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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Il 7 agosto si chiude a Ponte di Legno (Brescia) la decima edizione del convegno culturale "Tonalestate 2009" intitolato quest'anno "Come l'uom s'etterna. L'evoluto selvaggio". Uno dei relatori ha sintetizzato per "L'Osservatore Romano" il testo del suo intervento.

di Marc Leclerc
Pontificia Università Gregoriana

L'uomo aspira all'unità, alla pace con se stesso e con gli altri, quella pace che sant'Agostino definiva come "tranquillità dell'ordine"; ma si scopre sempre diviso tra le sue varie dimensioni:  la carne e lo spirito, oppure "il corpo, l'anima e lo spirito", secondo le categorie più usuali di san Paolo. Lo spirito stesso, inteso nel senso ristretto dell'intelletto, appare diviso come spirito scientifico e spirito umanistico, oppure, come diceva Pascal, tra l'esprit de géométrie e l'esprit de finesse. Dal punto di vista morale, oscilla in continuazione tra l'egoismo fondamentale, spesso legato alla paura, e un grande desiderio di generosità che marcia di pari passo con la fiducia.

L'uomo fa parte del cosmo e si trova sottomesso a tutte le leggi del mondo fisico; ma scopre in sé la nostalgia della trascendenza. È completamente immerso nel tempo, ma aspira all'eternità, la cui semplicità dominerebbe la molteplicità temporale. Si scopre sottomesso alla necessità di morire, eppure la morte gli sembra contro natura - sia la sua propria, sia quella, molto più dolorosa, dell'essere amato. Non rinuncia però alla volontà di amare al di là della morte.
La questione centrale ci sembra la relazione di priorità che esiste tra le due realtà maggiori e più universali della nostra vita umana:  l'amore e la morte. Il Cantico dei cantici e tutta la rivelazione biblica ci assicurano che l'amore è più forte della morte. Mentre tutte le apparenze ci sembrano contrarie a questo dato di fede.
Per riassumere tutta la complessità della nostra vita, Pascal, in un famoso frammento dei suoi Pensieri, ci mostra partecipanti a tre diverse sfere, tre diversi ordini di realtà, che distano infinitamente l'uno dall'altro:  la carne, l'intelletto, e la carità. Non bastano i due primi a definirci. Solo la carità dà senso a tutto, e rimane, come dono soprannaturale, al di là della morte.
Per caratterizzare insieme la nostra debolezza e la nostra forza, la nostra miseria e la nostra grandezza, usa la celeberrima metafora della "canna pensante". Ma nella sua stessa logica, dovremmo aggiungere che siamo soprattutto "una canna capace di amare". In una parola, l'autore dei Pensieri esprime la trascendenza che si apre nel cuore stesso della nostra immanenza:  "L'uomo supera infinitamente l'uomo". Se, da un punto di vista biologico, l'uomo sembra risultare da tutta l'evoluzione biologica che lo precede - come è stato ricordato spesso in questo anno darwiniano - una buona critica filosofica può mostrare che egli non si può ridurre, senza contraddizioni, alla sua dimensione scientifica. Le contraddizioni dello scientismo sono troppo evidenti per dover ancora essere dimostrate a lungo:  lo scientismo afferma, senza il minimo supporto scientifico, sia sperimentale, sia teorico, che la scienza da sola può spiegare l'uomo a se stesso, come tutte le altre realtà dell'universo. Si tratta in realtà di un'affermazione gratuita, di natura ideologica, esattamente contraria alla metodologia scientifica, con tutta la sua necessaria cautela.
Maurice Blondel infatti mostra chiaramente, già ne L'Action del 1893, ripresa poi nel 1937, che la scienza non esiste di per sé, ma deriva per intero dall'attività umana, in interazione costante con la natura. La scienza essendo uno dei prodotti dell'azione, non saprebbe, senza enunciati di principio, motivare adeguatamente l'azione da cui procede.
D'altra parte, Blondel mostra pure come la stessa coscienza del determinismo supponga una presa di distanza da esso, una possibilità di scelta senza la quale saremmo condannati al "monoideismo", quindi all'incoscienza, come nell'ipnosi. Coscienza e libertà sono inseparabili. Ora questa necessaria libertà, permessa, ma non indotta, da tutto l'ordine fisico, implica una vera trascendenza rispetto alla naturalità biologica dalla quale siamo emersi.
A questo punto possiamo riflettere sulla necessaria mediazione culturale tra scienza e fede.
