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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
concilio-vaticano-2di GIOVANNI BATTISTA RE

Papa Paolo VI resterà nella storia per il ruolo che ha avuto nel concilio Vaticano II. Se, infatti, è di Papa Giovanni XXIIIil merito di averlo indetto e aperto, si deve a Paolo VI l’averlo condotto avanti con mano sicura, rispettando in tutto la piena libertà dei padri conciliari, ma intervenendo opportunamente come Papa là dove era necessario intervenire.
Egli fu il vero timoniere del concilio. Anche se non sempre fu compreso, Paolo VIresterà anche come il Papa che ha amato il mondo moderno, ne ha ammirato la ricchezza culturale e scientifica ed ha operato perché aprisse il cuore a Cristo, Redentore dell’uomo. La grande ansia di PaoloVIè stata quella di servire l’uomo di oggi, sostenendolo nel cammino sulla terra e indicandogli al tempo stesso la meta eterna, nella quale soltanto può trovare pienezza di significato e di valore lo sforzo che egli quotidianamente esprime quaggiù. La sensibilità alle attese e alle inquietudini dell’uomo moderno, portò Papa Paolo VIa cercare il dialogo con tutti, non chiudendo mai le porte all’i n c o n t ro . Per Paolo VI il dialogo fu l’e s p re s s i o n e dello spirito evangelico che cerca di avvicinarsi a tutti, che cerca di capire tutti e di farsi capire da tutti, così da instaurare uno stile di convivenza umana caratterizzato da apertura reciproca e pieno rispetto nella giustizia, nella solidarietà e nell’amore. Dialogo anche con l’errante, al fine di ottenerne il ravvedimento. In questo incontro di preghiera, mi è caro rilevare che egli non è stato soltanto un Papa grande, che ha saputo compiere scelte coraggiose anche se impopolari, ma fu anche un uomo di una spiritualità genuina e profonda, che rimane un esempio a cui ispirarsi. Al fondo del pensiero e dell’azione di Paolo VI c’è una vera spiritualità, fatta di preghiera, di meditazione, di sconfinato amore a Cristo, alla Madonna, alla Chiesa. L’attrattiva che egli aveva per la preghiera liturgica lo portò a curare e facilitare la partecipazione dei fedeli, impegnandosi nella riforma liturgica che porta il suo nome. Egli era una persona apparentemente fragile, fisicamente esile e con continui problemi di salute, ma dotato di una straordinaria intelligenza, di una singolare forza di volontà e di una alta tensione spirituale, caratterizzata dall’inclinazione al raccoglimento, alla vita interiore e alla riflessione. Vi era in lui una tendenza mistica, che lo portava ad immergersi nel mistero di Dio contemplato e gustato. Questa si manifestò in lui già negli anni dell’adolescenza quando, recandosi a Chiari, saliva al monastero dei benedettini e vi restava a lungo, affascinato dalle liturgie dei monaci. A volte egli era l’unica persona nei banchi della chiesa mentre i monaci benedettini erano in coro a salmodiare. Fin dai primi anni di sacerdozio, monsignor Montini si rivelò un appassionato educatore che provava un particolare trasporto nel dedicarsi alla formazione e alla maturazione degli studenti e degli universitari. Negli anni in cui, oltre a lavorare in Segreteria di Stato, fu assistente ecclesiastico della Fuci, egli mirò a formare le coscienze, rendendole capaci di offrire poi una forte testimonianza cristiana, che aiutasse ad avvicinare l’uomo moderno al messaggio di Cristo. Cercò di coinvolgere i giovani nella ricerca della verità, nella fatica del pensare, nell’autonomia di giudizio e nel senso di responsabilità. Si sforzò di formare dei laici che fossero dei protagonisti nell’evangelizzazione della società e nell’impegno di apostolato, oltre che essere coerenti nelle scelte con la propria appartenenza cristiana. Anche quando, dopo un decennio, lasciò l’incarico di assistente generale della Fuci, continuò i contatti personali con i fucini e con i laureati cattolici. In tal modo egli diede un valido contributo alla formazione di quella che diventerà la classe dirigente cattolica italiana al termine della seconda guerra mondiale. Monsignor Montini lavorò anche a sanare la divaricazione tra fede e cultura e ristabilire un ponte fra la Chiesa e il mondo moderno. Fu questo un impegno che lo accompagnò nell’intera vita. In un mondo povero di amore e solcato da problemi e violenze di ogni genere, egli lavorò per instaurare una civiltà ispirata dall’amore, in cui la solidarietà e la collaborazione giungessero là dove la giustizia sociale, pur tanto importante, non poteva arriv a re . La “civiltà dell’a m o re ” da costruire nei cuori e nelle coscienze è stata per Papa Montini più di un’idea o di un progetto: è stata la guida e lo sforzo di tutta la sua vita. Nell’orizzonte della civiltà dell’amore va compreso il suo alto magistero sociale, mediante il quale si fece avvocato dei poveri e denunciò le situazioni di ingiustizia. Fu vicino agli operai e fu molto sensibile al problema della fame nel mondo, al grido di angoscia dei poveri, alle gravi disuguaglianze sociali e alle sperequazioni nell’accesso ai beni della terra. Il pontificato di Paolo VIfu caratterizzato, inoltre, da alcune iniziative e da taluni gesti che meritano di essere ricordati. Egli fu il primo Papa a volare in aereo e il primo Papa a tornare in Palestina, da dove san Pietro era venuto. Fu un viaggio di alto valore simbolico, che esprimeva il suo mondo interiore, la sua spiritualità e la sua teologia. Compiendolo appena sei mesi dopo l’elezione al pontificato e mentre era in corso il concilio, egli volle indicare alla Chiesa la strada per ritrovare pienamente se stessa ed orientarsi nella grande transizione in atto nella convivenza umana. La Chiesa, infatti, può essere autentica e compiere la sua missione soltanto se ricalca le orme di Cristo. Fu il primo Papa che, con gesto certamente significativo, volle rinunciare alla tiara, togliendosela pubblicamente dal capo il 13 novembre 1964 e donandola ai poveri. Voleva, con questo gesto, far intendere che l’autorità del Papa non va confusa con un potere di tipo politico-umano. Poche settimane dopo avrebbe intrapreso il viaggio apostolico in India, che tanto influenzò il suo magistero sociale. La rinuncia alla tiara acquistava il valore di un gesto programmatico di umiltà e di condivisione, simbolo di una Chiesa che mette i poveri al centro della sua attenzione e li accosta con rispetto ed amore, vedendo in loro il Cristo. Fu il primo Papa a recarsi all’Onu, dove si presentò come un pellegrino che da duemila anni aveva un messaggio da consegnare a tutti i popoli, il Vangelo dell’amore e della pace, e finalmente poteva incontrare i rappresentanti di tutte le nazioni e consegnare loro questo messaggio. Fu il primo Papa a recarsi in Africa, in America latina e in estremo Oriente. Paolo VIè anche il Papa che ha abolito la corte pontificia e che ha voluto che il Vaticano e la Curia romana avessero uno stile di vita più semplice e una impostazione più pastorale e più internazionale, affinché la Chiesa fosse più che mai al servizio dell’intera umanità.

© Osservatore Romano - 7 agosto 2014