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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

XXV Anniversario di Ordinazione Episcopale SandriOmelia del Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto emerito del Dicastero per le Chiese Orientali e Vice-Decano del Collegio Cardinalizio, nella Solenne celebrazione eucaristica di ringraziamento per il XXV Anniversario di Ordinazione Episcopale e nel congedo dal servizio come Prefetto – Roma, Basilica dei Santi Apostoli, giovedì 1 dicembre 2022 A.D.

Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna!

1.Prendo a prestito volentieri le parole del Profeta Isaia che sono state proclamate, per consegnarLe a ciascuno di voi che siete qui intervenuti numerosi per unirvi al mio ringraziamento al Signore a conclusione del mio servizio di Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali e negli Anniversari di ordinazione Episcopale, il XXV, l’11 ottobre scorso, e il LV di quella sacerdotale, che cadrà domani, 2 dicembre. Sono riconoscente anzitutto al Santo Padre, che mi ha voluto inviare i messaggi di cui è stata data lettura, e che mi aveva confermato come Prefetto nel 2013, ai confratelli Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, ai Sacerdoti, ai Religiosi, alle Religiose, ai Seminaristi, ai fratelli e alle sorelle qui radunati o uniti spiritualmente; permettetemi un ricordo speciale a tutti i Collaboratori del Dicastero per le Chiese Orientali, con un augurio anche al nuovo Prefetto. Nella novena dell’Immacolata, che in questa antica e bella Basilica è tradizionalmente celebrata con tanta devozione, nel suo dies Orientalis che pure negli ultimi anni è diventato un appuntamento significativo, mi associo al canto di Maria Santissima dicendo “Magnificat”.

2. In Lei vediamo e contempliamo l’opera di Dio: Egli l’ha costituita quella città forte cantata dal profeta, le cui mura possenti sono state da Lui edificate. La forza di questa dimora è quella di diventare rifugio accogliente e sicuro, luogo di pace, che ha la sua sorgente nel confidare nel Signore, a differenza di coloro che si ergono superbi nella città eccelsa che però viene rovesciata a terra, e sulle cui macerie si affrettano i passi dei poveri e degli oppressi. È come una anticipazione del canto che Maria fa dinanzi ad Elisabetta, contemplando il disegno salvifico del Signore, che si fa riconoscere proprio dai piccoli piuttosto che dai grandi della terra e dai loro progetti di potenza. L’umiltà è la condizione essenziale: la parola umiltà rimanda alla terra humus, grembo accogliente ove porre il seme perché – pur morendo agli occhi del mondo – in realtà possa germogliare e portare frutto. L’umiltà consente di lasciare spazio a Dio e alla sua opera, di cui possiamo soltanto divenire, per grazia, destinatari e collaboratori: tale atteggiamento impedisce di sentirsi arrivati o di pensarci meritevoli di qualcosa. Il Vangelo lo ha detto chiaramente: “non chi dice ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Maria è quella terra umile e feconda, che ha accolto il seme della Parola e ha dato alla luce il Verbo fatto carne, grazie a quel Fiat, Eccomi, sono l’ancella del Signore. Chiediamo in questa Novena dell’Immacolata di lasciare che lo Spirito possa dissodare con la sua opera il terreno a volte rimasto incolto o abbandonato del nostro cuore, perché la festa imminente di Maria e quella ormai prossima della nascita del Suo Figlio ci trovi rinnovati nella grazia e ridestati allo stupore.

