Il solo estremismo concesso ai credenti è quello della carità, disse Papa Francesco durante il suo recente viaggio apostolico in Egitto. Parlava ai musulmani, certo, ma perché intendessero anche i cattolici. Quando ci si illude di battere il gay pride con una moneta uguale e contraria si dimentica che la radicalità della fede non è estremismo, ma raccoglimento nell’essenzialedi Emiliano Fumaneri
Ho sempre amato il pensiero radi cale. Naturalmente la radicalità che auspico non è certo quella del - radicalismo pannelliano. Ancor meno la radicalità ha qualcosa a che fare con la radicalizzazione dei militanti islamisti. In un dossier sulle modalità di reclutamento dello Stato Islamico l’antropologa Dounia Bouzar ha evidenziato che il processo di radicalizzazione dei militanti è in realtà uno sradicamento.
Lo scopo della radicalizzazione è svincolare il potenziale jihadista da ogni legame naturale (famiglia, amicizia, patria) per immergere i giovani in un “puro religioso” artifciale e privo di connessioni, senza vincoli carnali e spirituali coi familiari, con gli amici, i colleghi di lavoro o di studio. Non devono esistere fedeltà di altra natura. L’unica fedeltà del militante islamista consiste nella dipendenza assoluta dal califfato. Ogni altra rete va sradicata. Essere radicale è qualcosa di molto differente.
La radicalità è un tipo ben preciso di fedeltà, che comincia con l’attaccamento al dettato della lingua. Un pensiero radicale è un pensiero essenziale, che va dritto alla radice delle cose. Essere radicali signifca essere fedeli all’originario, è la ricerca incessante della natura delle cose. La radicalità perciò non va confusa col radicalismo o con la radicalizzazione. Per il pensiero radicale il primo nemico è proprio lo sradicamento promosso dal radicalismo e dalla radicalizzazione. La volontà di sradicamento innerva ogni progetto che mira a strappare gli uomini dai legami che li rendono esseri liberi (i legami familiari, comunitari, amicali) per asservirli a legami che li rendono esseri non liberi, dipendenti da oligarchie economiche o politiche. L’uomo sradicato, non a caso, è il tipo umano perfetto per la società flessibile che piace tanto al sistema dei partiti (Renzi, Macron, Monti o Berlusconi in questo sono intercambiabili) e soprattutto alle lobby economico-fnanziarie che dettano legge nella postdemocrazia.
L’ideale di questi potentati è stato descritto da Massimo Introvigne in un articolo di qualche anno fa. Ogni anno, tra fne agosto e inizio settembre, questi potenti – i veri potenti del XI secolo – si ritrovano nel deserto del Nevada per celebrare il Burning Man Festival, il Festival dell’Uomo che Brucia. È una settimana “alternativa” che ricorda vagamente Woodstock e i raduni hippie degli anni Sessanta. C’è la droga, c’è la nudità, c’è il sesso libero. Non c’è la proprietà privata (non si può vendere né comprare nulla), non ci sono case (si dorme en plein air o in tenda), non c’è famiglia (regna lo spirito del poliamore), non c’è religione (ci sono rituali che però non trasmettono alcuna dottrina). Durante il Burning Man Festival si fa esperienza di una società perfettamente anarchica – o comunista – anche se i padroni di Google, Amazon e Facebook non si mescolano certo con gli hippie maleodoranti dato che alloggiano in tende di superlusso. Il centro del Burning Man Festival è un rituale: il falò di un grande fantoccio che rappresenta un uomo. Il fantoccio simboleggia niente altro che la vecchia umanità da abolire: l’uomo con una identità, con una cultura, con dei legami, delle appartenenze: l’uomo “fglio-di”, l’uomo che è “genitum non factum”, il “nato di donna”. È questa immagine dell’uomo (l’uomo-persona) che merita di essere consumata dal fuoco. La simbologia è chiara: il Burning Man scompare tra le famme per ricordare a tutti che nessuna identità è stabile, che niente sopravvive al tempo, che tutto è precario come la “città provvisoria” che ospita il Festival dell’Uomo che Brucia. La flosofa del Burning Man è un vero concentrato di relativismo, fa osservare Introvigne.
