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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
teofania-13di KRZYSZTOF JÓZEFNY KIEL
L’uomo moderno fa difficoltà ad accogliere il discorso cristiano sulla remissione dei peccati, e quindi sulla Divina Misericordia del Padre, perché l’idea di peccato gli pare sostituire il diritto di un altro, il diritto di Dio sulla propria coscienza e l’idea di perdono gli sembra lo mantenga in una posizione di dipendenza e di non autonomia. L’uomo moderno non riconosce debiti: questa è la radice culturale che gli rende difficile riconoscere sia la grazia, sia il peccato. Questa sensibilità è il frutto di tutta la storia moderna, caratterizzata dalla ricerca dell’autonomia.
Siamo, con il peccato, di fatto, al centro del problema religioso del nostro tempo, dell’interpretazione del cristianesimo dopo l’era della secolarizzazione e del secolarismo. È una situazione di crisi profonda che riguarda, insieme, la nostra civiltà e la nostra Chiesa. È questa difficoltà dell’uomo moderno a riconoscere il peccato e il perdono che spiega, alla radice, anche le difficoltà della pratica cristiana della confessione o riconciliazione. Non a caso il Papa Benedetto XVIdescrivendo il tempo moderno lo ha definito il tempo della «desertificazione spirituale». A prima vista questa espressione potrebbe sembrare pessimistica, in quanto mette dolorosamente in rilievo quelle che sono le grandi contraddizioni del nostro tempo che vive un evidente vuoto spirituale, una vera e propria «desertificazione spirituale», come se Dio non ci fosse (etsi Deus non daretur). Approfondendo, però, questa immagine nell’insegnamento di Benedetto XVI si vede che non è affatto pessimistica: vi è piuttosto un sano realismo che spinge a guardare con fiducia a questa emergenza che è spirituale, morale ed educativa, perché è «proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere». Infatti, nel deserto — ricorda Benedetto XVI— «si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza». I deserti diventano così l’o ccasione propizia per la purificazione, per la crescita spirituale: un passaggio obbligato, possiamo dire, per prendere coscienza della realtà con tutti i suoi limiti. I deserti sono quindi anche delle attese che spesso rimangono implicite e richiedono un’op era di decifrazione per trasformarsi in opportunità. Dietro al vuoto del nostro tempo, dietro ai problemi più gravi che nella prassi pastorale constatiamo, si nascondono non di rado bisogni profondi del cuore, aspirazioni e speranze per una vita più sensata e umana. I deserti del nostro tempo rivelano anche una grande sete di verità e di bene. Domandiamoci: perché siamo arrivati a questo stato di «desertificazione spirituale»? Cos’è che rifiuta la coscienza moderna? Il peso di un senso di colpa che sottomette l’uomo al dominio e alla paura di Dio e gli impedisce di essere padrone di se stesso e del suo mondo. L’uomo moderno sente istintivamente una contrapposizione tra le pretese religiose e la difesa della dignità dell’uomo. Ma è questa l’idea cristiana? O non è piuttosto la concezione religiosa ancestrale? L’idea corrente del peccato è legata spesso al senso religioso primitivo del sacro e del divino. Essa traduce la coscienza di aver violato l’ordine e gli interdetti posti dagli dei sulla natura e sui viventi. Fin tanto che la divinità è sentita come legata alle forze della natura, l’uomo è continuamente esposto al pericolo di invadere il “camp o” degli dei. Di infrangere le loro leggi, di offendere il loro onore; egli vive con il timore di essere sempre in una situazione di trasgressione, di disobbedienza, di debito nei confronti degli dei; porta in sé un senso di angoscia e di colpa, di paura della maledizione e della condanna. Quest’idea di peccato veicola chiaramente l’immagine di un Dio dominatore, collerico, vendicatore, preoccupato anzitutto di far rispettare l’ordine che lui ha messo in ogni cosa, geloso del fatto che l’uomo entri nel suo campo. È un Dio concepito a immagine del padre di famiglia dispotico, tipico delle società patriarcali. La mentalità dei cristiani di oggi — anche del nostro cattolicesimo debitore di una religiosità tradizionale — è segnato profondamente da questo sottofondo religioso arcaico, che si mescola confusamente con la cultura “moderna”. È importante discernere questi elementi della coscienza anche cristiana, e soprattutto è urgente recuperare la logica e la dinamica della rivelazione cristiana per penetrare nel vivo della