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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Le due sapienze di Maria di Nazaret

Maria e il “servizio del silenzio”

Maria è a un tempo discepola e maestra: sono due condizioni della sua persona che hanno caratteristiche ben marcate, in un qualche modo opposte e, dunque, non sovrapponibili e confondibili.

Tuttavia, è difficile poter attribuire una specificità, all’una o all’altra, funzioni esclusive. Così, bisognerà sfumare il riferimento della condizione discepolare di Maria al servizio del silenzio in modo rigido: infatti, anche la sua condizione di maestra si riferisce al silenzio. Però, si può pur dire, in un modo più proprio, che lei in quanto discepola serve di più il silenzio e in quanto maestra serve di più la Parola e, su questa premessa, si può affermare che Maria renda sempre il servizio di un silenzio molteplice e pluriforme. Di per sé il silenzio è sempre multidimensionale, non solo quello religioso, perciò. «Il silenzio in ogni caso rende possibile la pratica quotidiana di ciascuno di noi e accompagna il nostro vissuto [...]. È la dimensione all’interno della quale pronunciamo i discorsi, mettiamo in atto i comportamenti e instauriamo le relazioni con gli altri» (Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, Roma, 2015, pagina 25). Ora, tra le forme del silenzio di Maria ne selezioniamo tre, quelle più notevoli ed esemplari per l’imitazione.

 L’icona della Vergine del Silenzio

Silenzio di ascolto. Il silenzio su cui Maria dà più evidente testimonianza è il silenzio di ascolto. Lei, nell’evento dell’Annunciazione, ha mostrato che silenzio e ascolto sono reciproci e che la loro reciprocità implica un terzo termine, che è quello del dialogo. Si scorge un legame diretto e costante tra silenzio e dialogo: «Il silenzio è qualche volta tacere, ma il silenzio è sempre ascolto» (Madeleine Delbrêl, Noi delle strade, Torino, 1969, pagina 83). È vasto il campo del silenzio ascoltante; esso, prima di aprirsi al servizio dell’ascolto d’altri, vuole porsi come ascolto interiore di chi si dispone al dialogo: «La bocca custodisce il silenzio per ascoltare il cuore che parla» (Alfred de Musset, pensiero riportato in Niccolò Persichetti, Dizionario di pensieri e sentenze, Torino, 1919, pagina 750). L’essenzialità del legame silenzio-ascolto viene confermato dal loro rovescio; si constata che il venir meno del silenzio ha posto gravemente in crisi anche la capacità di ascolto. Maria, nell’Annunciazione, ha dialogato con Dio, perché il silenzio glielo ha permesso. Ma, potendo ipotizzare che Maria, di là dell’esplicita notizia evangelica, sia stata sempre in dialogo creaturale-filiale e di Madre messianica con Dio, dobbiamo pensare che lei è stata, di fatto, sempre in un’aura di silenzio teologico-spirituale. Maria ha costantemente costruito un’efficace difesa intorno alla sua vita interiore: infatti, questa specialissima vita la si può raggiungere proprio col silenzio a motivo del suo strutturale e inestricabile radicamento nel nucleo più intimo dell’uomo. Maria col silenzio, per così dire, ha creato una cortina di difesa intorno a sé, insonorizzando il suo cuore dalla pressione di venti distraenti e procurando, al contrario, un costante incontro di vita con il Maestro per ascoltare da lui il suo Vangelo continuo che fa memoria dei suoi misteri: dell’Annunciazione continua, del Natale continuo, della Pasqua continua, dell’Ascensione continua, della Pentecoste continua.

