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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
amore di cristoLa quaresima è il periodo per rendere giustizia e dare a ciascuno il suo: dare ai nostri bisogni e potenzialità profonde l’unica risposta possibile, quella della Sapienza.

di Paul Freeman

Intro

Il lettore che ha avuto la pazienza di seguire l’itinerario proposto sa che ho affrontato sistematicamente la sintesi di quelli che chiamo, per sintesi personale e di lungo corso, i tre bisogni fondamentali. Bisogni fondamentali che sono ben più profondi dei bisogni psicologici e che riguardano il quid e l’essere della nostra unicità. Sono bisogni ma anche potenzialità, caparra e dono di ciò che siamo chiamati ad essere, figli nel Figlio. Il Bisogno di identità tra questi è il più liminale, il più “toccabile” ed il più “influenzabile”.
Quello maggiormente toccato dalla colpa di origine che fa dimenticare la memoria e nel contempo distorce la coscienza profonda degli altri due bisogni. Quello di essere amati e quello di amare.

Recentemente, parlando della Conversione seconda e della Conversione continua ho fatto accenno ad alcune problematiche.
Quella del “morto in casa”, il peccato, che ci portiamo dietro con cura proiettiva e a cui affidiamo tutta la nostra “consolazione”. Non abbiamo internalizzato la Parola della Resurrezione che ha ucciso il peccato, lo ha sepolto, addirittura, con il Santo Battesimo.
In secondo luogo ho trattato il pericolo della “vertigine”. Stato sempre presente e legato al Bisogno di identità. La vertigine è estremamente pericolosa perché si camuffa in atti di eroismo ed in atti virtuosi. Il bene compiuto ci porta in alto ma li è presente sempre il nostro io ferito che dice appunto “io ho fatto questo, sono degno di stima”. Come dicevo non lo diciamo liminalmente, saremmo ridicoli. Né psicologicamente, cioè un poco più in fondo.
No, piuttosto lo affermiamo come base dell’esistenza.
Ed è per questo che occorre andare nel fondo della coscienza, specie nella Santa Quaresima. La povertà e l’umiltà dei santi, ad esempio di Santo Francesco, ci ricordano sempre “il Signore mi diede, il Signore fece..”
Non come atto manieristico di falsa umiltà e spoliazione (che sono la truffa del demone e del vizio dell’avarizia) ma come coscienza radicale del nostro essere peccatori e capaci di bene per grazia. Costantemente debitori, resi.
Quanto sono importanti le umiliazioni, dovunque esse provengono.
E quanto è bello andare qui nel profondo ed accogliere la vera risposta al nostro Bisogno di identità.
Dio mi ama ed io sono perché amato da Lui.
Egli mi ama così tanto che mi rende capace di amare. Lui mi “significa”, mi dona di essere, io, che non sono se non per Lui (Sl. 22,30). Ci è stato ricordato con l’inizio della Quaresima: “polvere sei e polvere ritornerai, convertiti e credi al Vangelo”.

Di questo Habitus vorrei qui balbettare.

Di questa ricreazione costante, dalla polvere della nostra pochezza, vorrei trattare.

L’iter dei Doni dello Spirito Santo

Nell’affrontare i sette doni dello Spirito Santo, qualche tempo addietro, su queste pagine, ho usato un itinerario che propongo da decenni nella catechesi. Un itinerario esistenziale che non parte dal dono della Sapienza ma parte dal dono del Timor di Dio e della Pietà e qui vi ritornano.
Lo ripropongo in breve.

