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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Cristo-in-Crocedi ROMANO PENNA

Ogni illuminista dovrebbe convenire sull’ovvia constatazione che, se non l’oggetto della fede cristiana, certamente il dato stesso della fede in Gesù, dichiarata dalle prime comunità post-pasquali, è altrettanto storica quanto lo fu la vita di lui.
Questa fede potrà anche essere giudicata indebita e sproporzionata, magari una sovrastruttura, ma non solo essa appartiene comunque allo zoccolo duro della storia, bensì soprattutto essa va spiegata, tanto più perché segue appena a mezza ruota, e non di più, alla fine tragica di quel Nazareno. La spiegazione della fede pasquale non consiste solo negli incontri con il Risorto/Risuscitato, che in realtà risultano essere stati solo la scintilla che fece scoppiare l’incendio. Quella scintilla semplicemente si innestò sulla conoscenza del Gesù terreno, su ciò che egli aveva rappresentato di nuovo e di grande agli occhi dei suoi discepoli. Con quella concreta conoscenza la nuova fede si coniugò inscindibilmente, anzi essa rimanda inequivocabilmente alla dimensione storica di lui, per non dire che fu la stessa fede in lui a permettere il suo recupero storico quasi fosse necessario «credere per vedere». La risalita dalla fede pasquale al Gesù terreno, pur tacendo sull’ormai abusato discorso circa i criteri di storicità, deve tenere conto di fattori diversi. Il primo consiste semplicemente nel constatare che a interessarsi di Gesù, della sua vicenda e della sua persona storica, sono stati soltanto i suoi discepoli, cioè dei credenti in lui. In effetti, il dato sempre sorprendente per una mentalità cosiddetta “laica”, è che la coltivazione e la trasmissione della memoria del Gesù storico non avvenne al di fuori di una genuina, sia pure variegata fede nella sua identità di uomo fuori del comune. E questa constatazione non è riducibile a un semplice «truismo», come qualcuno vorrebbe, o, se lo è in quanto dato indiscutibile, bisogna almeno chiedersi perché i primi documenti su Gesù siano prodotti di fede e in più quale sia il senso di questo fatto. È secondario constatare che questa fede ebbe formulazioni diverse. Ma avrà pure un suo significato il fatto che è stata appunto la fede ad assicurare Gesù alla storia, dato che nessuno che non fosse stato suo discepolo si interessò minimamente a lui e tantomeno a tramandarne la memoria. Questo fatto, a volte etichettato come “non neutrale” o “di parte”, costituisce in realtà il dato più sorprendente e quanto mai sintomatico. Infatti, non Erode, non Caifa, non Pilato, e pure nessuno dei farisei o degli scribi che ebbero spesso a che fare e discutere con lui lo ritennero degno di attenzione né narrativa né teoretica. Se poi si riuscisse a dimostrare che la motivazione di questa congiura del silenzio fosse materiata di motivi polemici, il dato sarebbe ancora più int e re s s a n t e . Comunque, l’interrogativo inevitabile che ci si deve porre è questo: come mai un ebreo davvero “m a rg i -nale” nel mondo mediterraneo del tempo, cioè del tutto ignorato fuori di Israele, proveniente da un villaggio come Nazaret, da cui a quanto pare non veniva niente di buono (cfr. Giovanni, 1, 46), è passato poi al centro dell’attenzione? Certo questo interesse fu esclusivo di quelli del suo gruppo, i quali, nonostante la ignominiosa fuga del primo momento, giunsero inopinatamente a proclamarlo persino Kyrios. Evidentemente essi avevano conservato di lui una memoria viva, che fu poi attivata e stratificata in varie tradizioni orali prima di sedimentarsi nei diversi scritti (canonici e apocrifi). Proprio il motivo della memoria dei discepoli, fondato sulla teoria della “memoria collettiva” osocial memory theory, è stato particolarmente sottolineato da vari studi. Un secondo punto di forza consiste nel prendere atto che nessun personaggio israelitico del I secolo godette di una documentazione tanto precoce e tanto copiosa come quella che riguarda Gesù di Nazaret. I nomi da paragonare, a parte alcuni omonimi come Yehoshua ben Hananyah, sono essenzialmente quelli di vari Maestri, e cioè il qumraniano ma anonimo Maestro di Giustizia, r.Hillel (con il suo discordante r.Shammai), r.Hanina ben Dosa, r.Gamaliele il Vecchio, e r.Yochanan ben Zakkai, per non dire poi del pur celebre r.Aqibà. Anzitutto va considerato il fatto in sé, poiché se volessimo confrontare tutti questi personaggi con Gesù di Nazaret (propriamente Yehoshua ben Yosef, «Gesù figlio di Giuseppe», come