Silenzio orante. Il silenzio di Maria non è un guscio vuoto: è invece pieno della sua esperienza di preghiera. Da sempre, tutti gli uomini e le donne che hanno cercato Dio nella preghiera hanno trovato nel silenzio il cammino privilegiato per arrivare alle soglie del suo mistero — «A te si deve il silenzio della lode» (Salmi, 65, 2) — ma anche nell’offerta di culto, sia quando ha dimensione pubblica (cfr. Porfirio, De antro Nympharum, 27), sia quando si tratta di un sacrificio interiore (cfr. Giamblico, De mysteriis, VIII, 3). Nella preghiera non sono tanto le parole che valgono, ma gli atteggiamenti del cuore, eppure si cade sovente nel multiloquio. È nel silenzio la forma più intensa e vera, più viva e vitale della lode a Dio. Senza l’aspetto di silenzio e di quiete, l’esperienza del mistero si fa evanescente fino a scomparire del tutto. Maria insegna che, per l’esperienza religiosa, occorrono il silenzio adorante, lo sguardo penetrante, lo spirito raccolto, la memoria attenta, il cuore proteso a stare in compagnia con Dio, prima invocandola, poi avvertendola e infine gustando, amando e adorando la sua presenza invisibile. Maria è vissuta di Dio in un clima spirituale di silenzio tenace, che dovremmo chiamare di silenzio vivente perché caratterizzato dal suo permanente rapporto orante col Vivente assoluto. Il silenzio avvolge l’esistenza di Maria, già prima dell’incarnazione della Parola eterna, poi durante la vita nazaretana in compagnia del Verbo divenuto carne nel suo seno. Da lei generato, egli è stato affidato alle sue cure educative, certamente esercitate anche con le parole, ma sempre intrise di contemplazione e di raccolta sapienza evangelica. Maria è creatura della Parola ed è stata maestra di essa, mentre era anche donna di deserto: lei ha vissuto il «deserto silenzioso» quale «fonte di progresso in Dio, di vita divina» (San Gregorio di Nazianzo, Orationes, 3, 1).

Silenzio sapienziale. Mentre il silenzio mistico non è oggetto delle Scritture perché, nella sua sostanza, sta al di là delle parole, il silenzio sapienziale è quello che ha più chiara testimoniata in essa. Questo speciale silenzio nasce dalla provocazione della grandezza potente e sconvolgente di Dio. Maria conosce anche questa squisita forma di silenzio che è quello sapienziale: lei ha taciuto, stupita, provando un forte stupore dinanzi a un Dio sorprendente nelle sue proposte umanamente imprevedibili e stupefacenti, come è stata per lei la proposta angelica di diventare la madre del Messia. Già nella prima alleanza ne dà qualche dimostrazione, ad esempio quando il Dio che non è nel vento, nel terremoto e nel fuoco, si rivela, con un sottilissimo ossimoro, ossia come voce di silenzio sottile. L’opposizione voce-“silenzio sottile” dell’ossimoro sta per dire che Dio non può essere strettito negli schemi umani: né in quello del grandioso e dello straordinario né in quello della dolcezza e della lievità. Oltre questi reticolati rigidamente logici, Dio è la voce del silenzio, quel silenzio che l’aggettivo “sottile” qualifica come capace di penetrare nei cuori e nella mente delle persone. Possiamo dire che lo Spirito ha permeato l’anima di Maria, con suo sottile silenzio fatto di tutti i suoi dinamismi misterici, col risultato che è stata «quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura» (Lumen gentium, 36). Infine, il silenzio sapienziale suscitato dallo Spirito in Maria, e da lei corrisposto con docile collaborazione, si è manifestato come l’atteggiamento di vivere alla presenza di Dio nell’impegno a far tacere ogni pretesa umana per aprire il suo cuore e la sua anima alla piena adesione a Dio. Di conseguenza, la Vergine silente invita a un silenzio sapienziale che dispone a chiedere a Dio la sua presenza perché parli decidendo, con regale signorilità, nella sua vita di umile discepola.

Maria e il “servizio della Parola”

Non solo il silenzio, non solo la parola. Il silenzio di Maria è come riverberato nel silenzio della Chiesa apostolica: nelle lettere degli Apostoli, mentre si fa cenno ad altre donne (Lidia, Aquila, Priscilla), della Nazarena si tace. Dopo i fatti di Pasqua, culminati nella Pentecoste, è come se lei fosse scomparsa nel più profondo silenzio. Qualcuno ha voluto dire che Maria «è stata la prima claustrale della Chiesa», poiché «dopo la Pentecoste, ella è entrata in clausura», essendo ormai la sua «una vita nascosta con Cristo in Dio» (cfr. Colossesi, 3, 3, e Raniero Cantalamessa, Maria uno specchio per la Chiesa, Milano, 1989, pagina 172). Maria non conosce eccessi o difetti; è stata una donna completa: donna della parola e del silenzio, donna di azione già per la sua fervida funzione pedagogica e di contemplazione. Il suo sovrastante silenzio va ben decifrato. In Maria il silenzio è il contesto del suo sicuro parlare nella Chiesa e a costruzione di essa: è un silenzio che non conosce equivoci e contraddizioni; è un silenzio che allude con forza e chiarezza a ciò che Maria, pur non affidandolo alla parola, viveva dentro di sé. È vero che nelle Scritture le parole di Maria sono rade e il silenzio è vasto e sovrastante la sua persona e la sua presenza nella vita di Gesù, ma non si può parlare solo del suo silenzio: il parlare di Maria è implicito nei suoi eventi, va fatto emergere dalla coltre d’oro del suo silenzio e va rintracciato nella coscienza credente della Chiesa antica, medievale e moderna.