Il dono del Timor di Dio è il principio del cammino, il principio della Sapienza (Sal 111[110],10; Pr 1,7).
Qui avviene la coscienza primigenia. L’uomo capisce chi è e capisce che egli non è Dio e questa salutare distinzione e talvolta, necessaria distanza, lo porta a guarire dalle ferite interiori, proprio nel Bisogno di identità.
A fianco a questo dono vi è quello della Pietà, che potremmo dire è il dono dell’intimità, della figliolanza. Fondamentale. Dio non solo è altro da me ma mi vuole bene, come ad un figlio. Anzi mi è Padre. È il dono principale che Cristo rivela all’uomo con la sua vita ed è legato alla Provvidenza a mt. 6,24 e susseguenti.
Poi Segue il dono di Scienza che nulla ha a che vedere con la conoscenza scientifica ma è legato all’intuizione profonda. Alla scintilla. In qualche maniera anche ai doni primigeni dei nostri progenitori. È la capacità di vedere come Dio. Anzi, successivamente il dono di Scienza coincide con il Disegno nascosto da secoli eterni (Ef. 1,1ss). La creazione in Cristo e per Cristo e la ricapitolazione in Lui di ogni cosa. Ne parla in diversi contesti San Bonaventura trattando il tema dell’illuminazione (Sl. 36,10). In maniera più sistematica soprattutto nell’Itinerarium Mentis in Deum. È anche una co-intuizione. Cioè l’anima co-intuisce nello Spirito Santo le cose di Dio e le cose della Chiesa. È dono indispensabile per chi opera guida pastorale. Per i genitori, per i direttori d’anime.
A questo dono segue l’Intelletto, cioè la capacità di leggere dentro quello che il dono di Scienza dona di intuire.
Analizzandolo, indagandolo, approfondendolo. È il dono dei teologi, per eccellenza. Ma ovviamente è preceduto analiticamente dal Timor di Dio, dalla Pietà e dal dono di Scienza.
A questo dono segue il dono della Sapienza.
Visto analiticamente è il dono che ci permette di gustare, di assaporare le cose di Dio e renderle vive, storia. In questo aspetto, lo vedremo a breve, per la Sacra Scrittura, il dono della Sapienza non è solo un dono “analitico” del gusto di Dio ma anche un contenitore di tutto l’agire dell’uomo spirituale.
A questo dono segue il dono del Consiglio.
Cioè la capacità di scegliere secondo Dio. Come gli altri doni anche questo dono include tutti i precedenti.
Culmina il settenario il dono della Fortezza che abilita a perseguire quanto intuito, indagato, assaporato e scelto con la forza che viene da Dio e con l’habitus della natura ri-educata (costantemente) nella grazia.
È il dono del sano eroismo, del non perdersi d’animo, della volontà sostenuta dalla grazia. Infine le “sette note dello Spirito” ri-iniziano con il primo grado della seconda ottava e si ritorna al dono del Timor di Dio e poi al dono della Pietà. Qui siamo partiti e qui ritorniamo.
Qui, sempre più profondamente, l’uomo capisce che Dio è Dio e non ve ne sono altri e che Egli è creatura, sempre bisognosa e dipendente da Lui.
E qui capisce sempre più, con la carne provata al fuoco della vita, che Dio è Padre, anzi, Abbà, caro papà mio e nostro.
Qui l’uomo e la donna spirituale fanno propria esistenzialmente l’affermazione di Cristo di una relazione fondante: «io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30).
Qui siamo chiamati, e quindi abilitati.
L’inferno, che è una possibilità reale, è disconoscere volontariamente e per habitus mortifero questa chiamata.

Che bella ed emblematica la riflessione di Don Giussani su L. V. Beethoven. Il musicista, influenzato anche dalle correnti a lui contemporanee, aveva vissuto il suo essere un uomo forte, straordinario, che sfida il destino, un super-uomo (la vertigine). È tentazione di sempre dell’umanità, sia del maschile che del femminile, con accenti propri e via via diversi. Dall’essere un super-uomo all’essere una novella “Ipazia”. Deliri e mendicamenti di povertà umana che ci portiamo dal peccato di origine. Il grande musicista, diventato sordo, comprende che non esistono super uomini ma uomini abbandonati nelle mani di Dio e scrive la sua opera più sublime ed inarrivabile: la sinfonia numero nove, con il cameo dell’inno alla Gioia.

Se Bach è la bellezza della musica come matematica e scienza perfetta, se Mozart è il genio calato come puro dono dall’alto, Beethoven è il musicista completo che si culmina nel totale abbandono in cui “l’Isacco” del suo udito è reso e trasfigurato sul “monte della Provvidenza”. Dio è Provvidenza, è Padre.

La sapienza come contenitore

Nella Sacra Scrittura la Sapienza non è vista solo in maniera analitica, del gusto delle cose di Dio, come abbiamo visto, che segue il dono di Scienza e dell’Intelletto, ma anche come contenitore di tutti i doni dello Spirito; come un saper vivere in Dio. Lo vediamo chiaramente al capitolo nove del Libro della Sapienza, con la preghiera per ottenere la medesima che è bene fare nostra, specie in questo periodo.

