di PIERANGELO CHIARAMELLO*
Tutto il movimento di riforma della Chiesa trovò il suo inizio con la liturgia, e, fatto non marginale, a promulga-re la Costituzione conciliare S a c ro -sanctum concilium, insieme ai vesco-vi, fu Giovanni Battista Montini. Montini si trovò così ad attuare come Papa, ciò che desiderava co-me arcivescovo. Va ricordata, in questo senso, la sua formazione. Innanzitutto l’ap-porto della famiglia, dei maestri e delle esperienze monastiche.
Dall’ambiente famigliare Montini riceve una capace sensibilità, pro-fondamente impastata di cultura e devozione religiosa, che sarà la ba-se della sua personalità. Montini arricchisce la sua sensibilità e per-sonalità con il contributo di tanti maestri: padre Giovanni Semeria e Antonietta Giacomelli (lo studio storico e l’istanza del rinnovamen-to); padre Giulio Bevilacqua e Co-lumba Marmion (la percezione della Liturgia come incontro con Gesù Cristo); padre Emanuele Ca-ronti e Ildefonso Schuster (un ap-proccio più sistematico alla Litur-gia); Romano Guardini (soprattutto con l’opera I santi segni). Ma al di là di questi riferimenti, è l’immersione nello stile delle ce-lebrazioni monastiche benedettine che segna in modo indelebile la mente e il cuore di Montini. Il vis-suto liturgico benedettino, sobrio, austero, profondamente religioso, sviluppa e affina la sua attenzione, la sua sensibilità e il pieno coin-volgimento nell’azione liturgica.
L’esperienza alla Fuci respirerà di questo afflato. La liturgia viene in-terpretata come la «partecipazione al sacerdozio di Cristo», dove non c’è divisione tra interiorità. Con tale bagaglio di esperienza e cultura Montini approda a Milano. L’impatto con il contesto so-ciale lascia in lui una profonda im-pressione da cui deriva una con-vinzione di fondo: il senso religio-so sta venendo meno. Nasce l’idea della missione. Nel dopo-missione Montini scrive alla Chiesa milane-se e «tra le tante possibili conse-guenze, a una sola rivolge la sua attenzione: la preghiera». Nella Lettera Pastorale del 1958, Su l’educazione liturgica, afferma che la preghiera è il cuore del dopo-mis-sione; ma non la preghiera generi-camente intesa, bensì la preghiera del popolo cristiano, appunto la preghiera liturgica: «È questa l’ar-teria centrale (...) che deve dare al-la Chiesa più profonda e genuina coscienza di sé (...) La liturgia si pone oggi come problema centrale di vita pastorale». Il cardinale Giovanni Battista Montini diventa Papa: è il 21 giu-gno 1963. PaoloVI, assumendo la guida della Chiesa, prende le redi-ni del concilio, lo fa entrare nella vita della Chiesa. E il primo frutto è la riforma liturgica. Gli inizi del rinnovamento litur-gico sono segnati da un entusia-smo che ha le sue radici nel movi-mento che il concilio ha impresso alla Chiesa, bene espresso nel pas-so del discorso per la chiusura del-la seconda sessione del Vaticano II; movimento che trova nella Costi-tuzione sulla liturgia, uno dei suoi frutti primi e più maturi: «Sarà bene che noi facciamo tesoro di questo frutto del nostro concilio, come quello che deve animare e caratterizzare la vita della Chiesa». L’affermazione di PaoloVI confi-gura profeticamente la riforma li-turgica come anima e carattere del-la vita ecclesiale, si pone cioè co-me cuore della vita della Chiesa. La liturgia con la riforma diven-ta più adatta a irrorare e irrobusti-re la vita cristiana: il culto è scuola di pietà, di verità, di carità, cioè luogo dove si consegna ciò che della fede è essenziale, vitale da sempre. Per questo bisogna com-porre in armonia nova et vetera: non ci può e non ci deve essere rottura nella t ra d i t i o , la liturgia è come un robusto albero che affon-da le sue radici nel terreno; nessu-na contraddizione quindi, ma ar-monia e continuità fra presente e passato. L’introduzione della lingua vol-gare nella liturgia segna un pas-saggio decisivo. Il problema non è semplicemente di ordine tecnico, ma sapienziale: non solo si cambia tecnicamente una lingua, ma si di-spone sapienzialmente l’assemblea liturgica secondo il principio della «partecipazione attiva» piena e co-sciente da parte dei fedeli. La questione del linguaggio, in ordine alla partecipazione attiva, si pone in tutta la sua ampiezza; e sappiamo quanto Montini negli anni giovanili e milanesi abbia da-to attenzione massima al linguag-gio, facendone un elemento effetti-vo della fedeltà al servizio del mi-stero di Cristo e dell’uomo. Le reazioni alla riforma liturgica sono il segnale di un’incidenza e, da un certo punto di vista, anche l’indice di un autentico passaggio che si sta