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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Cinquantasei esponenti evangelici, per la maggior parte di Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, hanno sottoscritto un testo nel quale si esprime apprezzamento per l'enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI. Tra i firmatari della dichiarazione - che pubblichiamo qui di seguito - appaiono economisti, matematici, politologi, sociologi.
I recenti eventi mondiali ci mostrano l'importanza di una profonda riflessione cristiana sulla natura e sul fine della vita economica, sia nelle nostre società sia in altre parti del mondo. Quindi, come protestanti evangelici plaudiamo la pubblicazione dell'enciclica Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI. Esortiamo ovunque i cristiani, ma specialmente i nostri fratelli evangelici dell'emisfero nord, a leggere, confrontarsi e rispondere alla Caritas in veritate e alla sua identificazione della duplice chiamata di carità e di verità nella nostra vita di cittadini, imprenditori, lavoratori e, soprattutto, seguaci di Cristo.
Con la morte e la risurrezione di Cristo, Dio rimuove tutto ciò che ostacola i giusti rapporti tra Dio e il mondo, tra gli esseri umani e tra l'umanità e il resto del creato. In questo ripristino del giusto rapporto tra tutte le cose è compreso anche lo sviluppo umano. Apprezziamo il modo in cui l'enciclica considera lo sviluppo economico in termini di traiettoria autentica per la prosperità umana. La Caritas in veritate, che segue la tradizione dell'enciclica Popolorum progressio di Paolo VI, sostiene che lo sviluppo riguarda la trasformazione sia delle persone sia delle istituzioni e i rapporti al loro interno e tra di loro. Noi ci facciamo eco del suo appello per una nuova visione dello sviluppo, che riconosca la dignità della vita umana nella sua pienezza, e che comprenda la preoccupazione per la vita dal concepimento fino alla morte naturale, per la libertà religiosa, per l'attenuazione della povertà e per la cura del creato.
La Caritas in veritate propone un modello integrale di sviluppo umano nel contesto della globalizzazione, "l'esplosione dell'interdipendenza planetaria". Con questa enciclica, anche noi affermiamo che la globalizzazione deve diventare un "processo d'integrazione incentrato sulla persona e orientato alla comunità". L'enciclica giustamente osserva che, in effetti, la globalizzazione ha fatto uscire milioni di persone dalla povertà, soprattutto attraverso l'integrazione delle economie delle nazioni in via di sviluppo nei mercati internazionali. Tuttavia, la disparità di questa integrazione ci lascia profondamente preoccupati riguardo alla disuguaglianza, alla povertà, all'insicurezza alimentare, alla disoccupazione, all'esclusione sociale - compresa la persistente esclusione sociale delle donne in molte parti del mondo - e al materialismo, che continuano a devastare le comunità umane, con conseguenze distruttive per il nostro habitat planetario comune.
Nella Caritas in veritate troviamo un'analisi delle questioni globali che rifiuta l'eccessiva semplificazione della polarizzazione del libero mercato e delle soluzioni attive dei governi. Come insegna l'enciclica, "possono essere vissuti rapporti autenticamente umani di amicizia, di solidarietà e di reciprocità anche all'interno dell'attività economica e non solo fuori di essa o "dopo" di essa". La vita economica non è amorale o autonoma. Le istituzioni economiche, e i mercati stessi, devono essere caratterizzati da rapporti interni di solidarietà e di fiducia.
Il profitto, pur essendo un mezzo necessario nella vita economica, non può essere il fine prioritario di una prosperità economica veramente umana. Pertanto, confermiamo l'enfasi posta dalla Caritas in veritate sull'impresa sociale, vale a dire sugli sforzi commerciali guidati da un principio mutualistico che trascende la dicotomia del "a scopo di lucro" e del "non a scopo di lucro" e che invece persegue fini sociali quando copre le spese e compie investimenti. Più in generale, esortiamo gli evangelici a considerare l'invito di Papa Benedetto a rivedere chi deve essere incluso tra i portatori di interessi sociali e quale è il significato morale dell'investimento. Avremmo auspicato una critica ancora più forte, nell'enciclica, dell'elevazione del denaro a idolatria e del conseguente attuale dominio dei mercati finanziari su altri elementi dell'economia globale. Sosteniamo l'affermazione secondo la quale un'economia di carità esige spazio per la miriade di comunità umane e d'istituzioni, non solo per lo Stato e il mercato, ma anche per le famiglie e i tanti rapporti della società civile. Sono soprattutto le risorse interne delle comunità, come quelle delle associazioni di vicinato, i consigli municipali, i sindacati, le piccole attività commerciali, a facilitare lo sviluppo dei talenti e delle risorse locali. Un governo efficace e un aiuto che dia sostegno allo sviluppo, ma riconosca i propri limiti, sono necessari per tracciare un cammino verso uno sviluppo più integrale. La sfida di "umanizzare" o "civilizzare" la globalizzazione non significa necessariamente più governo. Esige però un governo migliore, il governo della legge invece che delle persone, lo sviluppo di istituzioni di governo forti, il ripristino dell'equilibrio tra interessi contrastanti, lo sradicamento della corruzione. Una globalizzazione etica esige un commercio più equo e più libero, aiutando i poveri del mondo a integrarsi con successo in una economia globale prospera. Una globalizzazione etica esige dalle nostre Chiese evangeliche, ovunque, che rispondiamo all'appello di fare la verità nella carità, mentre continuiamo a obbedire al grande mandato di "ammaestrare le nazioni".
L'enciclica giustamente riconosce che gli Stati non stanno trascurando, e non dovrebbero trascurare, il loro dovere di perseguire la giustizia e il bene comune nell'ordine economico globale. Condividiamo la preoccupazione del documento per il declino dei sistemi di sicurezza sociale, per la diminuzione del potere dei sindacati e per la pressione della mobilità del lavoro, che è socialmente distruttiva. Tuttavia, condividiamo anche i suoi timori per la crescita di uno stato di benessere eccessivo, che svilisce il pluralismo sociale e civico. Così, siamo d'accordo sul fatto che la sussidiarietà e la solidarietà devono andare insieme, come propone la Caritas in veritate.
Ci facciamo eco della richiesta di modelli migliori di governo globale, sia finanziari sia politici, ma esitiamo ad appoggiare in modo acritico gli attuali modelli nelle Nazioni Unite, nel Fondo Monetario Internazionale, nella Banca Mondiale e nell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Per assicurare il bene comune globale certamente è necessaria un'azione politica, ma nuovi modelli di governo globale devono assicurare una maggiore partecipazione, trasparenza e responsabilità, e aiutare a rafforzare la nazione rispetto al potere della finanza globale.
Con la Caritas in veritate, c'impegniamo a non essere vittime della globalizzazione, bensì ad esserne protagonisti, a operare per la solidarietà globale, per la giustizia economica e per il bene comune, quali norme che trascendono e trasformano i motivi del profitto economico e del progresso tecnico. Auspichiamo un dialogo serio tra tutti i cristiani, e con gli altri, per fare di questi obiettivi delle realtà pratiche.

(©L'Osservatore Romano - 31 agosto - 1 settembre 2009)