«Io lo guardo e lui mi guarda»: nelle semplici parole di un contadino di Ars c’è quello «scambio di sguardi» che contraddistingue la vera adorazione a Dio. Ed è stato questo il tema della quarta predica di Quaresima che padre Raniero Cantalamessa ha tenuto venerdì mattina, 5 aprile, nella cappella Redemptoris Mater, alla presenza del Papa. Ricordando lo stile di adorazione diretto che hanno i musulmani, il predicatore della Casa pontificia ha fatto presente che «noi cristiani abbiamo una diversa immagine di Dio — amore infinito, prima ancora che potenza infinita — ma questo non deve farci dimenticare il dovere primario dell’adorazione».
Che, ha spiegato, «è l’unico atto religioso che non si può offrire a nessun altro, nell’intero universo, neppure alla Madonna, ma solo a Dio. È qui la sua dignità e forza unica». Non a caso, ha aggiunto, «per indicare l’atteggiamento esteriore corrispondente all’adorazione, si preferisce il gesto di piegare le ginocchia, la genuflessione. Anche quest’ultimo gesto è riservato esclusivamente alla divinità. Possiamo stare in ginocchio davanti all’immagine della Madonna, ma non facciamo la genuflessione davanti a lei, come invece la facciamo davanti al Santissimo Sacramento o al crocifisso». «L’adorazione può essere preparata da lunga riflessione — ha affermato padre Cantalamessa — ma termina con una intuizione e, come ogni intuizione, essa non dura a lungo. È come un lampo di luce nella notte. Ma di una luce speciale: non tanto la luce della verità, quanto la luce della realtà. È la percezione della grandezza, maestà, bellezza, e insieme della bontà di Dio e della sua presenza che toglie il respiro. È una specie di naufragio nell’oceano senza rive e senza fondo della maestà di Dio. Adorare, secondo l’e s p re s s i o n e di santa Angela da Foligno, significa “raccogliersi in unità e immergersi nell’abisso infinito di Dio”». «Un’espressione di adorazione, più efficace di qualsiasi parola, è il silenzio» ha rilanciato il religioso citando un’espressione di san Gregorio Nazianzeno: «Adorare significa elevare a Dio un “inno di silenzio”». Ma, ha aggiunto, «se proprio si vuol dire qualcosa per “ferm a re ” la mente e impedirle di vagabondare su altri oggetti, conviene farlo con la parola più breve che esista: Amen, Sì. Adorare infatti è acconsentire. È lasciare che Dio sia Dio. È dire sì a Dio come Dio e a se stessi come creature di Dio». «L’adorazione esige dunque che ci si pieghi e che si taccia» ha spiegato padre Cantalamessa. «Ma — si è chiesto — è, un tale atto, degno dell’uomo? Non lo umilia, derogando alla sua dignità? Anzi, è esso veramente degno di Dio? Che Dio è se ha bisogno che le sue creature si prostrino a terra davanti a lui e tacciano? È forse, Dio, come uno di quei sovrani orientali che inventarono per sé l’adorazione?». Per il cappuccino «è inutile negarlo: l’adorazione comporta per le creature anche un aspetto di radicale umiliazione, un farsi piccoli, un arrendersi e sottomettersi». Inoltre «l’adorazione comporta sempre un aspetto di sacrificio, un immolare qualcosa. Proprio così essa attesta che Dio è Dio e che niente e nessuno ha diritto di esistere davanti a lui, se non in grazia di lui. Con l’adorazione si immola e si sacrifica il proprio io, la propria gloria, la propria autosufficienza. Ma questa è una gloria falsa e inconsistente, ed è una liberazione per l’uomo disfarsene». «Adorando — ha proseguito il predicatore — si “libera la verità che era prigioniera dell’ingiustizia”, si diventa “autentici” nel senso più profondo della parola. Nell’adorazione si anticipa già il ritorno di tutte le cose a Dio. Adorare Dio non è dunque tanto un dovere, un obbligo, quanto un privilegio, anzi un bisogno. L’uomo ha bisogno di qualcosa di maestoso da amare e da adorare! È fatto per questo». Non è Dio, dunque, «che ha bisogno di essere adorato, ma l’uomo di adorare» ha affermato. E dunque «era completamente fuori strada Nietzsche quando definiva il Dio della Bibbia “quell’Orientale avido di onori nella sua sede celeste”». Però «l’adorazione deve essere libera: ciò che rende l’adorazione degna di Dio e insieme degna dell’uomo è la libertà, intesa, questa, non solo negativamente come assenza di costrizione, ma anche positivamente come slancio gioioso, dono spontaneo della creatura che esprime così la sua gioia di non essere lui stesso Dio, per poter avere un Dio sopra di sé da adorare, ammirare, celebrare». «La Chiesa cattolica conosce una forma particolare di adorazione che è l’adorazione eucaristica» ha specificato il predicatore. «Ogni grande corrente spirituale, in seno al cristianesimo — ha ricordato — ha avuto il suo particolare carisma che costituisce il suo contributo particolare alla ricchezza di tutta la Chiesa. Per i protestanti, questo è il culto della parola di Dio; per gli ortodossi, il culto delle icone; per la Chiesa cattolica, esso è il culto eucaristico. Attraverso ognuna di queste tre vie, si realizza lo stesso scopo di fondo, che è la contemplazione di Cristo e del suo m i s t e ro » . «Il culto e l’adorazione dell’Eucaristia fuori della messa — ha fatto presente il religioso — è un frutto relativamente recente della pietà cristiana. Cominciò a svilupparsi, in Occidente, a partire dall’ XI secolo, come reazione all’eresia di Berengario di Tours che negava la presenza “re a l e ” e ammetteva una presenza soltanto simbolica di Gesù nell’Eucaristia. A partire da quella data, però, non c’è stato, si può dire, un santo, nella cui vita non si noti un influsso determinante della pietà eucaristica. Generazioni e generazioni di fedeli cattolici hanno avvertito il fremito della presenza di Dio cantando l’inno Adoro te devote , davanti al Santissimo esposto». Puntando lo sguardo sulla contemplazione, padre Cantalamessa ha ricordato che «l’adorazione eucaristica è anche una forma di evangelizzazione e tra le più efficaci. Molte parrocchie e comunità che l’hanno messa nel loro orario quotidiano o settimanale ne fanno l’esperienza diretta. La vista di persone che di sera o di notte sono in adorazione silenziosa davanti al Santissimo in una chiesa illuminata ha spinto molti passanti a entrare e dopo aver sostato un momento a esclamare: “Qui c’è D io!”». Oltretutto, ha aggiunto ricordando anche l’esperienza del rinnovamento carismatico cattolico, «la contemplazione cristiana non è mai a senso unico. Non consiste nel guardarsi, come si dice, l’ombelico, alla ricerca del proprio io profondo. Essa consiste sempre in due sguardi che si incrociano. Faceva perciò ottima contemplazione eucaristica quel contadino della parrocchia di Ars che, interrogato dal santo Curato cosa facesse in tutte le sue visite alla chiesa, rispose: “Niente, io lo guardo e lui mi guarda!”». E così «se a volte si abbassa e viene meno il nostro sguardo, non viene mai meno, però, quello di Dio. La contemplazione eucaristica si riduce, talvolta, semplicemente a tenere compagnia a Gesù».
© Osservatore Romano -6 aprile 2019