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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
DI MARCO RONCALLI

Lo notavamo già il 6 a­gosto 2005 sulla prima pagina di questo gior­nale: quello che unisce le persone di Giovanni Battista Montini e di Joseph Ratzin­ger, due intellettuali arrivati sulla tolda di Pietro, è un le­game particolare. E spiega più d'una ragione della visi­ta papale a Brescia e a Con­cesio. Una presenza ricca di significati, quella di Bene­detto XVI, che si lega salda­mente al ricordo del Papa ti­moniere del Concilio e del confronto tra Chiesa e mon­do contemporaneo. Un ri­cordo che ad oltre trent'an­ni dalla morte, continua ad essere tradotto in tan­ti modi: sintonia e co­munione, ricono­scenza e affetto, con­vergenza di idee nel­l'esercizio del mini­stero petrino, affinità di impostazioni nel dialogo con la cultura laica e nella doman­da di maggior vitalità per la testimonianza cristiana. Certo non mancano diffe­renze e stili diversi, ma gli ac­costamenti più il tempo pas­sa, più sono spontanei e convincenti: anche nei testi magisteriali (e basterebbe ri­cordare nella cornice di quel razionalismo teologico rat­zingeriano che reinterpreta il magistero montiniano, la riattualizzazione della Po­pulorum progressio nella re­cente Caritas in veritate).
Se poi è vero che, come ha ri­cordato il vescovo di Brescia Luciano Monari la visita conferma il cammino di una Chiesa locale che non vuole voltare le spalle al mistero trascendente di Dio, né chiu­dere le orecchie all'ascolto del Vangelo declamato con la voce di Pietro, e se è vero che l'arrivo di Benedetto X­VI a Brescia finisce per dar risalto a tutto un patrimonio di fede cristiana e di vita ci­vile che la diocesi deve non solo custodire nella memo­ria, ma approfondire e valo­rizzare per la sua crescita spirituale, associando i per­corsi di Paolo VI e Benedet­to XVI balzano agli occhi al­cuni dati.
Come non ricordare che fu proprio Montini nel marzo 1977 a nominare Joseph Rat­zinger arcivescovo di Mona­co e Frisinga dopo la morte di Julius Döpfner e, tre mesi dopo, ad onorarlo con la porpora nel suo ultimo con­cistoro?
Come dimenticare l'apprezzamento di Paolo VI per il lavoro del giovane teo­logo tedesco, prima consu­lente ai lavori del Vaticano II, poi acuto osservatore del travaglio postconciliare, membro della commissione internazionale, tanto che nel 1975 l'aveva chiamato a pre­dicare gli esercizi spirituali in Vaticano (anche se, non abbastanza sicuro del suo i­taliano e del suo francese, Ratzinger aveva declinato l'invito)?
Qualche cenno meritano anche i loro in­contri, favoriti da diverse oc­casioni. Come la visita «ad li­mina apostolorum» dei ve­scovi bavaresi il 13 ottobre 1977, quando papa Montini rievocò con Ratzinger la sua presenza a Monaco da gio­vane sacerdote, città nella quale dapprima s'era trova­to un po' disorientato, ma a­veva poi aveva trovato l'aiu­to di tanta gente. Oppure la Messa in San Pietro per l'ot­tantesimo di Paolo VI, nella quale Ratzinger - come lui stesso confidò - fu colpito dal riferimento del Papa al verso del XXXII° Canto del Purgatorio in cui Dante par­la di «quella Roma onde Cri­sto è romano»: parole che lo scossero per la loro rilevan­za simbolica. E sempre in tema di simbo­­li, sarà la collana di fonti pa­tristiche Sources Chrétiennes a ricevere domani il Premio internazionale dell'Istituto Paolo VI. Benedetto XVI con­segnerà il prestigioso rico­noscimento per la collezio­ne storica che è l'emblema della riscoperta delle fonti cristiane, durante l'inaugu­razione della nuova sede dell'Istituto voluta a Conce­sio. Un gesto papale che tor­na ad esprimere anche in questo caso una vicinanza che ha radici lontane.
Era il 1980 e l'allora cardinale Rat­zinger, insieme al cardinale Paul Poupard, già si trovava a presiedere il primo dei Col­loqui internazionali pro­mossi dall'Istituto; quello svoltosi a Roma dal 24 al 26 ottobre sull'enciclica Eccle­siam suam.

© Avvenire - 7 novembre 2009