producendo. (...) Paolo VI si trova drammaticamente al centro di contestazioni interne ed esterne. La sua parola diventa ma-no a mano sempre più grave, sen-za mai perdere però in fermezza e decisione. (...) Ricorda che se l’es-senziale dell’Eucaristia è il conte-nuto sacramentale, non si è tutta-via autorizzati a spogliare di pro-prio arbitrio il rito stabilito dalla Chiesa; se questo avviene non solo si perde un semplice aspetto este-riore, marginale, ma viene meno lo stesso mistero, e il contenuto euca-ristico potrebbe essere messo in dubbio. Con i suoi interventi Paolo VI vuole salvaguardare l’unità della Chiesa attraverso la vigilanza dell’applicazione della riforma. (...) La missione della Chiesa ha bisogno di radici forti e robuste, solo una liturgia adeguata al mi-stero di Cristo può dare figura e sostanza a questa missione. La pubblicazione del Nuovo Messale rappresenta la più grande novità della riforma liturgica. (...) Per il nuovo rito abbiamo un’im-mutata sostanza, anche se sono state doverose le riforme, che come tali non contraddicono e non osta-colano l’unità della Chiesa, la sua coralità nella preghiera, ma anzi la favoriscono, tanto da dare avvio a una nuova epoca della vita della Chiesa. La dinamica interna della liturgia porta a una maggiore in-tensità di partecipazione, e la co-munione che ne scaturisce esprime il processo di una progressiva edu-cazione al rapporto con Cristo e con i fratelli raggiungendo una «nuova e vitale intensità». Il Papa segna il tempo, dà il ritmo, indica l’orizzonte perché la riforma cominci a incidere utilmente nel tessuto ecclesiale nel mo-do più unitario e unifor-me possibile, e il popolo sia formato da questa scuola di spiritualità e di comunione: è il concilio Vaticano II che avanza, con laSacrosanctum conciliumpun-to originante di tutto il rinnova-mento, e che comincia a lasciare il segno nella vita della Chiesa catto-lica. Il nesso tra liturgia e Chiesa è molto stretto: la Chiesa fa la litur-gia, la liturgia fa la Chiesa, il rin-novamento agisce all’interno di questa dinamica per cui non vi è riforma che non derivi da un con-cetto di Chiesa, e non vi è riforma che non contribuisca operativa-mente a cambiare il concetto di Chiesa. Ma per entrare in modo pieno ed efficace nella dinamica della riforma, è necessaria la for-mazione, lo studio. La nuova dina-mica presuppone e determina una nuova mentalità che va indagata, capita e quindi agita. (...) Cura di sé, formazione personale e comu-nitaria, a livello teologico, liturgi-co, catechistico, esistenziale, com-petenza nel celebrare: questo esige il rinnovamento della celebrazione dell’Eucaristia. Che volto ha la Chiesa del con-cilio? Ha il volto della Chiesa che prega, che aiuta l’uomo moderno a ritrovare il senso religioso e a pre-gare in verità. Il volto della Chie-sa: è una preoccupazione costante negli ultimi anni; un ritornello che si fa intenso, quasi una consegna. Negli anni che vanno dal 1974 al 1978, gli interventi in materia litur-gica si fanno più rari, la voce del Papa è meno frequente, ma nelle occasioni in cui ancora dedica tempo e attenzione alla liturgia e alla sua riforma, la sua forza emer-ge intatta, la sua parola è sicura e ferma. Il linguaggio si fa via via più netto: la riforma liturgica, co-me tutto il grande movimento di rinnovamento del concilio, è un dato di fatto, un criterio acquisito, fa parte della storia della Chiesa, è Tradizione allo stato puro. Tutto ciò che vi si oppone è semplice-mente fuori dall’orizzonte che la Chiesa si è data, non può quindi nutrirsi ad alcuna fonte certa. Il rinnovamento liturgico pro-mosso dal Vaticano II ha certa-mente trovato in Paolo VIun au-tentico promotore e interprete. Egli ha voluto dare l’avvio alla ri-forma liturgica, precisarne i criteri, mantenerne l’impulso, farne stu-diare a fondo le questioni, definir-ne il progetto, spiegarla al popolo di Dio, difenderla da attacchi in-giustificati, cogliendone ogni volta i punti chiave, e soprattutto la rile-vanza per la vita della Chiesa, sol-lecitando il popolo di Dio, in mol-teplici occasioni, ad accoglierne il principio fondamentale: la parteci-pazione attiva. Per Giovanni Batti-sta Montini il binomio liturgia-Chiesa è indissolubile, come luogo eminente di esperienza cristiana vi-va. Il rinnovamento liturgico con-figura un volto sempre più autenti-co della liturgia, per dare un volto sempre più autentico alla Chiesa.
*Studio teologico di Fossano (Cuneo)
® Osservatore Romano - 1 settembre 2012
Quella riforma pienamente montiniana
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