Di padre Segundo Galilea apprezzavamo la chiarezza, la semplicità e la profondità delle riflessioni, unite a una rara sapienza cristiana e spirituale. Soprattutto la sua povertà era disarmante. Viaggiava con una vecchia valigetta nella quale metteva pochissimi e consunti effetti personali, qualche foglietto scritto a mano e un sacchetto di plastica contenente la sua pipa e un po' di tabacco. Era schivo di complimenti, di parole inutili, di lunghe conversazioni, di chiacchiere, tanto che appariva quasi scontroso, ma poi nel trattare con le persone era cordiale, accogliente, sereno e buono. A ospitarlo ci si trovava a disagio perché non ammetteva nessun aiuto, si faceva tutto da sé anche in modo un po' approssimativo, al punto che occorreva insistenza e persuasione per avere il permesso di mettere un po' di ordine fra le sue cose.
Le giovani suore dell'Argentina a volte lo ospitavano nella Casa di formazione, dove si sentiva a suo agio, mentre negli ambienti troppo strutturati da convenzioni sociali accettava con sapiente umiltà il posto che gli assegnavano senza chiedere nulla.Ai funerali del padre Galilea, don Fernando Tapia Miranda, ha detto: "Se potessimo riassumere la sua vita in una frase dovremmo dire che fu una testimonianza vivente della radicalità del Vangelo. Non possedeva niente di proprio. Quando soggiornava a Santiago, veniva sempre ospitato da qualcuno. Negli ultimi anni occupava una piccola stanza del nostro seminario pontificio. Non lo abbiamo mai visto possedere un'automobile. Viaggiava con una piccola valigetta in mano e la sua immancabile pipa. Molti anni prima di morire aveva fatto dono di tutto il denaro proveniente dai diritti d'autore dei suoi libri, di quello ottenuto per le sue conferenze, corsi e ritiri che aveva dato nelle diverse parti del mondo, all'arcivescovado di Santiago per finanziare ritiri nei settori più poveri della nostra arcidiocesi".
Segundo Galilea era nato a Santiago del Cile, il 3 aprile 1928. Era stato ordinato sacerdote il 22 settembre del 1956, con la speranza di partire in missione. All'inizio degli anni Sessanta, ricevette l'invito a lavorare alla preparazione di missionari nella città di Cuernavaca in Messico. Dopo alcuni anni di questo lavoro, il Consiglio episcopale latinoamericano lo convocò per far conoscere il concilio Vaticano ii in un Istituto di pastorale itinerante e di questo istituto divenne direttore a Medellín e Bogotà. Fino al 1975, percorse in lungo e in largo l'America Latina, impegnato a proporre riflessioni, ritiri, esercizi spirituali. Quindi iniziò un rapporto con le Pontificie opere missionarie e insieme ad altri sacerdoti organizzò un istituto missionario per l'estero. Viaggiò molto nelle Filippine e nella Corea del Sud.
Più tardi visse per un periodo di tempo negli Stati Uniti, lavorando con gli emigranti e mettendosi a contatto con gente di ogni nazione.
Il suo desiderio d'essere missionario continuava a crescere fino a concretizzarsi nel pensiero di trovare una missione più stabile. La Provvidenza gli si manifestò quando incontrò a New York l'arcivescovo dell'Avana, Jaime Lucas Ortega y Alamino, poiché erano alloggiati nella stessa casa. In quell'occasione il porporato lo esortò ad andare a lavorare a Cuba. Tuttavia, prima di poter realizzare il suo desiderio, passarono altri dieci anni. Intanto veniva chiamato da ogni parte per ritiri, conferenze ed esercizi spirituali, e scriveva libri molto apprezzati per la loro concisione, chiarezza e brevità. Era invitato da congregazioni religiose e da vescovi per la formazione dei sacerdoti. La Conferenza dei religiosi per l'America Latina lo invitava spesso per i suoi corsi di formazione. Le più importanti riviste di teologia gli chiedevano collaborazione.
Nel 1997 l'arcivescovo di Santiago del Cile gli chiese di far parte del gruppo di esperti al quale era stata affidata la redazione delle conclusioni del nono sinodo diocesano. Questo sinodo vide una partecipazione straordinaria di laici che si erano preparati fin dal 1994. Padre Segundo scrisse parte del capitolo sulla spiritualità cristiana, dove sosteneva: "Se vogliamo una Chiesa più missionaria, più coerente e testimoniale, più partecipativa nella comunione, significa che vogliamo una Chiesa più spirituale, più orante e più contemplativa, cioè più bella, che, come Gesù, sia il Vangelo del Padre per la forza dello Spirito".
