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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
la-lauda-jacopone-da-todidi MARCO BECK

Jacopone da Todi è stato da tempo proclamato beato e proposto alla venerazione del popolo cristiano. Ma la ricorrenza è tale da eclissarne inevitabilmente la memoria: il 25 dicembre.
Fu infatti nella notte di Natale del 1306 che Jacopone chiuse la sua tribolata vicenda terrena, in una cella del convento francescano di Collazzone. Erano trascorsi tre anni da quando Benedetto XI , appena subentrato a Bonifacio VIII , con un’apposita bolla (datata 23 dicembre 1303) gli aveva per così dire offerto un dono natalizio ormai insperato: la revoca della scomunica inflit- tagli dal precedente pontefice e la liberazione dal carcere del convento di San Fortunato in Todi. «Da un Natale a un altro Natale. Casuale coincidenza o indizio di luminosa misericordia?» si chiede Pasquale Maffeo, saggista, poeta, narratore e drammaturgo di feconda militanza culturale all’insegna della testimonianza cristiana, suggellando una sua agile rivisitazione della vita e dell’op era di quel «frate rovente, poeta mordente» (così definito nel sottotitolo di Jacopone da Todi , Milano, Àncora, 2014, pagine 96, euro 13,50).
Senza cedere alla tentazione di recuperare un profilo di sapore agiografico, ma anzi non sottacendo qualche perplessità circa il percorso esistenziale tracciato da antiche fonti inclini a toni apologetici, Maffeo scava nella povertà del materiale biografico e nella ric- chezza del materiale letterario con l’intento di dimostrare, o quanto meno suggerire, che la “santità” del beato Jacopone consiste nella corrispondenza tra un macerante itinerario di matu- razione interiore e le scabre, abrasive risonanze delle Laude : un’assoluta coerenza, insomma, tra l’anima del francescano e il carisma del poeta. Punto di partenza è, per il critico-biografo, una constatazione oggettiva: «caso radicalmente unico» quello del frate umbro; «caso in cui la vita si rispecchia nell’opera e l’opera nella vita».
Punto di arrivo, una perentoria riproposizione del suo patrimonio etico-poetico, non già in virtù di una presunta attualità, ma proprio in considerazione della sua sferzante, salutare inattualità: «È da conoscere. Da leggere e rileggere. Per sentirne il ceffone sulla dura guancia del presente». Procede dunque su due piste indissociabili questa «riscoperta» dell’umanità e dell’arte di Jacopone, nel senso che la rico- struzione dei contesti storici en- tro cui s’inquadrano determinati momenti biografici s’incro cia con i loro echi rinvenuti all’in- terno della sua produzione e citati per «assaggi».
Ma c’è di più: l’intuito del narratore, indagatore di coscien- ze, tessitore di personaggi, consente a Maffeo sia di colmare lacune con congetture plausibili, sia di proporre inedite interpretazioni di episodi nebulosi. Anzitutto per ciò che riguarda l’anno di nascita — ufficialmente oscillante tra il 1230 e il 1236 — alcuni indizi lo persuadono a propendere per il 1233, quando si avviò il movimento spirituale detto «dell’Alleluia». Una tradizione più o meno leggendaria vuole poi che impulso decisivo alla conversione di Jacopone, orientatosi grazie all’agiatezza della famiglia paterna e all’eccellenza degli studi verso la professione legale o notarile, sia stata una tragica fatalità: la morte della sposa, pochi mesi dopo il matrimonio, in seguito al crollo del pavimento di un salone dove si svolgeva una festa da ballo, e la sconcertante scoperta che sotto le vesti la giovane donna indossava un cilicio. Proprio questo dettaglio potrebbe segnalare, a giudizio di Maffeo, una predisposizione dei coniugi a una condivisa castità consacrata, quindi un primo passo in direzione di una più profonda reli- giosità. Il gioco dei rispecchiamenti, delle rifrazioni tra “vissuto” e “cantato”, comincia a produrre interessanti risultati a partire dall’adesione di Jacopone, dopo dieci anni (1268-1278) di rigorosa penitenza errabonda, alla famiglia francescana dei minori “spirituali”, fedeli alla Regola del fondatore applicata sine glossa. La natura visceralmente radicale del suo rapporto con il santo di Assisi trova espressione nelle laude O Francesco povero, patriarca novello e O Francesco, da Deo amato.
Sboccia, qui, quel misticismo che farà lievitare un capolavoro come il Pianto della Madonna ovvero Donna de Paradiso, lauda dialogata, scenografica, teatrale, primo testo volgare in cui la figura di Maria, dando voce al suo «trasumanato dolore», assurge a protagonista, testimone ed evocatrice della crocifissione del Figlio. E il tema dell’Addolorata ai piedi della Croce si dispiega anche nelle palpitanti terzine del celebre inno in latino Stabat Mater, mirabilmente musicato da compositori del calibro di Pierluigi da Palestrina, Vivaldi, Haydn, Rossini, Schubert, Verdi. Altre cruciali pagine della vita di Jacopone assumono più nitidi contorni qualora le si legga, secondo il “metodo” di Maffeo, alla luce delle laude da esse ispirate. Così Que farai, Pier da Morrone? riflette da un lato l’affetto e la devozione verso il neoeletto Celestino V , al secolo Pietro Angelerio, dall’altro la presa- ga trepidazione per il disarmato Pontefice, bersaglio di intrighi riconducibili al controverso car- dinale Benedetto Caetani. Tra quest’ultimo, divenuto Papa con il nome di Bonifacio VIII già alla fine del 1294, dopo la rinunzia di Celestino, e un gruppo di spirituali, raccolto intorno ai cardinali Jacopo e Pietro Colon- na, divampò un violento conflitto che coinvolse lo stesso Jacopone fino all’assedio e alla caduta della roccaforte di Palestrina (1298), con le funeste conse- guenze della scomunica, del processo e dell’incarcerazione. Invano il frate aveva scagliato, con O Papa Bonifazio, molt’ài iocato al mondo, la sua infuocata invettiva. Non gli restò che denunciare, con dignità immune da qualunque autocommiserazione, le condizioni umilianti della sua prigionia (Que farai, f ra ’ Jacovone?). Solo cinque anni dopo, come si è visto, conobbe infine un riabilitante riscatto. E comunque già da tempo, per merito di una corposa tradizione manoscritta che sarebbe sfociata nell’ editio princeps a cura di Francesco Bo- naccorsi (1490), lo accompagnava la fama di sommo poeta. La chiave del fascino ancora oggi sprigionato dal suo lin- guaggio dirompente, da quell’impasto di dialetto umbro, latinismi ecclesiastici e invenzio- ni lessicali, è stata lucidamente identificata da Giulio Ferroni ( Profilo storico della letteratura italiana , vol. I , Einaudi, 1992, p. 71): «La poesia di Jacopone vuole definire la natura dell’amore divino, che è gioia e tormento, pace totale e guerra interminabile. Esso è suprema “esmesuranza”, negazione di ogni limite, immensità che an- nulla ogni realtà, ogni consisten- za del mondo e della persona che ne è posseduta».

© Osservatore Romano - 3 settembre 2014