Dio dei padri e Signore di misericordia,
che tutto hai creato con la tua parola,
che con la tua sapienza hai formato l'uomo,
perché domini sulle creature fatte da te,
e governi il mondo con santità e giustizia
e pronunzi giudizi con animo retto,
dammi la sapienza, che siede in trono accanto a te
e non mi escludere dal numero dei tuoi figli,
perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella,
uomo debole e di vita breve,
incapace di comprendere la giustizia e le leggi.
Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini,
mancandogli la tua sapienza, sarebbe stimato un nulla..” (Sap. 9,1ss)

L’uomo sapiente è l’uomo che sa vivere, che sa stare al mondo. Che si adatta, in maniera coscienziosa ed attiva, in qualunque situazione come l’acqua di cui parla, con esempio profano, Lao Tse: “Al mondo niente è più cedevole dell’acqua.
La Via dell’acqua è infinitamente ampia è incalcolabilmente profonda.
Si estende indefinitamente e fluisce senza limiti.
Abbraccia tutta la Vita senza preferenze.
Non cerca ricompense, arricchisce il mondo intero senza mai esaurirsi.
La sua Natura sottile non può essere afferrata, colpiscila e non la danneggerai, forala e non la ferirai, tagliala e non la squarcerai, bruciala e non farà fumo.
Cedevole e fluida non può essere distrutta,

riesce a penetrare anche nel metallo e nella pietra.
È così forte da sommergere il mondo intero.
Si concede a tutti gli esseri, senza ordine di preferenza.
Essa è definita suprema virtù.
Il motivo per cui l’acqua impersona questa suprema virtù è perché essa è cedevole e morbida.
Quindi, io dico che le cose più morbide dominano le cose più dure.”

Questo pensiero poetico sull’acqua ben si adatta a descrivere la Sapienza e l’uomo sapiente.
L’uomo che vive nella Grazia.
Certo la coscienza personale e la Grazia e tutto l’immenso patrimonio della Rivelazione sono estranee al mondo dell’estremo oriente, eppure, nella logica del Logos Spermatikos, anche qui i semi del Verbo hanno fatto intravedere le Bellezze del Dio Uno e Trino.
L’uomo sapiente è l’uomo che sa stare in ogni ambiente e non rivendica con prepotenza degli spazi perché egli non cambia la sua natura, non si contamina.
E qual è il segreto? È la relazione con il Padre.

Egli sa che Dio è buono e che non inganna.
Qualunque cosa Dio permette lo fa per un bene, per la vita eterna. L’uomo che vive di Sapienza e del dono della Sapienza (Sap. 8,1ss), così inteso, ha recuperato e recupera l’innocenza primigenia.
Dio è buono, non inganna, fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire (1Sam 2,6).
Egli è Bellezza ed I cieli narrano la Sua Gloria (Sl. 19).
Ci può essere chi sia colmo di intelletto e che abbia doni enormi di profondità teologica ma senza la Sapienza, senza il saper stare al mondo come figlio, reso al Padre, non arriva, non intuisce, non vede.
Oppure arriva un vento di persecuzione e di prove e viene spazzato via “.. come pula che il vento disperde” (Sl. 1,4).

Ecco perché talvolta i poveri e gli "ignoranti" arrivano prima alle cose di Dio, perché sanno profondamente che Dio è buono ed è serio, non inganna.
Anche contro le apparenze.
Geremia lo dice: “Tu sei per me un torrente infido” (Ger. 15,18), come a dire mi inganni, non ti capisco più, un giorno in un modo ed un giorno sei in altro modo.
Non sei intellegibile, chiaro, piano.
Però, però.. Geremia usa questo linguaggio ardito, ma in fondo sa che Dio è Dio e vuole sempre il bene:

Quando le tue parole mi vennero incontro,
le divorai con avidità;
la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore,
perché io portavo il tuo nome,
Signore, Dio degli eserciti” (Ger. 15,16)

Così Maria che sotto la Croce forse avrebbe potuto urlare l’inganno. Dov’è il trono di Davide promesso?
Il “mio tutto” sta morendo tra i più atroci tormenti.
Eppure Ella stava (stabat), non scappa, non si obnubila nel dolore e nell’urlo incontenibile dell’anima per l’empietà che ha davanti, perché la Madre della Sapienza è colma di Sapienza.
E, come l’acqua sta nel “contenitore”, così ella sta nel contenitore della Passione; fino all’ultimo, senza mormorare, con resa unica.
Normativa, esemplare, anche per tutti noi fuggitivi ed incapaci di Sapienza.

La Sapienza dona un cuore di carne e trasforma questa polvere in una creatura di lode, grata, resa, nuda, scavata dal pianto.
“Sul mio dorso hanno arato gli aratori”
(Sl. 129,3).
Il sapiente sa stare dignitosamente al suo posto.
Il posto che Dio dona, e qui trova la vera vertigine, quella delle alte vette.
Quella che non disperde l’io ma lo “significa” in Cristo Risorto e Signore.

La Santa Quaresima ci immerga in questa Sapienza.

© http://www.lacrocequotidiano.it  - 18 marzo 2016

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