Infatti, padre Galilea ebbe subito la lucidità necessaria per rendersi conto che l'impegno socio-politico dei cristiani per la liberazione aveva bisogno di un solido fondamento spirituale che sviluppò per mezzo della sua attività di maestro, predicatore e padre spirituale. Più d'uno lo definì il "padre spirituale dell'America Latina".
Mentre si trovava per un breve periodo nel seminario maggiore di Santiago, il cardinale Ortega lo invitò a partecipare a un simposio sulla Chiesa in America Latina, propedeutico al sinodo continentale dal quale nel 1999 nacque l'esortazione apostolica di Giovanni Paolo ii Ecclesia in America.
Subito dopo lo stesso porporato gli propose fare il direttore spirituale del seminario San Carlos di Cuba. Dopo aver dialogato di questa possibilità con l'arcivescovo di Santiago del Cile, Francisco Javier Errázuriz Ossa, nel marzo del 2000, padre Segundo partì per Cuba. Così, disse a un giornalista che lo intervistava: "Per venire qui, dovevo farlo per un tempo lungo, alla mia età potrebbe essere l'ultimo lavoro. È il primo cento per cento missionario. Questo è il cambiamento più profondo e ultimo del mio sacerdozio".
Nella stessa intervista del 2001, padre Segundo diceva: "È come sposarsi a sessant'anni, è la conclusione di un itinerario coerente e incoerente. Coerente perché ho sempre sentito la vocazione per "andare", la quale viene dallo Spirito Santo; da quando sono diventato prete, mai sono stato molto tempo nello stesso posto. Incoerente perché questa missione si presenta alla fine, quando ormai non lo speravo più. Forse è perché adesso sono preparato. È come se avessi avuto molte fidanzate e come se mi sposassi adesso, a sessant'anni".
A Cuba padre Segundo perdette quel po' di salute che ancora gli restava. Già da tempo era molto affaticato: i viaggi, le conferenze, i continui cambiamenti di luogo, di casa, di lingua, di cibo, di cultura lo avevano sfinito. "A Cuba si lavora con pochi mezzi, pochi sacerdoti e religiosi, ma si impara a prendere il meglio della vita; si prende il tanto e il poco, si dà valore all'essenziale".
Il ritorno a Santiago fu, probabilmente dettato da necessità di salute, così, dopo anni di pellegrinare sulla terra, sempre da straniero, ma sempre da amico, nella dedizione più radicale agli altri, padre Segundo Galilea, si è spento la mattina del 27 maggio, giorno consacrato a Gesù, eterno sacerdote.
Padre Galilea viene definito un "teologo della liberazione", e veramente appartiene a quel periodo storico in cui la teologia della liberazione era la grande protagonista in America Latina e si diffondeva nella mentalità teologica della Chiesa e nel mondo. Ma non fu mai un estremista, né mai si lasciò manipolare da correnti fuorvianti o da polemiche sterili e superficiali. Padre Segundo visse il suo impegno nell'adesione fedele a Gesù Cristo e alla Chiesa e la sua predicazione instancabile aveva al suo centro Gesù di Nazaret, la Chiesa, la missione, l'evangelizzazione. Pur accettando molti aspetti della teologia della liberazione, desiderava che essa avesse un'anima ben fondata nella sequela a Gesù Cristo, unico e vero salvatore e liberatore. E che il popolo cristiano si mantenesse strettamente unito a Gesù Cristo con la preghiera e la contemplazione. Questa era la sua mistica: l'adesione al Dio della vita rivelatosi in Gesù di Nazaret.
I suoi scritti sono densi di mistica missionaria, d'adesione a Gesù, povero e obbediente, di tentativi per portare la gente di Chiesa a riflettere che non esiste dinamismo missionario senza una radicale adesione a Gesù Cristo. Il suo tema preferito era la "misericordia di Dio" che si china su noi, sulla nostra miseria per elevarci a lui. Da qui la sua insistenza nella sequela di Gesù in obbedienza alla Chiesa che ne spiega, secondo i tempi, una modalità sempre più profonda. La preoccupazione di padre Segundo Galilea era che l'impegno per i poveri e gli emarginati non si limitasse all'aspetto - pur ammirevole - dell'assistenza umana e che perdesse quello spirito cristiano che è proprio dell'insegnamento cattolico. In un'intervista dove esplicitamente gli chiedevano se lui poteva dirsi un teologo della liberazione, rispose: "La teologia della liberazione è stata caricata di politica e ideologia, ma ha mancato di mistica, e questo è stato il mio contributo". Nella stessa intervista, alla domanda se il messaggio spirituale possa trovare seguaci in un mondo così materialista, ha risposto: "La spiritualità è uno degli argomenti sopra i quali io porto la mia riflessione in quello che scrivo. Credo che a ogni cristiano questo interessi molto".