fede della Chiesa nella Divina Misericordia. La pedagogia divina della Divina Misericordia nei confronti dell’uomo peccatore e il vero significato del peccato si rivelano pienamente in Gesù. Alla sua discesa dalla Montagna, con in mano le due tavole della Legge, Mosé aveva trovato il popolo, che danzava attorno al vitello d’oro e pieno di un santo furore aveva spezzato le tavole e chiamato «chi stava dalla parte del Signore» a vendicare il suo onore, e così i figli di Levi avevano massacrato tremila uomini e ne erano stati ricompensati con l’investitura sacerdotale (cfr. Esodo, 32, 15-29). Durante la sua prima apparizione pubblica Gesù scende nelle acque del Giordano e si mescola con i peccatori, che vengono a chiedere il battesimo di Giovanni e a confessare i loro peccati, e la compiacenza di Dio si esprime così: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» e lo Spirito discende su di Lui (Ma rc o , 1, 9-12). Questa scena inaugurale della missione di Gesù rivela il vero senso della storia della salvezza, che è un’economia divina del perdono, e nello stesso tempo manifesta il cambiamento radicale che si produce sulla scena della storia religiosa dell’umanità. La novità essenziale è che l’Inviato di Dio, il “Santo di Dio” si mette nel rango dei peccatori, si abbassa alla loro condizione per rappresentarli davanti a Dio e Dio lo “solleva” riconoscendolo Suo Figlio. La Confessione sacramentale è la pratica che più di ogni altra ci permette di sperimentare la grandezza, la bellezza e la potenza rigenerante della Divina Misericordia. Quando il penitente entra nel confessionale, egli si accosta realmente all’a m o re del Padre, entra nel cuore misericordioso di Dio che è l’unico capace di guarire le ferite dell’anima, di togliere il peccato che ci impedisce di rimanere nell’amicizia con Lui, di fare nuove tutte le cose nel fedele che con umiltà e sincero pentimento implora il perdono. Il sacramento della Penitenza è strumento efficace che rigenera l’uomo dal di dentro in quanto lo aiuta a cogliere la verità di se stesso, quella cioè di essere figlio prediletto del Padre, ricco di misericordia, sempre disposto a donargli incondizionatamente il Suo perdono e la pace. Infatti, in questo Anno tutto particolare dedicato alla fede, da pochi giorni giunto alla sua conclusione, si è registrato a Roma una presenza numerosa di pellegrini provenienti da tutto il mondo in visita alla tomba dell’apostolo Pietro per rinnovare in modo particolare la loro professione di fede e la loro gioia di essere discepoli di Cristo e figli della Chiesa, nostra madre e maestra di verità. Ci riempie di gioia il fatto, che tanti sono stati i pellegrini che si sono accostati — nel corso dell’Anno della fede — al sacramento della riconciliazione nelle diverse basiliche papali in Urbe. I nostri penitenzieri minori ci hanno informato con entusiasmo che, i tanti pellegrini che ogni mercoledì, il giorno dell’udienza generale oppure alla domenica quando accorrevano a piazza San Pietro per ascoltare le parole che il Papa rivolge all’Angelus, si accostavano con maggiore fiducia e sincero spirito di pentimento al sacramento della confessione. Anche le Chiese nei dintorni del Vaticano sono piene di fedeli che chiedono di confessarsi e di dedicare del tempo alla preghiera. Papa Francesco, più volte nei suoi discorsi e interventi pubblici, sta invitando a non avere paura di chiedere perdono a Dio perché Egli è felice quando ci dona la Sua misericordia. Infatti, egli incontrando i penitenzieri minori della basilica di Santa Maria Maggiore, all’indomani della sua elezione pontificia, ha detto loro: «Misericordia, misericordia, misericordia. Voi siete confessori quindi siate misericordiosi verso le anime». Papa Francesco insiste molto nel trasmettere che Dio è misericordia infinita perché vuole suscitare nei cuori degli uomini di buona volontà la fiducia e la speranza che nella vita i cambiamenti sono sempre possibili. È sempre tempo di conversione e di salvezza. Egli desidera che la Chiesa si mostri al mondo come madre e maestra di misericordia. E le ricadute positive di queste esortazioni da parte del Santo Padre sono davvero innumerevoli, e toccano diverse parti del mondo, dalle quali, infatti, ci giungono informazioni, anche per mezzo dei mezzi di comunicazione, sul notevole risveglio della gente, dei nostri fedeli che si accostano con maggiore fiducia e sincero spirito di pentimento al sacramento della confessione.

© Osservatore Romano -  25-26 novembre 2013