di ANNA FOA Il dibattito su Pio XII e sul ruolo da lui svolto nell’o ccupazione di Roma e nella Shoah continua a sollecitare l’attenzione e a scatenare aspre polemiche. Non esiste conferenza o presentazione di libri in cui, anche se il tema trattato lo sfiora solo marginalmente, questo problema non venga sollevato nelle domande del pubblico: sì, ma il Papa?, è la domanda ripetuta. Esiste una vera e propria leggenda nera, che ha fatto di Pio XII un Papa nazista o favorevole ai nazisti, una leggenda nata negli anni Sessanta e che è ora più viva che mai, almeno a livello del grosso pubblico. Il tono difensivo e apologetico spesso adottato dai sostenitori di una opposta leggenda rosa non aiuta a cambiare questo clima, mentre si ha l’i m p re s s i o n e che anche i lavori più rigorosi di molti storici, e non solo cattolici, che hanno dato spiegazioni ponderate della questione dei “silenzi” di Pio XII , termine com’è noto già usato dallo stesso Pontefice, non siano recepite dal pubblico e non influiscano sul comune senso storiografico. Quasi l’immagine di un Papa che, nel migliore dei casi, non si cura dello sterminio degli ebrei nemmeno quando avviene sotto le sue finestre avesse assunto caratteristiche simboliche e mitologiche tanto convincenti da essere refrattarie a qualunque analisi. Anche le numerosissime testimonianze esistenti sull’ampiezza dell’accoglienza ecclesiastica agli ebrei non riescono a modificare questo giudizio.
L’immagine che viene evocata in risposta è quella di un’accoglienza voluta dal basso, dalla Chiesa dei parroci e dei preti di quartiere, e sconosciuta o addirittura osteggiata nei Sacri Palazzi. Un’immagine sconcertante, che molte ricerche, ultima delle quali il libro di Andrea Riccardi, L’inverno più lungo (Laterza, 2008), hanno demolito a livello storico senza tuttavia provocare grandi riscontri a livello di opinione, e che viene continuamente riproposta nella richiesta di produrre il documento a firma di Pio XII che avrebbe autorizzato l’accoglienza nei conventi. Sarà possibile, in questo clima in cui il mito si presenta inattaccabile dalla storia, che l’apertura prossima degli Archivi Vaticani per il periodo del pontificato di Pio XII riesca a fare quello che non sono riuscite a fare le interpretazioni più attente e le considerazioni più convincenti, cioè modificare, ove emergano i documenti che rendono possibile farlo, questo quadro? Vorrei ora identificare alcuni temi di fondo su cui la documentazione già pubblicata in Actes et documents du Saint Siège ( A DSS ) ha lasciato aperti dubbi e perplessità, e su cui l’apertura degli archivi, con la messa a disposizione degli studiosi dei documenti non pubblicati, può modificare il quadro. Prendiamo un tema che ha molto sollecitato gli storici, quello della famosa lettera del 1943 di padre Tacchi Venturi al segretario di Stato Maglione sulla questione dell’abrogazione delle leggi del 1938. Tacchi Venturi riferisce di essere intervenuto presso il ministro dell’Interno di Badoglio, Umberto Ricci, a proposito della questione dei misti e degli ebrei convertiti, su cui il cardinale gli aveva dato istruzioni il 18 agosto. In riferimento a una successiva lettera di Maglione del 27 agosto, aggiunge che si era guardato bene «dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge la quale secondo i principii e la tradizione della Chiesa Cattolica ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma». Alcuni studiosi, da Goldhagen a Kertzer, hanno interpretato la questione come se Tacchi Venturi avesse chiesto a Ricci l’abrogazione delle leggi solo per quanto riguardava i misti e i battezzati, e avesse considerato positivamente il resto delle leggi del 1938. Questo vuol dire, però, fare tutt’uno delle due lettere di Maglione, l’una del 18 agosto pubblicata in A DSS sui misti e battezzati, l’altra, non pubblicata in A DSS , del 27 agosto. È una questione importante, che potrà essere sciolta solo