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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
monaco-scribantedi GRAZIA LOPARCO

Nelle società occidentali l’attenzione verso l’azione delle congregazioni religiose è scarsa, anche perché la loro presenza si riduce per diminuzione di vocazioni e mezzi. E questo disinteresse per l’oggi coinvolge anche la loro storia, anche se bisogna ammettere che le congregazioni di vita attiva, per tanto tempo, non hanno curato la propria documentazione e rappresentazione narrativa perché i membri erano molto intenti a una carità operosa verso le persone, che non lasciava campo a interessi più sofisticati.
E solo ora, quando le congregazioni diminuiscono, ci si dedica alla storia, forse per lasciare quantomeno traccia di sé. All’interno degli istituti, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, è stato avviato un percorso di ricerca e riscoperta delle fonti, in particolar modo quelle relative ai fondatori, per ripartire di lì con l’auspicio di rinnovarsi tenendo in conto il mutare dei tempi e sfrondando abitudini cresciute e incrostate nei secoli. Seppur a fatica, il tentativo è quello di distinguere tra patrimonio genetico identitario e tradizioni legate a singoli contesti. In alcuni casi si è avvertita l’importanza di spingersi oltre le proprie origini, quelle paradigmatiche in cui si istituzionalizzò il carisma, il progetto primitivo poi diffuso nel mondo. Quest’impegno consente anche di recuperare informazioni preziose per inserire la vicenda delle congregazioni nella storia dei vari Paesi e in quella della Chiesa. Difatti nei manuali o negli studi generali appare sempre molto limitatamente il contributo specifico dei religiosi e (forse ancor più) delle religiose, che invece negli ultimi due secoli hanno dato un apporto peculiare alla Chiesa, e allo sviluppo locale delle società. Ma richiamare l’importanza della documentazione e della storia può suscitare nei diretti interessati una sorta di disagio, di fastidio. Si teme che si voglia trattenere lo sguardo indietro per trovare consolazione in tempi d’oro ormai tramontati che, se incapaci di sguardo critico e propositivo verso il presente e il futuro, si presentano complessi e diversi dal passato. Questa situazione è anche determinata dalla internazionalizzazione dei membri delle congregazioni, con lo spostamento delle vocazioni soprattutto nel contesto asiatico e africano, culturalmente distanti dall’Europa cristiana coinvolta nel processo di secolarizzazione e nel quale sono sorti gli istituti. Di conseguenza si affacciano i problemi della conoscenza della lingua delle fonti originarie, della progressiva rinuncia a far apprendere una lingua diversa ai nuovi membri e della tendenza piuttosto a favorire traduzioni nelle lingue locali. Ma ogni traduzione è pur sempre un’interpretazione, sicché senza accesso diretto alle fonti si impoverisce il contatto e il dialogo personale, diretto, con i fondatori e i loro collaboratori, quello con il tempo in cui un’istituzione prendeva forma. Un altro fattore che si oppone alla costruzione storica, in molte culture legate a tradizioni orali, è dato dal disinteresse per la storia scritta e documentata. Si incontrano ostacoli allora gravi quando si passa dalla tradizione intergenerazionale in un villaggio o in una tribù a quella in una comunità i cui membri si spostano, si trasferiscono altrove dando alla comunità stessa il carattere dell’internazionalità. Si spezzano, cioè, gli anelli della trasmissione. Sono questi solo cenni, al di là di altre considerazioni critiche sulla veridicità e verificabilità dei racconti, che non vogliono comunque eliminare il valore di certe tradizioni. E ancora, non va trascurato l’uso politico e ideologico della storia da parte di Governi e regimi, senza escludere a priori anche i superiori delle stesse congregazioni, non necessariamente ottimi conoscitori della storia dell’istituzione. Ecco allora che può capitare che chi vuol guardare al futuro non di rado fa volentieri a meno di considerare un vissuto percepito come lontano e insignificante. Non è ozioso chiedersi perché le congregazioni religiose, come altre istituzioni, dovrebbero dedicare invece energie e risorse alla storia, anche in tempi difficili. Evitando frasi fatte. Nella frammentazione delle opere, delle