3. Lo stesso dono chiedo anche io sempre più convinto, dopo venticinque anni come Vescovo, del motto scelto per la mia ordinazione episcopale: Ille fidelis, Egli rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso. Sono riconoscente al Signore per la Sua costante presenza nel mio cammino, attraverso il suo perdono e la sua misericordia, che giorno dopo giorno hanno mantenuto viva la chiamata degli inizi. Questa sera, sotto la casula, indosso la dalmatica di quell’11 ottobre 1997, quando nella Basilica Vaticana il Cardinale Sodano mi ordinò Vescovo dopo che San Giovanni Paolo II mi aveva nominato Nunzio Apostolico in Venezuela. Questo semplice paramento liturgico richiama il Vescovo alla dimensione del servizio che contraddistingue colui che è chiamato al Sacramento dell’Ordine sin dall’ordinazione diaconale. Si è chiamati per rimanere servi, proprio come Gesù, che nell’Ultima Cena ha detto ai suoi Apostoli “Se dunque, io, il Signore e Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Dapprima come Nunzio Apostolico in Venezuela, poi in Messico, poi in Segreteria di Stato come Sostituto di San Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto, che poi mi nominò quindici anni fa come Prefetto dell’attuale Dicastero per le Chiese Orientali, il mio servizio episcopale non è stato contraddistinto da un gregge affidato alla mia cura come pastore di una Diocesi, ma da tanti volti, situazioni, incontri ufficiali e riservati: ho cercato di presentarmi e di accogliere con lo stesso sorriso i Capi di Stato come i piccoli accuditi dalle suore di Madre Teresa in Armenia, Etiopia o da quelli dell’Istituto Effetà o dell’Hogar do Ninos Jesus a Betlemme. Forse è più facile prendere in braccio e benedire questi ultimi che trovare aperture nelle menti e nei progetti dei grandi della Terra. Ho avuto l’onore di servire come Vescovo tre Pontefici, cogliendo nelle diverse sfumature dei loro tratti umani e del loro Magistero la fedeltà di Dio alla Sua Chiesa, che cammina nella storia accanto agli uomini e alle donne del suo tempo, offrendo a tutti loro la speranza che nasce dalla Pasqua di Cristo, piuttosto che dai nostri progetti umani. 

4. Sono sempre più convinto di quanto sia importante ritornare sempre alle sorgenti della nostra salvezza, ai luoghi santi dell’Incarnazione e della Redenzione, e collocare dentro quegli spazi spirituali le nostre vicende personali, ecclesiali e mondiali. Siamo discepoli di Cristo per rimanere con Lui che ha già attraversato la povertà della nascita, il nascondimento di Nazaret, l’incontro quotidiano con il lavoro degli uomini e delle donne, lo strazio per la morte di una persona cara, lo scandalo del tradimento e del rinnegamento, l’ingiusto processo fino alla morte da innocente, ma è stato risuscitato dal Padre. Se perdiamo questo collegamento tra la nostra vita e Cristo, tra Lui e la sua Chiesa, che cosa abbiamo da offrire di luminoso ed autentico al mondo di ieri, di oggi e di domani? In questo senso ritengo una grazia particolare l’essere stato chiamato a servire per il maggior numero dei miei anni da Vescovo i figli e le figlie dell’Oriente cristiano, perché la loro esistenza, pur tra le contraddizioni che abitano anche quelle comunità, ci rimanda alle origini, alle scintille del fuoco pentecostale, ci impedisce di tapparci le orecchie dinanzi alla preghiera di Gesù che anima l’ecumenismo “Ut unum sint” e ci obbliga, se non vogliamo ridurre il mondo ad un cumulo di macerie, a percorrere sentieri di incontro con coloro che vivono altre esperienze religiose ma con i quali possiamo porre alcuni segni nel rispetto delle dignità umana e della giustizia tra i popoli. Per tutte quelle occasioni in cui non sono stato capace di vedere, di ascoltare, di decidere e che possono aver arrecato qualche ferita o rallentamento, chiedo perdono. Per tutto il bene che ho potuto compiere e riconoscere, vi invito a rendere grazie con me.

5. Oggi è anche la prima memoria liturgica di San Charles de Foucault: ripeto la sua preghiera Padre mio, mi abbandono a te, di me fai quello che ti piace… con queste parole e con quella fiducia e affidamento che ho appreso dai miei genitori emigrati dal Trentino all’Argentina – con la formula più comune Sacro Cuore di Gesù, confido in voi - entro nel tratto del mio cammino il cui tempo stabilirà il Signore: rinnovo la mia totale adesione a Cristo e la mia fedeltà al Santo Padre. Invoco l’intercessione dei Santi, in particolare Santa Teresa di Calcutta, con la quale ebbi l’onore di trattare in Segreteria di Stato, e San Giovanni Paolo II, del quale annunciai al mondo la morte in quella notte del 2 aprile 2005. Ricordo quella piazza colma di fedeli in preghiera, molti dei quali con una candela accesa: che la nostra vita sia sempre un inno di lode al Signore e ci lasciamo condurre dalla fiamma della sua luce gentile. Così sia.