dall’apertura dell’Archivio, per capire quali fossero le disposizioni secondo Maglione e Tacchi Venturi meritevoli di essere mantenute e quali quelle da cancellare. È evidente che il quadro cambierebbe fortemente: nel primo caso, il Vaticano tenderebbe a disinteressarsi completamente degli ebrei e a riservare tutta la sua attenzione al problema dei battezzati e dei misti, nel secondo ci troveremmo di fronte all’ultima significativa espressione dell’antigiudaismo tradizionale della Chiesa ma non all’abbandono al loro destino degli ebrei. E siamo pochi giorni prima dell’8 settembre e dell’occupazione nazista di Roma. E ancora, per restare al periodo badogliano, dove e come esattamente si arenò il piano delle Organizzazioni internazionali ebraiche, che avrebbe dovuto essere portato all’attenzione di Badoglio attraverso la mediazione della Santa Sede, di spostare al sud d’Italia, che era in procinto di essere liberato, tutti gli ebrei italiani per salvarli da una probabile invasione nazista? Nei ritardi provocati dalla prudenza della Chiesa o invece nelle secche del disinteresse di Badoglio, disinteresse ampiamente dimostrato dal fatto che non si curò di ordinare in quelle settimane la distruzione o il nascondimento degli elenchi degli ebrei italiani depositati nelle istituzioni? Un altro buco nero è quello del 16 ottobre e delle trattative intercorse tra il cardinale Maglione e l’ambasciatore tedesco in Vaticano Weizsäcker. È noto dalla documentazione tanto vaticana che tedesca come alla fine il Vaticano abbia rinunciato ad elevare una protesta formale per la razzia. In cambio di cosa? Chinando la testa di fronte alle minacce di guai peggiori fatte sia pur velatamente dall’ambasciatore o con promesse di qualche genere? E quali promesse? Basandosi sui soli resoconti di Weizsäcker, si rischia di prendere per buone le assicurazioni dell’ambasciatore, un ambasciatore che usava un registro duplice, per usare la convincente interpretazione di Gabriele Rigano, tra gli ambienti diplomatici tedeschi e il Vaticano. Sappiamo che il Vaticano credette di aver ottenuto qualcosa, cioè la liberazione dei misti e dei coniugi di matrimonio misto, ma questo era già stato deciso a Berlino. Ma c’erano due altri fronti di trattativa aperti, quello dei rifugiati nelle istituzioni cattoliche, che in quei giorni aumentavano in modo esponenziale, e delle connesse trattative sull’immunità degli istituti religiosi non extraterritoriali e quello della possibilità, che effettivamente non si realizzò, di altre razzie di ebrei a Roma. E qui il discorso cambia. È possibile che ci sia stato una sorta di patto tra il Vaticano e l’ambasciatore tedesco, o anche solo che il Vaticano abbia pensato che ci fosse stata una promessa in questo senso? Certo, siamo sul piano delle ipotesi, e anche qui c’è da augurarsi che la documentazione inedita porti luce su questa questione importante. Ammesso che la prudenza tradizionale della Santa Sede, che la situazione non può non avere accresciuto, abbia lasciato sopravvivere una documentazione scritta. I dubbi, le interpretazioni, i buchi neri sono moltissimi. Anche se non c’è traccia, ad esempio, di un ordine scritto del Papa di accogliere gli ebrei, restano tracce dei rifornimenti, dei contatti avuti da prelati di vario grado, a cominciare da Montini, che documentano l’ampiezza dei soccorsi. Inoltre numerose sono le testimonianze di suore e frati che affermano di avere agito con il permesso del Papa. Si trattava solo di un pio desiderio? Riccardi ha già analizzato parte di questa documentazione, e forse altra ne giace inesplorata che può gettare una luce ulteriore sulle modalità dell’accoglienza. Le questioni irrisolte sono molte e anche il chiarimento soltanto di alcuni di questi punti potrebbe rendere il quadro generale più sfumato e contribuire a demolire la forza irrazionale dei miti cresciuti intorno alla figura di Pio XII.
© Osservatore Romano 2 ottobre 2014