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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
martiri 2Per i martiri non si prega, per i martiri si rende grazie, e si supplica che il loro olocausto cruento sia sufficiente a “completare ciò che manca ai patimenti di Cristo”. Il paradosso nel paradosso: forse più della conversione, il martirio è “il caso serio” del cristianesimo, e nel suo raffigurare al massimo livello “la follia della croce” diventa incomprensibile a ogni sapienza e a ogni prudenza umana. E le svela, in ultima analisi, per un calcolo miope e meschino

di Claudia Cirami

Ancora una volta un anziano uomo di Dio si è accasciato a terra, lambito dal suo stesso sangue. Ancora una volta una vita lunga, ormai quasi al tramonto, è stata brutalmente strappata. Ancora una volta quella parola, “martirio”, che è sangue e luce, dolore e vita, è risuonata sulle labbra dei cristiani di tutto il mondo, prima ancora che giunga la conferma della Chiesa.
Le parole che padre Hamel, per mancanza di tempo, non ha potuto dire, forse sono le stesse che ha pronunciato un altro anziano uomo di Dio e che riguardavano il suo rapporto con il Signore: «… ho sempre rispettato e servito il suo nome, non ne sono mai stato offeso, e sempre da Lui sono stato salvato: come posso odiare Colui che ho venerato, rispettato, scelto come mio protettore, mio sovrano, salvatore della salute e della gloria, persecutore dei malvagi, vendicatore dei giusti?» (Atti dei martiri, Paoline Ed. Libri, p. 107). Aveva solo un anno in meno di padre Hamel, Policarpo, il santo vescovo di Smirne: subì il martirio nel 155 d.C. e ci sembra quasi assurdo che nel 2016 – dopo quasi due millenni – ci sia ancora qualcuno che si accanisca contro un vecchio uomo, ormai debole. Ma la prospettiva cristiana è diversa, guarda al mondo in un modo diverso e vede, nella filigrana del tessuto storico dei secoli che scorrono, il perpetuarsi della durissima battaglia tra bene e male, tra Dio e il diavolo. Ci è stata promessa la vittoria: “non prevalebunt” è la nostra speranza e la nostra certezza, ma chi crede in quel Cristo che è morto sulla Croce, lui stesso vittima innocente di quel Male che lo ha perseguitato e ucciso (ma non sconfitto definitivamente), sa che la storia non è ancora finita e la lunga schiera dei martiri non ha ancora avuto il suo termine. Quanti sono i martiri cristiani? Tanti. Un filo d’oro e porpora, che scorre lungo i secoli, dipartendosi da quel primo seguace di Cristo che contemplò i Cieli aperti, mentre veniva colpito dai sassi degli uomini. Si chiamava Stefano (e nella chiesa di Saint Étienne è stato ucciso padre Hamel). Era diacono e la sua testimonianza di fede gli aveva creato diversi nemici. Eppure Stefano è morto nella consapevolezza di una gioia superiore: «Dopo Maria, noi incontriamo l’espressione della gioia più pura, più ardente, là dove la Croce di Gesù viene abbracciata con l’amore più fedele: presso i martiri, ai quali lo Spirito Santo ispira, al culmine stesso della prova, un’attesa appassionata della venuta dello Sposo. Santo Stefano, che muore vedendo il cielo aperto, non è che il primo di questi testimoni innumerevoli del Cristo» (Paolo VI, Gaudete in Domino, IV). Da Stefano in poi, non a tutti ma a tanti, non sempre ma nemmeno di rado, altri si sono uniti, con il dono della vita, al sacrificio estremo di Cristo, ricevendo a loro volta la corona del martirio (perché rimane un misterioso dono). Una feroce propaganda, venata da anticlericalismo, dall’illuminismo in poi, ha ribaltato la verità presentando il cristianesimo come culla di ogni crimine, negatore di ogni libertà, fomentatore di odio nei confronti del genere umano. Il numero elevato dei martiri è lì, invece, a scrostare il cumulo di fango dalla bellezza della verità. Il numero dei martiri è garanzia che ieri, come oggi, la fedeltà a Cristo esiste ancora ed esige, a volte, il tributo più alto. Anche se, magari, sei solo il vicario parrocchiale di una parrocchia non molto grande, in una cittadina che non è nemmeno tra le più