del resto egli è chiamato nel Quarto vangelo: cfr. Giovanni,1, 45; 6, 48), dovremmo notare alcune differenze quanto mai eloquenti. La prima è che l’antichità e l’abb ondanza della documentazione sul Nazareno, non hanno confronti con quella molto più scarsa sui vari Maestri appena elencati sopra, la cui menzione peraltro si trova solo nella tardiva letteratura rabbinica non anteriore all’anno 200. La seconda differenza riguarda la forma dell’interesse per le varie figure menzionate: mentre a Gesù di Nazaret è riservato un interesse narrativo che concerne la sua vicenda storico-terrena in quanto tale, i Maestri ebrei vengono menzionati nella Mishnà e nel Talmud solo nell’ambito dell’interpretazione di un passo della Torà, alla cui preminenza perciò sono letteralmente piegati. In terzo luogo il Nazareno, benché nei Vangeli venga spesso chiamato Rabbi e benché goda di una documentazione senza pari, non è stato computato dal rabbinismo nella serie dei Maestri, cioè dei grandi dottori di Israele, e le due (forse tre) menzioni che abbiamo di lui nel Talmûd non lo riguardano come La ricerca di Ratzinger I Vangeli: storia e cristologia. La ricerca di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI. È il titolo dei due volumi editi dalla Libreria editrice vaticana (da noi anticipati nelle edizioni del 24, 25 e 30 ottobre 2013) e presentati l’8 aprile presso il Pontificio Istituto Biblico. Anticipiamo stralci di un intervento. Alla presentazione prenderà parte anche il cardinale Camillo Ruini che nella sua relazione si concentra su due contributi, quello di John Meier sulla figura di Gesù e sulla valutazione storica delle parabole, e quello di Tobias Nicklas sulla storia di Gesù nel vangelo di M a rc o . Si svolge il 7 e l’8 aprile all’École française de Rome il convegno «Projet Dictionnaire et Histoire de la Diplomatie du Saint-Siege». di PHILIPPELEVILLAIN «La diplomazia senza le armi è la musica senza gli strumenti». Lo ha detto Bismarck, che utilizzò fragorosamente le sue armi per far udire la musica unitaria del Secondo Reich. Ma lo stesso Bismarck scrisse nelle sue Memorie che a un certo punto pensò di fare appello aPio IX per negoziare con la Francia una pace solida all’indomani della caduta del Secondo Impero e della proclamazione di una Repubblica ribelle a una sconfitta umiliante. Eppure il papato, in sonno militare dopo la celebre battaglia di Lepanto, dove le galee pontificie avevano imposto “la vittoria di Cristo”, aveva appena perso la capitale della cristianità e il Papa si era appena dichiarato prigioniero nei palazzi apostolici del Vaticano. Il cancelliere tedesco riconosceva alla Santa Sede il potere di eseguire una musica di mediazione dove Leone XIII sarebbe stato un punto di riferimento e lo strumento di un prestigio di autorità morale nel concerto europeo. Come prova il ruolo da lui svolto nel 1885 per sanare il conflitto tra la Germania e la Spagna a proposito delle Isole Caroline. Il paradosso volle che la Santa Sede svolse il ruolo di arbitro sulla scena internazionale e intervenne in politica estera mentre il suo magistero riguardava, dopo Lepanto, e come era giusto che fosse, l’esercizio della diplomazia — abilità di creare un equilibrio tra parti rivali — nell’ambito ecclesiastico. La Storia insegna ancora che, con un p o’ di diplomazia, Leone X avrebb e evitato lo scisma luterano (1517). Ma quella del tempo presente prova anche che la diplomazia di Benedetto XVI non è riuscita a mettere fine allo scisma lefebvriano. Nello stesso ordine di idee, Benedetto XV non riuscì a fermare la prima guerra mondiale con la sua nota del 1° agosto 1917, come accadde con PioXII con i suoi interventi nel 1939. Ma nel 1962 GiovanniXXIIIfu chiamato in aiuto nell’affare dei missili di Cuba dall’Unione sovietica, che non voleva perdere la faccia di fronte alla fermezza degli Stati Uniti. La diplomazia della Santa Sede passa per essere la migliore del mondo, per la trama delle sue reti, il rispetto del segreto e la qualità delle sue informazioni. Dispone di agenti propri (nunzi, delegati apostolici e incaricati di affari ufficiali) e di intermediari ufficiosi (congregazioni religiose e laici). La politica estera che è tenuta a seguire è un affare di Chiesa e non di territori. Essa difende i suoi “connazionali” (i suoi fedeli) in tutte le culture. Ma afferma anche le sue posizioni sui diritti delle persone al di là dei diritti dell’uomo. È moderna perché è costruttiva ed equa, pur avendo delle preferenze. È dinamica. Questo quadro, quasi idilliaco, è