di PIETRO PAROLINIn questo tempo, in cui la Chiesa è impegnata nella nuova evangelizzazione, il tema della misericordia deve essere riproposto con slancio e rinnovato impegno pastorale. In particolare, è opportuno che il linguaggio della Chiesa trasmetta la misericordia in maniera tale da far breccia nel cuore della gente e invitarla a tornare a quella fonte inesauribile di amore che è il Cuore di Cristo. Siamo ormai a soli quattro giorni dall’inizio del Giubileo straordinario della misericordia, quando Papa Francesco aprirà solennemente la Porta santa della basilica di San Pietro, la prima delle chiese di Roma ad accogliere il pellegrinaggio dei fedeli.
Una Porta santa nel mondo si è tuttavia già aperta: è avvenuto, come s’è visto, domenica 29 novembre, nella cattedrale di Bangui, capitale del Centrafrica, nel corso del recente viaggio del Santo Padre nel continente africano. È stata questa la prima novità, già vissuta, di un evento che, pur nella tradizione secolare degli Anni santi, presenta un carattere decisamente innovativo, anche al di là dei due elementi di più immediato riferimento: la data dell’annuncio, nel giorno del secondo anniversario dell’elezione di Papa Francesco, e quella dell’inizio, l’8 dicembre, che richiama immediatamente i cinquant’anni dalla chiusura del concilio Vaticano II. L’innovazione più forte, l’unicità di questo Giubileo straordinario, è rappresentata tuttavia dalla sua stessa natura. Un Giubileo tematico, nella storia degli Anni santi, non s’era mai avuto; neppure tra quelli, e l’elenco è lungo, catalogati come “straordinari”. Proprio alla luce del tema indicato, non c’è dubbio che questo è il Giubileo di Papa Francesco, come del resto ogni Anno Santo porta l’immagine del Papa che lo proclama. Ma certo la firma su questo Anno Santo straordinario, come ho avuto modo di affermare nella conversazione riportata nel libro, è ancora più leggibile. È la misericordia, continua a ricordarci Papa Francesco, la via maestra della Chiesa: quella che conduce a Cristo e che svela in modo mirabile la sua missione fino alla morte di Croce e alla Risurrezione. Non si è di fronte semplicemente a un aspetto, per quanto importante, della vita della Chiesa, ma a una dimensione sostanziale e costitutiva, in forza della quale non solo ai credenti ma a tutta l’umanità può venir chiesto di vivere un tempo straordinario. È tale, in via generale, il senso di ogni giubileo, ma questo che ci apprestiamo a vivere dimostra più di ogni altro che la Chiesa vive pienamente e a fondo il proprio tempo. In realtà, Papa Francesco ha chiaramente avvertito l’Anno santo della misericordia come un’esigenza, anzi un’urgenza, della Chiesa di questo inizio millennio. È la misericordia, prima ancora dei trattati, a poter spianare i terreni di pace e le tante vie degli esodi forzati che stanno cambiando anche la geografia del mondo. Solo essa, cito ancora un passaggio del libro, può più di una giustizia che spesso, pur rispettando ogni regola, si ritrova nelle mani del più forte. Gli squilibri planetari che dividono il mondo tre le aree di povertà e benessere, hanno certo bisogno di interventi della politica e dei correttivi dell’economia, ma è difficile che i conti possano tornare se nella mischia non entra quel sentimento di compassione per i più deboli che è uno dei tanti nomi della misericordia. In questo Anno santo, perciò, siamo chiamati ad aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso le nostre società creano in maniera drammatica. Quante ferite vediamo in tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza di interi popoli e nazioni. Quanti drammi all’ombra della miseria e dell’o dio, quanti attentati alla dignità umana, alla libertà, ai diritti fondamentali. In questo giubileo ancora di più la Chiesa è chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, a fasciarle con la misericordia e a curarle con la solidarietà e con l’attenzione dovuta. Il rischio è di cadere nel cinismo, nell’egoismo, nell’insensibilità e nel disinteresse. Si capisce perché in questo contesto Papa Francesco abbia messo al centro del Giubileo straordinario la riscoperta delle Opere di misericordia, quelle corporali e quelle spirituali. La misericordia è come un mantello che avvolge tutto il cammino giubilare. Con le parole del libro di Scelzo, si può affermare che davvero essa, in tutto l’Anno santo, «sarà il faro perennemente acceso sulla vita della Chiesa. Tutto avverrà in suo nome. E a scorrere il calendario è già possibile individuare le tracce». La più visibile, quella che accompagna ogni giornata, è segnalata appena con un titolo: «Gesto di carità del Papa». Non tutto, su questo piano, è stato ancora programmato. Perché la misericordia, come la carità, è aperta alle novità e conta sulla fantasia. In un altro passaggio del libro si afferma, a questo proposito, che «è scontato vedere Papa Bergoglio in prima linea, pronto ad allargare la visione di quelle periferie esistenziali che sono spesso il “bordo camp o” della vita». È in queste aree di nessuno che il Papa avverte l’urgenza di stendere il manto di una misericordia della quale la Chiesa non può conoscere nessuna misura colma. I tre riferimenti del titolo: Il Giubileo, la misericordia, Francesco sintetizzano in maniera compiuta il contenuto del libro, nel senso che degli Anni santi è raccontata la storia, con un particolare approfondimento del Grande giubileo dell’Anno 2000, mentre il tema della misericordia è il naturale filo conduttore di ogni capitolo e, direi, di ogni pagina, a cominciare dalla suggestiva rivisitazione delle “sette opere” alla luce del pontificato, con un felice approfondimento di cinque grandi testimoni, come i santi confessori padre Ludovico Mandić e padre Pio da Pietrelcina, gli apostoli della misericordia, santa Faustina Kowalska e san Giovanni Paolo II, e l’emblema stesso della carità, la beata madre Teresa di Calcutta. Questo giubileo rappresenta un grande richiamo per tutte le religioni che professano la misericordia di Dio, e in particolare con l’islam, per il quale uno degli appellativi è proprio quello di «Dio misericordioso». Abbiamo perciò davanti a noi un evento che può aiutarci a ritrovare sentieri di pace, almeno a riannodare i fili di un dialogo del quale né la Chiesa né il mondo possono fare a meno. E allora apprestiamoci a varcare con rinnovata fiducia e coraggio le tante porte sante che, in ogni parte del mondo, si spalancano al cospetto delle nostra speranza.
© Osservatore Romano - 6 dicembre 2015