note, e celebri una Messa a cui partecipano soltanto quattro fedeli. E il giorno prima nessuno, a parte quelli che ti conoscono personalmente sa chi sei, e il giorno dopo basta digitare la j su un motore di ricerca e il primo nome che compare è il tuo: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente/e santo é il suo nome:/di generazione in generazione la sua misericordia/si stende su quelli che lo temono» (questo è il Magnificat, questo il canto di tutti i “piccoli” agli occhi del mondo diventati grandi, enormi, per l’intervento potente di Dio). Quell’oggi che si macchia del sangue di quello che da molti è considerato il primo martire francese contemporaneo, nella stessa Francia è una storia che arriva fino ai primi secoli. Il Padre Hamel, nella beatitudine del Cielo, sarà stato accolto con gioia dai martiri di Lione, che versarono il loro sangue nel 177 d.C. e offrirono una testimonianza di fede talmente forte che il suo eco arriva fino ad oggi. È Eusebio, nel libro V della sua Storia Ecclesiastica, a raccogliere la lettera che racconta della persecuzione subita da questi primi credenti nel suolo francese: «L’intensità delle sofferenze terrene, la furia della persecuzione dei gentili contro i santi e i patimenti che i beati martiri affrontarono sono cose che né siamo capaci di ripetere con le parole né è possibile esprimere con gli scritti» (Atti dei martiri, p. 131). Così, ancora turbato, l’anonimo credente, che si fa voce delle comunità di Vienne e di Lione, scrive ai cristiani dell’Asia e della Frigia. Tra i martiri, c’era Vezzio Epagato, giovane retto e stimato, che, difendendo i suoi fratelli di fede, accettò di subire la loro stessa sorte; c’era Santo, un diacono; Maturo, che era stato battezzato da poco; Attalo, che veniva da Pergamo e godeva della stima degli altri credenti; Biblis, che prima aveva abiurato ma poi ritornò sui suoi passi. C’era la schiava Blandina, che tutti consideravano debole e, invece, al momento propizio, si mostrò forte e ferma: «simile a un valoroso atleta, sembrava ringiovanire nei supplizi: era per lei un ristoro, un sollievo, una cessazione del dolore dichiarare: “sono cristiana e niente di malvagio avviene tra noi”» (Atti dei martiri, p.135). C’era anche un altro anziano, il vescovo Potino, che era malato: «il suo corpo era disfatto dal peso della vecchiaia e dalla malattia, ma lo spirito non cercava altro che Cristo trionfasse in lui» (Atti dei martiri, p.138). Il martire, pur se non conosce i particolari di quello che lo attende, intuisce che un omicidio in odium fidei può diventare un accanimento nei confronti del corpo. Come se non fosse solo necessario uccidere il credente, ma estirpare dal suo cuore la presenza di Cristo perché, come dice San Paolo, nel fedele non è più la persona che vive, ma è Cristo che vive in lui. Rimaniamo smarriti, ieri come oggi, quando veniamo a conoscenza dalla crudeltà che si abbatte su un corpo indifeso. Il martire, tuttavia, intuisce che questo passaggio della morte sofferta, brutale, è necessario: «annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite – scrive Ignazio di Antiochia – Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono il frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro per Cristo. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo». Siamo nel 107 d.C. e le persecuzioni anti-cristiane mietono uomini e donne, fecondando la fede di altri cristiani. Molti santi desiderarono offrire anche in modo cruento la propria vita per Cristo. Suscitano un profondo rispetto, per l’intensità del sentimento con cui furono pronunciate, queste parole di Santa Teresa di Lisieux che, in qualche modo offrono l’idea di come un cristiano profondamente legato al suo Signore, concepisca la sua esistenza: «Il Martirio, ecco il sogno della mia giovinezza, questo sogno è cresciuto con me sotto i chiostri del Carmelo… Ma anche qui, sento che il mio sogno è una follia, perché non saprei accontentarmi di desiderare un solo genere di martirio… Per soddisfarmi, mi sarebbero necessari tutti… Come