Ma che cosa è il relativismo se non il trionfo totale del valore-denaro? Simone Weil vedeva nel denaro uno dei vettori principali di sradicamento. Il denaro infatti è una specie di equivalente universale che converte ogni “qualità” in “quantità”. Dove il denaro assurge a misura di tutte le cose non esiste più alcuna qualità (o principio) non negoziabile. Tutto è aperto a ogni uso, tutto è commerciabile. L’uomo relativizzato perciò è anche un uomo monetarizzato. È l’uomo nomade, il déraciné, l’individuo senza radici. Un essere infnitamente flessibile, perfettamente adatto alla mobilità perpetua richiesta dalla new economy. C’è anche tutto il settore della cosiddetta bioeconomia resa possibile dallo sviluppo delle biotecnologie. La bioeconomia designa quella forma avanzata di capitalismo dove il corpo umano stesso diventa a un tempo una fonte di proftto e la materia prima di un commercio di ovuli, tessuti, embrioni, uteri, ecc. C’è da meravigliarsi che enormi interessi economici si coagulino attorno alla funzione essenziale della famiglia, cioè la generazione di nuovi nati?
La posta in gioco è questa: il tentativo di espropriare la famiglia della sua funzione procreativa per consegnarla a corporazioni trasnazionali, alle multinazionali delle provetta, ai nuovi possessori dei mezzi di riproduzione. È la somma ingiuria al proletario. Avere figli è l’unica cosa che lo differenzia dallo schiavo che, per definizione, è colui che non può avere una parentela o una discendenza. “Liber” in latino voleva dire “fglio”. Il signifcato originario di “libero” – ricorda Emile Benveniste nel suo famoso “Vocabolario delle istituzioni indoeuropee” – non è quello di essere “liberato da qualche cosa”, ma indica chi appartiene per nascita a un popolo, ossia a un insieme di famiglie. Sradicato, e perciò non-libero, era lo schiavo. Come esercitano il potere le nuove oligarchie? Attraverso il metodo del pompierepiromane. Così il potere si presenta come colui che cerca di spegnere il fuoco che ha appena appiccato. Questo nuovo ordine è defnibile come un “disordine stabilito”. In un libro molto acuto (“L’anteguerra civile”) Eric Werner ha mostrato come il disordine sia la condizione dell’ordine nelle postdemocrazie contemporanee. Nel mondo occidentale, almeno ufcialmente, le élite dell’alta borghesia “politicamente corretta” disapprovano la violenza individuale. Ma oggettivamente la incoraggiano con la diffusione mediatica del libertinismo di massa, coi suoi disvalori profondamente anti-comunitari che propiziano la progressiva distruzione, soprattutto legislativa, delle strutture e delle infrastrutture sociali, dalla famiglia naturale fno alla scuola – dove l’insegnamento dell’ignoranza, cioè l’oblio dei saperi fondamentali, si accompagna ai corsi di educazione sessuale, sicché gli allievi avranno difcoltà enormi con la matematica e la grammatica ma in compenso sapranno tutto della contraccezione e delle infnite declinazioni dell’identità di genere. Questo stato di sovraeccitazione collettiva serve, di fatto, ad anestetizzare e a depoliticizzare i cittadini, che vengono isolati gli uni dagli altri attraverso la distruzione della loro dimensione sociale e culturale e con lo sradicamento delle loro dense reti di relazioni: la famiglia, la comunità locale e professionale, la nazione, lo stato, Queste stesse élite incendiarie sono favorevoli alla globalizzazione economica e alla diffusione sempre più estesa dell’antica ideologia stoica dell’ubi bene, ibi patria (dove sto bene li è la mia patria), secondo la quale ogni cittadino deve essere un “uomo nomade” che lavora e consuma. Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta nel loro “Unisex” elencano una serie di fnanziatori della “causa gay”: l’Open Society Institute del miliardario George Soros, la MacArthur Foundation, la Fondazione Ford, la Rockefeller Foudation, Amazon. Fondi arrivano anche da Kodak, Hewlett-Packard, American Airlines, Apple, Deutsche Bank, J.P Morgan Chase & Co, Microsof, Nike, Pepsi, Toyota, Motorola, Playboy. Ma la lista potrebbe continuare. Alcune di queste corporation sono più ricche degli stati sovrani: Microsof ad esempio fattura più dell’Ecuador, Amazon è più ricca dell’Azebaijan, Google più della Bielorussia. Crediamo davvero che Soros e lo stato italiano (quasi un milione di euro alle varie sigle LGBT) fnanzino l’associazionismo arcobaleno solo per afnità ideologiche o per simpatia? George Soros si è ispirato a una delle opere più famose di Karl Popper (“La società aperta e i suoi nemici”) chiamando “Open Society” la sua rete internazionale di iniziative politico-culturali. La società aperta di Popper coincide con la Big Society (Grande società) di Hayek, una società dove è il mercato a stabilire le regole sociali, senza riguardo per alcun ordine morale. La Big Society non ha più un mercato. È diventata essa stessa un mercato, una società di mercato. Una società di mercato, scrive Michael J. Sandel, è «un modo di vivere in cui i valori del mercato penetrano in ogni aspetto dell’attività umana. Un luogo dove le relazioni sociali sono trasformate a immagine del mercato». La questione del matrimonio omosessuale è funzionale a questo progetto: la trasformazione della società in una “società economica pura” (Augusto Del Noce). Il conflitto tra una minoranza discriminata di “omo” e una maggioranza di “etero” che vuole conservare gelosamente i propri privilegi è solo una rappresentazione mediatica, una narrazione ideologica che mira a creare contrapposizioni fttizie per nascondere la vera radice del conflitto e ingannare l’opinione pubblica, molto sensibile nelle società democratiche al tema liberale dell’estensione di “un massimo di diritti per un massimo di individui”. L’associazionismo LGBT in questo schema assolve la stessa funzione assegnata un tempo al proletariato dai “rivoluzionari di professione”: una specie di esplosivo sociale utile solo a scardinare le fondamenta della società borghese. Le élite pertanto hanno tutto l’interesse a esasperare gli animi lungo la linea di frattura omo/etero. Naturalmente l’ideologia provvede a mascherare questo disegno dietro la vaporosa retorica dei “diritti civili”.