necessità, delle mentalità, delle sensibilità e delle esperienze, la conoscenza del vissuto offre una bussola, non una ricetta. Dinanzi a mille urgenze che bussano alle porte, ogni istituto è chiamato a fare scelte oculate in base a criteri che non possono essere improvvisati, né ripetuti acriticamente guardando ai fondatori vissuti in un altro ambiente. Ma come crearli senza cadere nell’arbitrio? Come restare uniti nella distinzione condivisa tra priorità e urgenze; riconoscibili, non appiattiti e uniformati, superando le difficoltà culturali che pure pesano nelle comunità internazionali come nei capitoli generali? È una sfida che certamente tra vent’anni, tramontate le generazioni che attualmente possono ancora incidere nelle scelte istituzionali e formative, presenterà il suo conto in termini di vitalità e incisività, colore e specificità. La conoscenza della storia, rettamente intesa, può offrire il suo contributo. Modesto e limitato, forse, ma crediamo irrinunciabile e ineludibile. Con il suo riconoscere in ogni stagione luci e ombre essa sviluppa un senso critico di per sé formativo, un sapere trasformante, un discernimento tra ciò che è storico, appunto, pertanto destinato a cambiare; e ciò che resta come valore essenziale, dinamico, fecondo. Ovviamente non si sta parlando di una storia raccontata per aneddoti edificanti, né di mistificazioni di personaggi e contesti. L’idealizzazione è un processo facilmente presente quando si pensa al passato, soprattutto da parte di chi vi è legato, perciò ha ragione chi dubita e pone domande scomode alle fonti e agli studiosi. Ma proprio nell’affinamento della riflessione si arricchisce la propria umanità chiamata a vivere e agire con responsabilità nel presente, compreso in modo più profondo. Produrre storie per alimentare la nostalgia dei bei tempi passati sarebbe alienante. I paradigmi della ricostruzione sono sempre suscettibili di cambiamenti e revisioni (per non ossificarsi), non di rado stimolati da altri parametri storiografici con cui si può entrare proficuamente in dialogo. Molto si deve infatti a studiosi laici che hanno messo a fuoco temi e aspetti sfuggiti a lungo a storici religiosi, più propensi a concentrarsi su argomenti spirituali, istituzionali e sociali, senza scandagliarne altri, dalla mentalità all’economia; dalle relazioni interpersonali alla vita quotidiana delle opere, e così via. Chiedersi qual è stato l’apporto inedito di un istituto nella società e nella Chiesa, senza ingigantire né sminuire né confondere, nelle diverse stagioni della sua vita, è senz’altro importante per dirigersi consapevolmente verso il futuro, o reinterpretando le attività più comuni, o ripensando la missione in coerenza con la propria identità specifica. Non è forse vero che a volte per rimediare al superamento della funzione vicaria delle congregazioni nell’educazione e nell’assistenza nei Paesi dove lo Stato in qualche modo ha poi assunto la responsabilità di scuole e ospedali, si avvertono crisi d’identità per non aver distinto tra missione e opere? E non si va altre volte verso soluzioni spiritualistiche, rinunciando alla dimensione sociale, a un’antropologia specifica, a camminare con la dottrina sociale della Chiesa che impegnerebbe a profonde revisioni di stili di vita e di apostolato? È chiaro che una tale ignoranza produce impoverimento per tutti, sia nei Paesi dove un’istituzione è sorta, sia in quelli di nuovo insediamento, dove si può essere tentati di confondere inculturazione e adattamento poco innovatore in senso evangelico. L’esperienza è un patrimonio, da visitare con senso critico, per riconoscersi e non perdere i connotati che fanno la ricchezza della varietà della vita religiosa, rivelatrice di infinite sfumature dell’interpretazione vissuta del Vangelo. La cooperazione con i laici, chiamati a partecipare attivamente alla vita di istituzioni che hanno un’anima, è un’altra ragione importante per curare i processi identitari comuni, ovviamente aperti, senza esclusivismi o integralismi. La comunità cristiana e quella civile, che lo sappiano o no, senza misconoscere i limiti di ogni esperienza, hanno ancora bisogno di attingere a un tesoro di valori che però non si trasmettono automaticamente, per annunciare la bellezza dell’umanizzazione della vita.

© Osservatore Romano - 29 agosto 2014