te, mio Sposo Adorato, vorrei essere flagellata e crocifissa… Vorrei morire scorticata come S. Bartolomeo… Come S. Giovanni, io vorrei essere immersa nell’olio bollente, io vorrei subire tutti i supplizi inflitti ai martiri… Con S. Agnese e S. Cecilia, io vorrei presentare il mio collo alla spada e come Giovanna d’Arco, mia sorella amata, vorrei sul rogo sussurrare il tuo nome, O GESÙ…» (Teresa Di Lisieux, Storia di un’anima. Manoscritti autobiografici, Fabbri Editori,1997, pp. 234-235.). Teresa non morì martire, Dio per lei scelse un’altra via di santificazione: fu proprio lei a parlare di quel “martirio a colpi di spillo” che è richiesto alla maggior parte di noi cristiani. Perché si può morire al mondo non solo per mano di qualcun altro: accettare il proprio carico quotidiano, accogliendo con amore quella “fatica del vivere” è già vivere (e morire) per Cristo. Il martirio, tuttavia, rimane sempre un orizzonte che i cristiani non dovrebbero perdere di vista, perché è la forma più alta di testimonianza alla fede in Gesù Cristo (l’etimologia del termine rinvia proprio al significato di “testimonianza”). Nel desiderare il martirio, non v’è ricerca ossessiva della morte: «il martirio designa l’assolutezza della fede, il valore sempre primario della scelta di Dio e la fiducia totale in lui, fino a consegnare interamente la vita nelle sue mani» (G. Mazzillo, Martirio in G. Barbaglio et Al. (a cura di), Teologia, p. 954.). Il martire non corre incoscientemente incontro la morte, non ama il sacrificio in se stesso: quello che anima la sua scelta consapevole è l’amore per Cristo, il desiderio che il suo evangelo si propaghi per tutta la terra, che la fede trionfi, che la Chiesa trovi nuovi credenti per contribuire alla loro salvezza. Per questo motivo, i cristiani dei primi secoli presero le distanze da alcuni che pensavano di procurarsi volontariamente la morte, provocando di proposito i pagani. Umani fino in fondo, i martiri non amano la morte violenta. Man mano che il loro momento si avvicina sono sempre più consapevoli della barbarie a cui vanno incontro: questo li sgomenta ma, al tempo stesso, non li fa recedere. Sono come Gesù nell’orto degli Ulivi: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Come Gesù, quando si accorgono che la propria morte è inevitabile, perché Dio così ha predisposto e tanti segnali dicono che la loro missione sulla terra non potrà non concludersi che in modo violento, non tornano sui loro passi, preparandosi a morire. Certo, i martiri non si avviano danzando incontro al martirio. Di quelli a noi più vicini abbiamo testimonianze che ci danno un’idea dei giorni che precedono il martirio: le persone che sono state accanto a loro li raccontano come pensosi, inquieti, riflessivi ma anche bruschi. Pensiamo che anche i martiri sulle cui vite siamo meno documentati abbiano potuto manifestare reazioni simili, sentendo l’inevitabile contrasto tra il richiamo alla vita da una parte e la consapevolezza della Vita Eterna che li attende presto, dall’altra. Così non stupisce che si ricordino alcune loro parole che traboccano di umanità ma, al tempo stesso, mostrano fermezza. Un altro uomo di Dio, ricordato in questi giorni perché ucciso in circostanze simili a padre Hamel, è stato l’arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ferito a morte mentre celebrava la Messa nel 1980, per aver preso le difese dei diseredati del suo popolo: «È normale che ci tremino le ginocchia – queste le sue parole – ma almeno che ci tremino nel posto in cui dobbiamo stare». Quando arriva il momento fatale, i martiri possono anche mostrare la stessa risolutezza che mostrò il prete Pionio, ucciso a Smirne sotto Decio: «non era incerto il suo passo, non gli tremavano le ginocchia, non gli si intorpidivano le membra, come suole accadere a chi va a morire. Non vacillava il suo animo, presago della passione, né gli impedivano il cammino tutti gli altri segni della morte ormai imminente, ma andava alla morte con passo veloce, portamento sicuro, serenità e calma» (Atti dei martiri, p.365). E