Per cominciare, occorre ricordare che né la scienza né la fede si possono staccare completamente dalla cultura nella quale si inseriscono. Anche se l'iper-specializzazione tende a farlo dimenticare, c'è una "cultura scientifica" e c'è una "cultura religiosa" che fanno parte integrante della cultura in genere; ora è proprio in seno a questa cultura specificamente umana che possono di nuovo dialogare tra di loro.
Dal punto di vista storico, va ricordato che il singolare connubium della cultura classica e della cultura biblica, giudaico-cristiana, è proprio il luogo di nascita della scienza moderna, tra la fine del medioevo ed il rinascimento, come l'ha mostrato Pierre Duhem. Questo singolare paradosso vede l'associazione inaspettata di elementi eterogenei, ma tutti necessari alla nascita della scienza nel senso moderno:  l'universalità della ragione greca, del Lògos e la singolarità dell'elezione, sia del popolo dell'Alleanza che del Messia in cui si compie il suo destino; e, con questa, la necessaria desacralizzazione della natura, senza la quale una scienza sperimentale sarebbe impensabile. Vorrei evocare qui una figura molto attuale di questo connubium:  quella della giovane studiosa Marilena Amerise, che ha compiuto il proprio destino in meno di 34 anni. Da buona storica del cristianesimo tardo-antico, ha potuto studiare, tra l'altro, "Scienza e fede in Eusebio di Cesarea" (cfr. Fede, cultura e scienza, a cura di Mauro Mantovani e Marilena Amerise, 2008). Nel primo storico della Chiesa, si può vedere come l'universalità del Lògos viene articolata con la singolarità della rivelazione e dell'incarnazione. Non si tratta ancora, certo, di scienza nel senso moderno della parola; ma la via è ormai aperta, nella quale poi Agostino, Nicola Cusano, Pascal potranno sviluppare le loro feconde riflessioni, articolate con i primi lavori scientifici, da Cusano in poi. La stessa coscienza storica ha permesso a Marilena Amerise di considerare con fecondità anche campi del sapere apparentemente lontani dal suo, come quello delle più attuali riflessioni sull'evoluzione biologica, come nel convegno "Biological Evolution:  Facts and Theories" (3-7 marzo 2009), di cui ha curato l'organizzazione presso la Gregoriana, prima di lasciarci alla vigilia della sua apertura.
Per finire, dobbiamo riflettere sulla relazione tra mediazione filosofica e mediazione culturale tra scienza e fede. La ragione concreta è inseparabile da una sua necessaria inculturazione, che fa già percepire come nessuna articolazione razionale, pur rigorosa, potrebbe funzionare, né venir capita, senza una viva mediazione culturale. Ci vuole un linguaggio comune per far comunicare diversi campi del pensiero e dell'esperienza umana, come la scienza e la fede in particolare. La ricerca di un linguaggio comune a tutte le conoscenze era già il voto fondamentale del Circolo di Vienna, all'alba del positivismo logico. Ma sappiamo ora che il linguaggio ricercato non si può limitare a quello formale delle scienze positive, perché deve poter integrare tutte le dimensioni della nostra esperienza. Il linguaggio ordinario, poi, infinitamente aperto, risulta più potente di tutti i linguaggi formali, per sempre incapaci di giustificare la non contraddizione dei propri assiomi, come risulta da un corollario del teorema d'incompiutezza di Kurt Goedel.
In conclusione, è l'uomo stesso che si scopre mediatore, in seno al cosmo, tra la natura e il divino, come si può vedere da Agostino a Blondel, con una particolare enfasi in Cusano e Pascal. Sarebbe da riflettere sul rapporto necessario tra questa incompiuta mediazione umana e il ruolo dell'Unico Mediatore - Medium Absolutum secondo l'espressione di Cusano - che solo potrebbe darci il nostro compimento.
Una cultura umanistica, inclusiva, integrando tutti gli uomini, soggetti di pensiero, a cominciare dai più poveri come protagonisti, potrà forse riavviare il dialogo fecondo tra scienza e fede. Questo comprende l'uso necessario della nostra libertà di fronte all'Unico Necessario. Come ha mostrato Blondel, nessuno può scampare all'alternativa decisiva, sia nell'azione, sia nel pensiero:  o chiuderci nella nostra illusoria volontà d'autosufficienza, oppure aprirci, tramite l'umile riconoscimento della nostra radicale insufficienza, a tutti i soccorsi che ci potrebbe dare, gratuitamente, l'Unico Necessario, comunicandosi a noi come Mediatore assoluto, per colmare la nostra inquietudine e compiere,  finalmente, il nostro destino.

(©L'Osservatore Romano - 7 agosto 2009)