È un’iniziativa che si pone idealmente sulla scia del giubileo della misericordia voluto da Papa Francesco la mostra Nel solco di Pietro, La cattedrale di Pisa e la basilica vaticana allestita, fino al 23 luglio, nel Palazzo dell’Opera e nel Salone degli Affreschi a Pisa. Curata da Marco Collareta, l’iniziativa — che si è avvalsa di un comitato scientifico composto, tra gli altri, dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica vaticana e presidente della Fabbrica di San Pietro — è nata da un’idea del Centro europeo per il turismo, cultura e spettacolo di Roma, poi messa in pratica dall’Opera della Primaziale di Pisa. Il tema principale della mostra riguarda il confronto fra la basilica vaticana e la cattedrale di Pisa come concrete manifestazioni della Chiesa universale l’una, della Chiesa locale l’altra. Lo sfasamento cronologico tra i due edifici attuali, medievale a Pisa e moderno a Roma, ha costituito una sfida importante, risolta dagli organizzatori con «un’opzione di lungo periodo»: gli oggetti chiamati a raccontare questa complessa vicenda vanno infatti dall’età di san Pietro all’Ottocento, ma sono inseriti entro precise griglie tematiche, tali da restituire un coerente percorso espositivo attraverso quasi due millenni di storia religiosa e artistica. Tale percorso si articola in cinque sezioni. Nella prima, intitolata Romanità di Pisa: il Medioevo , si evidenzia attraverso modelli architettonici e riproduzioni fotografiche, lo stretto rapporto fra la cattedrale di Pisa e la basilica costantiniana. Si tratta di una tematica molto vasta, che investe sia l’architettura che le arti figurative, suggerendo tra l’altro nuovi indirizzi di studio riguardo sia alla tradizione romana del mosaico, sia alla tradizione toscana della scultura in pietra. Di particolare importanza sono i riferimenti alla vocazione ghibellina di Pisa, che nel monumento sepolcrale dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo conserva inedite testimonianze d’arte: questa mostra le presenta al pubblico per la prima volta. Intitolata La Navicella di san Pietro la seconda sezione illustra il nesso, nella Pisa dell’epoca medievale, tra la vocazione marinara della città e la figura di san Pietro, chiamato da Cristo a lasciare la sua barca e le sue reti per divenire pescatore di uomini. La molteplicità degli aspetti legati a tale nesso, ha portato gli organizzatori a suddividere la sezione in tre sottosezioni. La prima riguarda la basilica suburbana di san Pietro a Grado, il cui ciclo di affreschi con Storie del titolare, notoriamente copiato da quello che decorava il portico dell’antica basilica vaticana, è evocato da un inedito confronto tra gli unici due frammenti pervenutici dal ciclo romano e una tavola del pittore lucchese Deodato Orlandi, che agli inizi del Trecento realizzò il ciclo pisano. La seconda sottosezione riguarda il Mediterraneo dei pisani e presenta una ricca serie di opere d’arte di vario tipo, che documento gli intensi scambi commerciali, via mare, tra Pisa e Bisanzio, mentre l’immagine del principe degli Apostoli — quale venne definendosi a opera di artisti pisani tra il XII e il XVI secolo — domina la terza sottosezione. Raggiunta l’epoca in cui l’antica basilica vaticana venne sostituita da quella attuale, la mostra riparte con la terza sezione, dedicata alla Romanità di Pisa: l’età moderna . Dopo aver evocato attraverso due celebri medaglie il ruolo che in questa storia spetta a Papa Giulio II della Rovere e al suo architetto, Donato Bramante, l’attenzione si concentra su tre distinti episodi che nella decorazione interna della cattedrale di Pisa attestano una lunga fedeltà a soluzioni stilistiche inventate a Roma tra il XVI e il XIX secolo: i protagonisti sono il manierista Perin del Vaga, il barocco Orazio Riminaldi e i numerosi pittori che, tra umori settecenteschi e rigore neoclassico, realizzano le grandi tele con cui vennero rivestite le pareti delle navate dell’edificio sacro. Completano il percorso espositivo la quarta e la quinta sezione. La prima, intitolata Fabbriceria ecclesiastica , è dedicata alla complessa realtà istituzionale e operativa cui si devono i capolavori dell’a rc h i tettura sacra. Essa espone insegne di potere e strumenti di lavoro, tra i quali il grande argano in legno che serviva per sollevare materiali e macchinari molto pesanti. La quinta sezione, A lode dei Santi , ricorda l’importanza delle feste religiose nella vita quotidiana dei fedeli e il suo tema principale riguarda la luce, intesa come genuina manifestazione di gioia che a Roma, come a Pisa, anima le più popolari occasioni di festa, dalla luminaria di san Pietro alla luminaria di san Ranieri. ( gabriele nicolò)
© Osservatore Romano - 10 maggio 2017