Quando la Provvidenza intesse momenti in cui due persone si abbracciano castamente forniscono alla fisica e alla metafisica quel punto di appoggio che solleva il mondo.
Il mondo non viene salvato dal soggetto, dall’unico rinchiuso nel monadismo del “suo” sapere, dei “suoi” talenti, del “suo” realizzarsi. Questo non salva, intossica. Sé e chi è vicino.
Produce relazioni false, ipocrite, contorte, cosificatrici e guerra.
Quello che salva è il noi casto che si innerva nel Noi che tutto trascende e che è la nostra Casa, per cui siamo stati pensati, amati, desiderati e sostenuti nell’essere.
Lì, in quel frangente, minuscolo e potente, entra l’eternità nella storia e trasfigura la storia stessa in un percorso di salvezza.
Quell’abbraccio non è solo un Kairos, è proprio l’Apocalisse, lo svelamento della più intima vocazione che abbiamo di essere pensati per la comunione in Dio. Dall’Eternità per l’Eternità.
Cristo Signore lo ha ben svelato nell’episodio dell’abbraccio del Padre:
“Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.” (Lc. 15,20)
Nell’abbraccio casto ed ecclesiale si svela quell’Abbraccio che tutto sostiene.
Occorre dunque essere grati di quell’evento, senza appropriazione, che ripiegherebbe nel carnale, ma anche senza obnubilamento che distrae, perché lì, proprio lì si manifesta il compiacimento di Dio.
Noi infatti veniamo abbracciati nell’Abbraccio.
E sgorga, nel silenzio radicale, la lode.
PiEffe