Ma nel tentativo di abolire la famiglia per via legislativa c’è qualcosa di più che la lotta tra “omo” e “etero”. C’è soprattutto il mondo che questi nuovi e ricchissimi potenti vogliono prepararci. Lo scopo reale è un altro: dissolvere l’immagine dell’uomo come “liber”, come “fglio-di”, che deve bruciare come il Burning Man. Ma dove l’uomo-liber si estingue non c’è più l’uomo-persona. Non resta altro che il fglio di nessuno: l’uomo-merce, l’uomo-cosa, l’uomo-schiavo. Lottare per la famiglia e gridare che le persone non sono cose o merci allora è una battaglia per il benefcio di tutti, inclusi i militanti delle associazioni LGBT, i primi ad essere ingannati da un’ideologia menzognera che promette loro felicità al prezzo dell’abolizione del “sistema eterosessista”. Agli slogan del potere dovremmo opporne altri: “Liberi – cioè fgli – di tutto il mondo, unitevi!”. Un pensiero radicale, un pensiero che va alla radice, combatte per una verità scritta nella lingua che usiamo tutti i giorni, una verità che vede minacciata. Lotta “per” i legami che liberano “contro” i legami che schiavizzano. Non lo fa per il gusto sterile della contrapposizione. E nemmeno per spirito di fazione o di tifoseria, come se fosse questione di far trionfare la fazione degli “etero” contro la fazione degli “omo” o quella dei “cattolici” contro gli “acattolici”. Un pensiero radicale si batte per la libertà di ogni uomo, compreso l’uomo turlupinato dal nuovo sistema della menzogna, per dirla con le parole di Aleksandr Solgenitsin. Accreditare la lettura propagandistica omo/etero per eccesso di vis polemica non solo è irresponsabile. Peggio, è il massimo della miopia, quasi una forma di autoboicottaggio. In questo abbaglio incorre chi riduce la resistenza pro-family a una battaglia confessionale o, ancora peggio, alla contrapposizione tra “eterosessuali” e “omosessuali” (le parole chiave dell’ideologia). Così facendo non solo si avalla lo schema degli ideologi del gender, che riducono la persona al suo orientamento sessuale, ma si conferma anche lo schema “omo contro etero” funzionale all’approvazione di leggi che si prefggono di cancellare la presunta discriminazione (ddl Scalfarotto, Cirinnà, ecc.). È quanto accade quando si confonde la radicalità con l’estremismo. È l’equivoco in cui cade un intervento come quello di Elisabetta Frezza apparso sulla Croce di giovedì. Estremista è chi non va alla radice delle cose e identifca schmittianamente il nemico nel mondo gay convocando un Catholic Pride in risposta al Gay Pride. L’estremismo è la malattia infantile del tradizionalismo cattolico. La cristianità ha sempre conosciuto – e combattuto – gli eccessi estremistici. I santi e i veri riformatori della Chiesa sono sempre dei radicali, non degli estremisti. Il santo vuole ritornare alle fonti, vuole attingere di nuovo alle origini per ridare una forma nuova alle cose. Mai un riformatore parlerebbe di «neo-chiesa» o di «chiesa che fu cattolica» perché un santo, più di chiunque altro, sa – non solo con la mente, ma anche col cuore – che è Cristo stesso ad aver promesso che «le porte degli inferi non prevarranno contro di essa».