una composizione di storia della sua missione evangelica. La composizione di questo «terzo grande» (Émile Poulat) è stata lenta e travagliata, da Gregorio Magno a Benedetto XVI. Sottoposta ai raggi X, la diplomazia della Santa Sede, dall’inizio delXVIsecolo, è al centro della grande impresa condotta dal giovane storico Olivier Sibre, e intitolataDictionnaire et Histoire de la Diplomatie du Saint-Siège, ospite dell’École française de Rome il 7 e l’8 aprile. Essendo ogni dizionario per sua natura alfabetico, il lavoro — che queste due giornate contribuiranno a impostare tra partner scientifici — implica la combinazione e l’intreccio della prosopografia con le istituzioni, gli strumenti d’influenza, l’identificazione delle intenzioni, dei successi e dei fallimenti, su uno sfondo politico e religioso che mostra la complessità di una missione di pace e d’irradiamento attraverso il suo stesso esempio. Due termini governano l’esito del progetto: confronto e dialogo. Entrambi definiscono cesure, o meglio divari, che dipendono da un modo di narrare illuminato dalle mentalità degli esecutori, dei negoziatori e dei grandi principi di una teologia dell’ordine nella pace. Una simile “enciclop edia” era sorta negli anni Cinquanta del secolo scorso, in piena guerra fredda, era stata progettata da monsignor Paolo Savino, presidente della Pontificia Accademia ecclesiastica, sostenuto da monsignor Paolo Antonio Berloco, segretario della nunziatura apostolica a Madrid. Aveva ottenuto il sostegno di monsignor Montini, allora pro-segretario di Stato. Ma la “carriera” di quest’ultimo la lasciò allo stato di progetto. È auspicabile che, ripresa su più vasta scala e alla luce dei fondi di archivi vaticani o istituzionali, l’impresa proposta da Olivier Sibre, attraverso l’esame di questa mitica diplomazia pontificia, trovi il successo che merita. Maestro (forse con l’eccezione di una). È come se ci fosse stata una specie di damnatio memoriae, a prescindere semmai dalle tardive e denigranti Toledôt Yeshu. Solo a partire dagli anni Venti del XX secolo da parte ebraica (prima della cosiddetta “terza ricerca” sul Gesù storico) si è iniziato a recuperare l’identità giudaica di Gesù. Comunque, di nessun altro in Israele, come per Gesù di Nazaret, si è mai cercato di narrare così ampiamente la vita (almeno quella pubblica) e ancor meno la morte, tanto più che questa era stata obbrobriosa. Queste considerazioni costituiscono inevitabilmente un argomento molto forte per rendersi conto della straordinarietà di quel Gesù, che nonostante sia stato così defilato dai grandi d’Israele suscitò, già nel secolo I (per non parlare della successiva W i rk u n g s g e s c h i c h t e ), un interesse non verificabile per nessun altro suo connazionale. Perciò, come si dice in sana filosofia, se ogni effetto deve avere una causa proporzionata, l’effetto avuto da Gesù, anche solo giudicato sul piano oggettivo della documentazione che è letteralmente incomparabile (pur senza tirare in causa la successiva forte fede cristologica), deve avere una causa omogenea e cioè essa stessa ineguagliabile. È solo la persona del Gesù storico che ha suscitato quella sorta di interesse, e ciò è segno evidente della sua personale straordinarietà. Sicché è giusto dire che «la percezione che Gesù suscitò di sé è parte di colui che Gesù era». Probabilmente aveva ragione l’antico apocrifo Vangelo di Filippo (databile al secolo III): «Yeshua non si è rivelato così come era in realtà, ma si è rivelato a seconda della capacità di coloro che vogliono vederLo. Egli è lo Stesso per tutti, ma appare grande ai grandi, piccolo ai piccoli, agli angeli appare come un angelo, agli uomini come un uomo (…) Ha quindi reso i suoi discepoli grandi affinché fossero capaci di vederlo nella Sua grandezza». Resta la necessità affascinante dell’impresa di una ricerca, che non ha paragoni per altri personaggi dell’antichità, e che può comunque approdare a ritrovare almeno i tratti essenziali, sia pur complessi, di quella figura. In ogni caso resta vero che quel Gesù, tutt’a l t ro che chiuso nel suo passato, come non succede per nessun altro, resta vivo nelle comunità di coloro che a tutt’oggi si professano suoi discepoli e in lui riconoscono nientemeno che la ragione della propria vita. Ciò che conta dunque non è una sua evaporazione nel mito, ma conta la storia che egli porta con sé: non la storia come dimensione comune a tutti gli uomini, ma semplicemente e precisamente la personale storia sua.

© Osservatore Romano - 7-8 aprile 2014