a chi pensa che questi siano solo racconti abbelliti da una volontà agiografica (è successo, ma non per tutti i martirizzati), basta guardare la foto di un altro martire, più vicino a noi nel tempo: mostra un uomo dallo sguardo chiaro e sereno, quasi sorridente. Si tratta di padre Martín Martínez Pascual, un sacerdote spagnolo. Nella fotografia, ha venticinque anni e fra pochi minuti sarà fucilato, nell’ambito di quel martirio in odium fidei che per molti cristiani fu la Guerra Civile in Spagna. Gli occhi di padre Martin rivelano che è già pronto per il Cielo e rimangono impressi. Ai suoi carnefici disse: «Voglio solo darvi la benedizione in modo che Dio non consideri la pazzia che state per fare». Commentando l’uccisione di padre Hamel, Costanza Miriano ha scritto su un social network: «Per quanto riguarda me, spero almeno che il martirio di Rouen mi aiuti a capire meglio a quale enorme miracolo sono ammessa ad assistere tutti i giorni, quando posso andare alla messa». Unendo il suo sacrificio a quello di Cristo, la morte del sacerdote francese ci ha ricordato che la Messa è il sacrificio di Cristo, sempre vivo nell’Eucaristia e nelle uccisioni dei tanti suoi seguaci in ogni parte della terra. Come dimenticare, infatti, i cruenti attacchi subiti dai cristiani nelle chiese di alcune zone d’Africa, martoriate soprattutto da Boko Haram, e nel Medioriente, ferito a morte da uno stillicidio di combattimenti per frenare lo Stato Islamico? Lì, da tempo, il semplice atto di recarsi alle funzioni religiose può divenire un rischio per la propria vita: quello che è stato sperimentato a Rouen è la realtà che in altre parti del mondo altri cristiani vivono quasi quotidianamente. Eppure è proprio dalla partecipazione alla liturgia Eucaristica che noi traiamo forza per dire ancora una volta sì a Cristo. Furono proprio dei martiri africani, quelli di Abitene, morti nel 304 sotto la persecuzione di Diocleziano, a ricordarci questa fondamentale verità: «Sine Dominico non possumus», senza la Domenica – ieri loro, oggi noi – non possiamo vivere. Senza l’Eucaristia che dà forza, placa, sostiene, incoraggia e illumina i cristiani non vanno avanti. In Dio, che si è rivelato a noi in Cristo, e con la forza del suo Santo Spirito, il martire è capace di perdono per quello che subisce e può amare il suo nemico. Christian de Chergé, uno dei monaci uccisi a Thibirine, nel 1986, dal terrorismo algerino, scrisse una di quelle pagine che saranno sempre ricordate nella storia della Chiesa. Non sapeva ancora in che modo e quando sarebbe accaduto di dover donare la sua vita per Cristo, ma la sua fede lo stava preparando a quel momento: «La mia vita non ha valore più di un’altra Non ne ha neanche di meno. – scrive in quello che ormai è considerato il suo testamento - In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito». Non c’è nessuna superbia in queste parole, nessuna protervia: il futuro martire sa che ogni uomo non è migliore del suo nemico. Se il miracolo di un’esistenza rinnovata si compie succede solo con l’aiuto di Dio. Così può scrivere quelle parole che ancora suscitano una commozione profonda: «Non potrei augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio. […] La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto […] E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah». Lucidità, forza d’animo, consapevolezza: il martire di ogni tempo è una figura che continua a soggiogare per la forza della sua testimonianza. L’interesse planetario suscitato dalla figura mite di padre Hamel ha chiaramente messo in evidenza che chi muore per la propria fede ha ancora oggi la capacità di parlare al mondo, di scuotere le nostre fedi distratte, di avvicinare al Mistero di Dio persone distanti. Come già accadde per i martiri di Lione, il brutale assassinio di padre Jacques Hamel sia l’inizio di una nuova e feconda stagione di fede per il cattolicesimo francese ed europeo.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 28 luglio 2016

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