Una donna silente che cerca la Parola e la serve. La forma dell’implicito va tenuta presente anzitutto nell’interpretazione dei non numerosi testi che parlano di Maria nel Nuovo Testamento perché aiuta a superare l’idea che essa sia solo donna di silenzio imparando a scorgere la dimensione-parola dentro lo scrigno di esso. L’evangelista Luca ripete più volte che la Vergine di Nazaret meditava nel silenzio sugli eventi eccezionali dentro i quali Dio l’aveva immessa. «Maria serbava queste cose meditandole nel suo cuore» (Luca, 2, 19). Lei «metteva insieme» dentro di sé le parti di un grande mistero da scoprire a gradi. Infatti, il mistero dell’incarnazione del Verbo e della divina maternità della Vergine Maria non è affatto facile da comprendere disponendo solo dell’intelligenza umana. La luce proporzionata all’evento è quella della fede che lei possiede in modo così vasto e profondo da essere la causa della sua maternità, come insegna sant’Agostino: «Di nessun valore sarebbe stata per lei la stessa divina maternità, se lei il Cristo non l’avesse portato nel cuore, con una sorte più fortunata di quando lo concepì nella carne» (De sancta virginitate, 3, 3). E nel suo cuore Maria continuò a conservare, a «mettere insieme» i futuri eventi salvifici di cui sarà testimone e protagonista, fin dentro il mistero pasquale. Ora, come non considerare l’esistenza di un vitale incontro fra il suo silenzio adorante e meditativo e la Parola di Dio, che lei ascolta, medita, rumina misticamente e alla quale dà l’alta risposta di un eloquente silenzio, dentro un misterioso dialogo, nel quale la sua voce va verso l’altra Voce (dia-logos) incontrandola e perdendosi in essa? Non considerare tale fervido incontro dialogale significherebbe ritenere il silenzio di Maria come vuoto, senza contenuto alcuno, il che si stende a raccordarlo con la personalità della Credente. Il suo silenzio è teso alla Parola, di cui si nutre e a cui s’accosta anche al fine di servirla.

Maria compie un cammino discepolare dal silenzio al servizio della Parola. È da ascrivere alla lunga e ricca esperienza di silenzio di Maria, che precede e segue la sua generazione di Gesù, la sua intima e feconda opera spirituale di ascolto, di memoria, di ruminazione, di riflessione pensosa, di custodia. Questa complessa esperienza mariana è sintetizzata da Luca, 2, 19: «Maria, da parte sua conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore». Questo testo, consiglia Aristide Serra, va visto in continuità con Atti, 1, 13-14: «Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui». Incontrovertibile, pertanto, è la considerazione del biblista Aristide Serra, al riguardo. «Dell’attività di Maria in seno alla comunità primitiva apostolica di Gerusalemme, Luca non spende una parola. Diversi autori cristiani, di ieri e di oggi, invece sono convinti che Maria avesse un ruolo speciale in questa chiesa. Per esempio: ella fu fonte d’informazione per gli anni oscuri della vita di Gesù; a lei si rivolgevano gli apostoli e i responsabili della comunità via via che le situazioni incalzavano; la madre di Gesù, insomma, fu “maestra” degli apostoli in questi anni dell’infanzia della Chiesa» (Aristide Serra, I fondamenti biblici del titolo “Cuore Immacolato di Maria”, in Marianum, 79 [2017] 104).

