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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

vita un miracolodi ANTONIO RANZOLIN

Teoscopio. Leggendo, prima, e poi traducendo questo libro mi sono imbattuto, nell’ultimo capitolo, in un termine che mai avevo udito. Un termine che mi ha stregato, ubriacato... Teoscopio.

L’ho trovata una parola in cui vedevo iscritto, con una semplicità disarmante, niente meno che il fine dell’uomo, chiamato per sua natura a “guardare”, “osservare”— skopéô è il verbo greco — Dio stesso. A posare i suoi occhi sugli occhi di lui, sugli occhi del Dio visibile, del Dio umanato, del Dio manifestato nella carne: il Dio Logos Gesù Cristo. A entrare in quegli occhi capaci di accogliere tutti gli occhi del mondo: la capienza di quei due occhi è infinita... La storia non è altro, alla fin fine, che questo: storia di occhi che cercano gli occhi di Cristo. Non sempre o di rado ne ho coscienza, ho ammesso a me stesso. E tuttavia lui — con i suoi occhi — è il cercato dietro ogni mia ricerca. Il bramato dietro ogni mia brama. L’amato dietro ogni mio amore. Il senso dietro ogni mia domanda di senso... Lui, con i suoi occhi. Teoscopio. L’ho sentita una parola, leggendo e traducendo questo libro, che mi rituffava nel centro biblico e patristico dell’esistenza: il cuore. Con un’avvertenza decisiva: solo un cuore puro possiede occhi capaci di vedere il Creatore increato. Spine, rovi, cardi: una selva di passioni impedisce ogni vista. La mia condizione... Un desiderio, sì, di “vedere”, e tuttavia mescolato a istanze — a sirene... — che mi promettono felicità ma mi vogliono e mi mantengono schiavo. E cieco. E a cui presto cieca e assoluta obbedienza. Duro lavoro, quello di dissodare il cuore... E mi si dice che la teologia passa solo di lì. Che non c’è un’altra via. Che un’altra “via” non ti fa vedere Dio, ma l’idolo che le tue passioni hanno forgiato a tua immagine e a tua somiglianza (anche se le labbra continuano a cianciare di lui...). Teoscopio. Ho avvertito dunque, in quella parola, la fatica del contadino che lavora — per renderlo atto alla visione — il campo del cuore. Ma anche, e soprattutto, la presenza di Uno che con-fatica con lui. Che co-opera con lui. Non c’è solo il contadino: c’è il sole di Dio, la brezza di Dio, la pioggia di Dio, il tempo di Dio... E mi son detto: ma è Dio, in fondo, che fatica di più, molto di più, pur di lasciarsi vedere. La sua grazia pesa sulla stadera più del mio sudore. Appena accenno a un passo, subito egli si accosta per rendere spedito e sicuro il mio cammino. Appena sollevo qualcosa, mette sotto le mie le sue mani, per portare il mio peso... «Metti i tuoi cento oboli, perché io — il tuo Signore — possa mettere le mie mille monete d’oro», mi ricorda l’anziano Iosif, morto nel 1959, sull’Athos, esalando il buon profumo di Cristo. Funziona così nelle cose di Dio... Teoscopio. Un fremito si è impossessato di me quando quella parola mi ha, idealmente, portato in chiesa, nella sinassi eucaristica, e prostrato davanti all’altare. Dove la grazia, che sostiene ogni fatica e sudore, è distribuita in gratuità e signorile larghezza; e non solo la grazia, ma l’Autore stesso della grazia... Dove ti accosti all’Agnello immolato ma ritto e ne mangi la carne traboccante di vita immortale; e ne bevi il sangue fiammeggiante di Spirito santo. Dove consegni il tuo cuore malato per riaverlo puro, uguale al Cuore che ti assimila a sé. Pulsante secondo natura, e non contro natura: idoneo alla divina visione. Perché capace di un amore divino: capace di spezzarsi (senza mai dividersi) e di lasciarsi mangiare (senza mai consumarsi). Solo quando, da lui, sei assimilato a lui puoi vedere lui. Funziona così nelle cose di Dio... Teoscopio. Quanti volti ha evocato in me quella parola! Da orizzonti temporali e spaziali diversi emergevano, risplendenti di riflessi increati, tratti di uomini e donne che — sorretti dalla grazia divina, mangiata e bevuta avidamente all’altare — hanno lottato nelle spelonche e nei deserti, nei boschi e nelle selve, nelle megalopoli e nelle più sperdute contrade. Per pulire il cuore e vedere, così, l’Amato che il cuore stesso desidera: «Avete visto l’amore dell’anima mia?». Vederlo in tutti gli esseri e in ogni singolo essere. Vederlo negli uomini e in ogni singolo uomo, immagine sua. Vederlo faccia a faccia — se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio — nel rapimento fino al terzo cielo. Volti di fratelli e di sorelle. Icone dell’Icona — nugolo infinito di testimoni — che ora vedono e seguono l’Agnello ovunque egli vada. Spargendo sulla terra (anche sulle mie piaghe purulente) balsami di consolazione e di speranza. Teoscopio.
Vorrò fare anche del mio cuore un teoscopio?

© Osservatore Romano - 24 agosto 2018