La vicenda di don Alberto Ravagnani ha contorni delicatissimi e su cui poche righe non bastano. Questo dramma (perché è un dramma) investe la formazione in seminario, la formazione permanente e la vita fraterna dei sacerdoti. Ne ho già parlato abbondantemente su altro piano di argomenti (Chiesa, abusi e riforma: da dove partire).
Questi particolarissimi casi di rinuncia di un sacerdote toccano il sacrario della coscienza che deve essere sempre rispettato. Sacrario da sostenere con la preghiera e con l’onesta riflessione.
Se si è onesti, tuttavia, è importante interrogarsi ecclesialmente, perché noi tutti, Vescovi, fraternità sacerdotale, comunità, non siamo pedagogicamente indefettibili come il Cristo che, benché era chi era, ha avuto tradimenti fra i suoi. Noi siamo tutti in formazione permanente e per rispetto di Gesù e del Suo incomprimibile mandato di bellezza, verità e speranza, abbiamo il dovere di farci domande sane e serie e chiedere alla Grazia dove porre rimedio, dentro e fuori di noi. E dunque qualcosa possiamo e dobbiamo dire e dirci con rispetto ma anche con parresia.
Tra le difficoltà dei nostri tempi permane la mancata evangelizzazione e neo-evangelizzazione del peccato originale. Dimenticare che qualcosa dentro di noi è ferito e a volte sclerotico non è da sottovalutare, proprio se guardiamo il Vero di noi stessi alla Luce e nella Speranza donata dalla Grazia. L’olio dei catecumeni ricevuto nel Sacramento del Battesimo è, in questo, un memento del nostro essere sempre “atleti” bisognosi perennemente di Cristo nella lotta al male e alle sue seduzioni.
Tale ferita sposta continuamente l’asse da Dio all’io o, patinatamente ed ingannevolmente, da Dio alla ricerca di Dio, magari in apparenza santa, che però rischia di capitolare in una ricerca sotterranea di sé e che mantiene, pertanto, confusi contorni miasmatici dell’indefinitezza. Ed è qui il problema. Le seduzioni infatti toccano proprio il bisogno fondamentale di identità, di cui ho ampiamente già trattato (L’amore di sé e i tre bisogni fondamentali). Dietro la continua ricerca di sé, specie se sganciata dalla fraternità, sovente si nasconde una sottilissima e particolarissima forma di accidia.
Noi siamo chiamati a ri-conoscere, come atto onesto, anzitutto, che il nostro io senza Cristo non ha vita e Cristo ci chiama, costantemente a sé e alla Chiesa. Cristo e la Chiesa sono una realtà inscindibile che nasce proprio dal desiderio desiderato di Cristo (I desideri, nel Desiderio Desiderato).
Se mancano questi due tasselli di Vero, di Bello e di Bene, Cristo e la Chiesa, l’io e il sé si perde nelle sue zone d’ombra e nella sua ricerca. L’io si glorifica, cioè si dona sostanza da sé e si ingolfa, ingannandosi ed ingannando e, senza averne magari coscienza diretta, anche abusando.
Tra malati ci si incontra bene e ci si capisce ma spesso non si cerca la guarigione ma la conferma nell’io-mi-trovo-da-me. E quel rapporto io-e-Dio si riduce all’io-e-dio, cioè l’adesione appassionata (e scellerata) ad una proiezione in apparenza altro da sé che mantiene le caratteristiche narcisistiche della proiezione e dell’ego-riferimento.
In questo i social, e ora il supporto dell’AI, sono una droga all’ego-riferimento più che un momento propedeutico all’incontro vero con Cristo e la Chiesa. Pertanto occorre usarne per spogliarsi non per rivestirsi: “Non a noi, non a noi, ma al Tuo Nome da’ gloria!” (Sl. 114,1).
E risulta grave, anzi gravissima la responsabilità di una guida che, tanto più per ontologia e grazia di stato, si crea percorsi solipsistici. Ingannandosi.
Perché ingannandosi inganna, cioè non trasmette più il Vero e lo Splendore di Cristo e della Chiesa ma trasmette sé stesso e glorifica sé e la malattia di molti, di ciascuno dei molti.
Se questo accade non c’è cammino di verità nella Verità ma, così facendo, si fallisce e si manipola, tradendo la Grazia incommensurabile ricevuta. Il bersaglio è fallito e lo fa fallire a molti. Guai a noi quando questo accade, qualunque sia il dono e il ministero o il ruolo che abbiamo ricevuto.
E poi non è forse assai sottostimata la fedeltà? Ricordava San Paolo VI, citando anche Manzoni: “«Fidem servavi»! possiamo dire oggi, con la umile e ferma coscienza di non aver mai tradito «il santo vero»” (Omelia Solennità dei SS. Apostoli Pietro e Paolo - Giovedì, 29 giugno 1978, XV anno di Pontificato).
La Sapienza di Cristo, anzi il Suo Intelletto, anzi la Sua Scienza, invece, ci porta al vero sé, quello di scomparire, con generosità e gioia, perché altri incontrino Gesù e la Chiesa, in pienezza e senza riserve e sacche malate dell’io.
Il vero influencer scompare perché lo Spirito agisca e porti frutto secondo il Padre.
E se proprio deve essere esposto lo fa malvolentieri e per obbedienza a Dio e con la conferma di questa obbedienza che gli viene dal Corpo di Cristo, non dai suoi fantasmi dall’adolescenza perenne.
La formazione permanente del clero, ma anche di noi fedeli laici, in questo, deve vigilare molto perché dietro una “chiesa in uscita” si può nascondere una profonda filautia tanto quanto una chiesa ammalata di muffa e chiusa.
Non è questo che Cristo ci chiede e che Cristo ci dona.
Paul Freeman