Senza la fede in Dio e in Gesù Cristo non vi può essere vera carità: "Non c'è carità integra e universale senza fede. Certo, c'è l'amore e l'umanitarismo in molte persone che non hanno fede, perché questo fa parte della natura umana che è immagine di Dio, e lo Spirito Santo, d'altra parte, in qualche modo agisce in tutti. Però questo amore sarà sempre parziale e precario, avrà sempre orizzonti limitati. L'apertura alla fede per queste persone, da una parte può significare la necessità di mantenere l'autenticità del loro umanitarismo e del loro amore, e d'altra parte la possibilità di slanciarsi verso la pienezza e la potenzialità della carità che esiste nel cuore umano e che attende, per potersi accendere, la scintilla che produce la conversione alla fede".
Dietro la spinta di tante istanze pastorali che venivano dall'America Latina e soprattutto dall'impulso dato dai documenti di Medellín e di Puebla, influenzando fortemente lo stile missionario di molte congregazioni religiose, padre Segundo si dedicò anche a dare la sua pennellata di spiritualità, dimostrando con semplicità e aderendo allo spirito dell'insegnamento della Chiesa, cosa si intendeva per "inserimento". Spiegava infatti: "L'"inserimento" è un tema che va acquistando sempre più importanza sia nella teologia che nella pastorale, nella vita religiosa e nella spiritualità del cristianesimo contemporaneo. Esso è stato motivato dal rinnovamento missionario degli ultimi quarant'anni, e dalle sfide della crescente secolarizzazione e scristianizzazione delle società, oltre che dalle emergenti maggioranze di poveri ed emarginati. Di fronte a questa situazione, la missione ha dato maggior accento alla dimensione del dialogo, della testimonianza, del servizio solidale e della ricerca dei più poveri e diseredati, "le pecore senza pastore" (Marco, 6, 34). Tutto questo esige l'inserimento della comunità apostolica nei diversi contesti, perché non si evangelizza né si redime quello che non viene assunto in Cristo e non si condivide come condizione umana: "Quello che non è assunto non è redento", secondo un antico principio di sant'Ireneo sulla incarnazione".
Più tardi, venuto a contatto con le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, rispondendo a un invito della superiora generale che in quel tempo gli aveva scritto invitandolo a una serie di conferenze per la formazione permanente delle missionarie, padre Segundo si trovò immerso in un contesto dove tutto gli parlava di santa Francesca Saverio Cabrini. Viaggiò molto in Brasile e Argentina, in Italia e negli Stati Uniti sempre incontrandosi con le missionarie cabriniane.
Il tema delle sue conferenze e riflessioni era sempre incentrato sulla spiritualità del Sacro Cuore nell'ottica di madre Cabrini, e per questo la conoscenza con la santa veniva a integrarsi con la vita vissuta delle missionarie. Madre Cabrini dovette necessariamente esercitare su di lui una qualche pressione spirituale, perché pur nell'assoluta discrezione e riservatezza - il padre non parlava mai di se stesso - quando soggiornò a Codogno, in Italia, prima casa fondata da madre Cabrini, confidò a una suora di aver ricevuto una grazia. Forse lì, davanti alla reliquia del cuore di madre Cabrini, o nella stanzetta della santa che padre Galilea visitava nei momenti di calma e di solitudine.
Egli diede così un fondamentale contributo nei confronti di un nuovo evento missionario che, dall'inizio degli anni Novanta in poi, fu fondamentale per la congregazione cabriniana: la partecipazione dei laici alla missione. Padre Segundo sostenne in molte occasioni la formazione dei laici cabriniani, facendo loro conoscere la spiritualità del Sacro Cuore di Gesù. Con le sue motivazioni e riflessioni sul Vangelo, venne coinvolto nel nuovo corso che associava molte persone laiche al carisma di madre Cabrini. Per qualcuno fu anche un ottimo direttore spirituale.
(©L'Osservatore Romano - 26-27 luglio 2010)