Maria, “maestra” di due sapienze: il silenzio e la Parola. Si è parlato a ragione di “scuola di Maria”: questo significa che lei non è stata episodica nel suo insegnare, ha sviluppato un vero magistero materno. Infatti, la persona della Vergine nazaretana, la sua casa, perfino la sua tomba, appaiono come “luogo” dove si dialoga e si riflette sulle “grandi cose” compiute da Gesù nella sua Madre. «Si direbbe che attorno a Maria si forma quasi un piccolo “concilio” della Chiesa apostolica, desiderosa di essere catechizzata sugli eventi della storia salvifica» (cfr. Mario Erbetta, Gli apocrifi del Nuovo Testamento. Vol. 1/2: Vangeli. Infanzia, Passione, Assunzione di Maria, Torino, 1981, pagine 467-472). Importante è non opporre, parlando dei comportamenti mariani, silenzio e parola: s’impone invece la necessità di riconoscere che la Vergine lega il suo silenzio orante e contemplativo alla parola che userà per educare la Chiesa alla conoscenza dei misteri di Cristo che nessuno conosce come lei. Maria, prima aveva tenuto nascosto in umiltà ciò che riguardava i primi eventi della redenzione, poi per amore lo racconta perché giovasse a molti (cfr. Enrico di Castro Marsiaco, De peregrinatione civitate Dei, in Testi mariani del secondo millennio, a cura di Luigi Gambero, Roma, 1996, pagine 419-420, 424). Questa “scuola” mariana non è una pura ipotesi, ma un dire indiretto cose verosimili e, di fatto vere, perché il negarle rende incomprensibile una grande ed essenziale parte dell’esistenza di Gesù — specie la fase della sua crescita — e anche i vangeli dell’infanzia. Lei volge la sua densa e ricca esperienza di vita raccolta in vista del suo magistero materno con cui insegna agli apostoli a conoscere Gesù.

Maria racconta i “misteri di Cristo” partendo dal silenzio. Scrittori cristiani, antichi, medievali, moderni testimoniamo il loro convincimento di fede che Maria ha partecipato agli apostoli la sua esperienza e conoscenza di Gesù nei vari momenti della sua esistenza messianica: l’incarnazione, l’infanzia, la vita pubblica, la morte, la risurrezione, l’ascensione. Qui, in punta di penna e anche in punta di mouse, porto a sintesi estrema l’accurata antologia costruita da Aristide Serra, non mancando di sottolineare un punto, qui già rimarcato: il magistero materno di Maria nella prima Chiesa (scopo del citato articolo di Serra, pagine 102-109) nasce dalla sua esperienza di silenzio che è finalizzato a quell’importante magistero. La forte giustificazione di tutto questo è offerta da questi magnifici scrittori cristiani (e mariani): Rodolfo l’Ardente († 1101), Bruno di Segni († 1123), Ruperto di Deutz († 1130), Zaccaria di Besançon († 1155), Arnoldo di Bonavalle († dopo il 1156), Aelredo di Rievaulx († 1167), Enrico de Castro Marsiaco († 1189), Cristiano abate cistercense (secolo XII), Pietro di Blois († 1204), Giovanni Eudes († 1680). Punti particolarmente significativi della testimonianza credente contenuti negli scritti di questi grandi uomini di Vangelo sono: — Con il suo silenzio Maria è diventata “serva del disegno divino”; — Gesù ha lasciato sopravvivere sua Madre oltre la sua Ascensione «perché fosse il conforto degli apostoli» e «affinché trasmettesse ai discepoli tutte le esperienze che [...] aveva custodito a lungo nel suo cuore», ossia nel silenzio; — Il silenzio permetteva a Maria di parlare dei misteri di Cristo; — Le “cose” viste in Gesù e quelle da lui ascoltate erano conservate nel suo cuore perché fossero nutrimento della sua anima, ma anche perché lei «tutto potesse spiegare a coloro che lo richiedevano»; — Alcuni contenuti dei misteri di Gesù gli apostoli li hanno conosciuti «solo da Maria»; — Non a caso, ma era necessario che lei fosse “maestra dei maestri” o degli apostoli; — Di fatto, gli apostoli hanno ricevuto le notizie su Gesù dalla sua “religiosa bocca”.

Un lampo di conclusione

Maria, donna del Silenzio credente e della Parola salvante, insegna a non spezzare mai il legame fra queste due voci sagge e sante né nella esperienza cristiano-ecclesiale, né in quella umana, sia del singolo sia delle comunità. Un’icona per concludere. Volendo creare un’attualizzazione al particolare delle sei giare vuote conosciute nella sala delle nozze di Cana, si potrebbe ben dire che una di queste giare sia vuota per carenza di silenzio. Come rimediare? È presto detto: promuovendo la spiritualità e la cultura del silenzio. Potremmo chiudere così: a “Babele” ci si salva tacendo.

di Michele Giulio Masciarelli

© Osservatore Romano - 24 dicembre 2019