chiesa non è un’istituzione che si progetta ... ma una realtà vivente... e tuttavia rimane identica in essenza e il suo centro più intimo è Cristo». Era anche una sorta di testamento del teologo che moriva tre anni dopo a Monaco nel 1968. Dicevo all’inizio che Guardini, trasferitosi da bambino in Germania, mi sembrava ormai lontano dall’Italia. Mi sbagliavo. Nel 1993 decidemmo di dedicare alla sua figura un numero monografico della rivista «Communio». Ebbi allora l’idea di chiedere a Dorino Tuniz di intervistare il suo ultimo erede, il nipote Giuliano Guardini, che vive ancora a Isola Vicentina. Ne risultò un ritratto affascinante. Due affermazioni, testimonianze di Giuliano meritano di essere riportate. Anzitutto quella secondo la quale la maggior parte delle idee contenute negli scritti dello zio erano maturate nel parco della villa di famiglia durante le vacanze estive a Isola.

La seconda riguardava invece la persona di Guardini. Una volta, verso la fine della vita, il nipote lo convinse a compiere una gita a Venezia. Dopo aver visitato diverse chiese, Giuliano lo invitò per il pranzo in un ristorante raffinato. Al ritorno, tuttavia, zio Romano lo ringraziò, poi lo pregò di non ripetere più l’esperienza: «Ricordati — mi disse — che sono sacerdote!». Grande pensatore e scrittore, Guardini era anzitutto un sacerdote, un uomo di Chiesa votato ai giovani per i quali, come spiegò rispettosamente a Paolo VI, rinunciò anche al cardinalato.

di Elio Guerriero



© Osservatore Romano - 6 dicembre 2019