Nel discepolato del cristiano, perenne camminare dietro a Gesù, ci possono essere degli atteggiamenti bipolari se non schizoidi che sottolineano e compiono la peggiore forma di empietà. Lo ricorda proprio il Signore con il profeta Isaia:
“Perciò il Signore dice: «Poiché questo popolo si avvicina a me solo con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me, e il loro timore di me è solo un comandamento insegnato da uomini” (Is. 29,13)
Questa dicotomia esistenziale è quanto di più lontano dal senso autentico dello Shemà, dal fedele che appartiene a Dio e dal popolo che può fregiarsi dell’orgoglio, sobrio e non ostentato, di appartenergli.
Ma è noto che, nel tempo, il cuore dell’uomo inventa forme sempre più raffinate per fuggire al Suo Bene e il discepolo oggi passa dal formalismo esteriore al formalismo intimista. Con tutto il rispetto per la Parola di Dio oggi potremmo sentire queste parole dal profeta:
“Perciò il Signore dice: «Poiché questo popolo si avvicina a me solo con i sentimenti e mi onora con le emozioni, mentre il suo cuore è lontano da me, e il loro timore di me è solo un comandamento con una intimità deviata che non svela nella vita a chi appartiene”.
Il “cristianesimo anonimo” rischia di essere una rinnovata forma di empietà se tradisce il suo essere cristiano; trasformandosi in una sorta di ateismo pratico o ideologico con la patinatura della cristianità usata come un distintivo o come un accessorio. Il “discepolato” bipolare cade in un equivoco di pura comodità accidiosa che nulla ha a che vedere con il martirio. Sicché non si svela nelle nostre scelte, nei nostri atteggiamenti, nelle nostre posizioni, nelle relazioni, nella carità viva, a chi apparteniamo e non rendendo lode e gloria a Colui che tutto promuove nel Bene. Per non apparire devozionalistici negli ambienti di lavoro, il ché è comunque un bene, rischiamo di non svelare chi è il centro del nostro vivere, respirare e pensare.
Si vede chi ha rapito il tuo cuore? È domanda che dovremmo farci sempre.
Oggi Signore ti ho seguito e ho reso trasparente questa sequela come il motore autentico della mia umanità?
Suonano tremende le parole di Fulton Sheen:
“Ogni anima che incontriamo può essere un’anima da convertire. Il male non è soltanto che molti mancano di fede, ma che noi non li invitiamo mai ad abbracciarla. A un avvocato non cattolico che si trovava in punto di morte, un collega cattolico, che era stato suo socio di studio per vent’anni, chiese: «Ora che ti stai avvicinando alla fine, perché non accostarti alla Chiesa?». Il morente aggrottò la fronte. «Se la tua fede è stata così poco importante per te nei venti anni che abbiamo trascorso insieme – rispose – non vedo che differenza possa fare adesso».” (Fulton J. Sheen, da "Il Sacerdote non si appartiene" edizioni Fede e Cultura)
Come già detto, non si tratta di ostentare ma di “sobria ebrezza nello Spirito” coltivata e seguita semplicemente perché non possiamo donare e riverberare la nostalgia del Cielo se non è la nostra nostalgia.
Se l’Eternità non illumina il tempo che valore avrà il tempo? E se la Resurrezione di Cristo, il Suo avere vinto, definitivamente, il mondo, la carne e il nemico non è certezza del cuore, personale e nostro, come potranno le mani, gli occhi, la mente, trattenersi da non renderlo evidente? E se non c’è questa vita che irrora con la purezza tenera e sobria della luce come potrà svelarsi l’umano e la sua dignità? Come potrà fiorire il Bene Comune senza essere nello stupore?
Abbiamo una bellissima e grande responsabilità in questo che è il preambolo del Bene Comune.
La fede messa in un angolo nascosto e non condivisa, con sobrietà, innocenza e bellezza, è una rinnovata forma di empietà e una raffinatissima forma di auto-erotismo da cui fuggire senza esitazione.
Paul Freeman