Per un santo la Chiesa si scrive sempre con la maiuscola perché il santo, conoscendo più di ogni altro le profondità del proprio peccato, sa distinguere tra la Persona e il personale della Chiesa. Estremisti furono, alla fne del I secolo, i discepoli di un tale Montano, un oscuro predicatore della Frigia. I montanisti si caratterizzavano per la ricerca ostentata del martirio e per la provocazione gratuita (come l’abbattimento di idoli e l’incendio di templi), oltre che per la fortissima polemica antigerarchica. Sono le caratteristiche di ogni frangia lunatica: il movimentismo allo stato puro, liquido, che vagheggia irrealizzabili palingenesi sullo sfondo di un irrazionalismo volontaristico e violento. Estremisti furono i falangisti spagnoli col loro grido “Viva la muerte!”. Tutt’altra cosa la testimonianza di un san Massimiliano Maria Kolbe, che amava troppo la vita per esaltare la morte. Il vero martire cristiano non sfda i suoi persecutori. Un santo non incita a fare il male, nemmeno se è la sua carne a dover essere sfregiata. Per un cristiano il corpo non è una proprietà privata, è il tempio dello Spirito Santo, è opera divina. È sempre la creazione divina a essere oltraggiata quando si deturpa la materia. Il santo francescano non avrebbe mai esortato, in tono di sfda, i suoi carnefci a sputargli in faccia. Massimiliano Kolbe non muore solo per salvare un padre di famiglia. Muore prima di tutto per la Legge di Dio e dunque per ogni uomo, buono o cattivo che sia. Muore in particolare per le SS capovolgendo davanti ai loro occhi la legge del Lager che aspira ad abolire la legge divina. Auschwitz vuole impartire agli uomini una morte disumana. Massimiliano Kolbe testimonia, nel cuore stesso di Auschwitz, la possibilità di una morte santa. Anche ad Auschwitz si può morire d’amore. Questo ci dice il martirio di san Massimiliano. I nazisti per Massimiliano Kolbe non sono nemici. Sono le prime vittime dei loro atti malvagi. Non si rendono conto che gasando gli ebrei stanno soffocando la loro stessa anima. Le SS sono i primi destinatari della sua testimonianza. Massimiliano Kolbe amava la vita e odiava la morte. Per questo seppe morire per gli altri. Il santo va alla radice delle cose. E la radice di tutto è la carità. Deus Caritas est.
L’identità cattolica diventa estremista quando dimentica che “cattolico” non vuol dire “agitatore cattolico”, quando dimentica che la linea di frontiera tra il bene e il male attraversa i cuori. Non si è cattolici alla stessa maniera in cui si è membri di un partito o di una corporazione. La cattolicità non è una identità “più grossa” e rilevante di altre appartenenze (l’identità nazionale, regionale, familiare, partitica, associazionistica, ecc.) che devono fnire per essere da lei fagocitate. Non è la radice più voluminosa che si estremizza a danno di tutte le radici concorrenti. Così infatti operano i tumori o i parassiti. Una concezione “tumorale” del divino è precisamente l’errore di quella forma di estremismo nota come fondamentalismo. L’errore del fondamentalismo è prima di tutto teologico. Il fondamentalista confonde il soprannaturale col sopracreaturale. Per il fondamentalista Dio è una specie di supercreatura, un King Kong celeste che reclama per sé ogni spazio dell’attività umana. Il dio fondamentalista è in diretta competizione con l’uomo. Essendo estremo non può tollerare di avere limiti. Deve invadere ogni spazio dell’uomo. Ecco perché assume quel tono opprimente tipico di tutto ciò che esige di sacrifcare tutto a sé. Un Dio che chiedesse simili sacrifci non sarebbe il Dio che dice «misericordia io voglio e non sacrifci» (Mt 9,13). Non sarebbe che un idolo. Il vero Dio, al contrario, non è una supercreatura che schiaccia la creatura. Dio per un cristiano è la fonte di tutte le cose, è la sorgente del nostro essere. Dio è l’Essere stesso. La cattolicità allora non può essere concepita come una identità concorrenziale che gareggia, ad esempio, con l’italianità. La cattolicità è la radice stessa della nostra esistenza, l’origine, il senso di tutta la nostra esistenza, il sale che insaporisce ogni nostra azione e ci rende, semmai, italiani e cittadini migliori. Non è una identità chiusa che spinge a costruire contro-società di puristi indignati.
L’estremismo è sempre privatistico, particolaristico, frazionistico, incapace di perseguire il bene comune. Solo chi nutre la radice sa coltivare l’universalità (la vera cattolicità, etimologicamente) e può impegnarsi per un bene che a un tempo è di tutti e di ciascuno. Con la radicalità la politica unisce l’impegno civile e la testimonianza. Solo così realizza davvero la forma più alta di carità. Radicalizziamoci allora, non estemizziamoci.
© http://www.lacrocequotidiano.it - 20 maggio 2016
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