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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Papa Francesco e il Papa emerito Benedetto XVIProlusione del Presidente XLIV Seminario di Studi Storici "Da Roma alla Terza Roma"
S. E. za Card. Agostino Marchetto

In un'epistola del monaco Filofej di Pskov, da cui ha inizio la "profezia" (giuridico-teologica) della Terza Roma, si ripete, a proposito di San Paolo,
Rim ves' mir (Roma è tutto il mondo). E' stato  sottolineato che la parola russa mir ha tre significati: "pace", "mondo", "comunità" (di villaggio) [ cfr. voce "Pace (Parte giuridica. Principi e sistema) in  "Enciclopedia di Bioetica e Scienza giuridica", X, ESI, Napoli 2016, p. 29, par 4. Dall'Ara Pacis Augustae alla Terza Roma (Rim ves' mir), pp. 28-30. Ristampa nella raccolta di scritti Da Betlemme alla Terza Roma pax, mir, Sassari 2022, p.131-140*]..   E' una necessaria Premessa, scusate.                                                                                               
Mi si perdonerà anche di affrontare il tema da me proposto, perchè lo trovo basilare per la Chiesa, nel contesto di quello scelto per il nostro Congresso di quest'anno, senza una  introduzione al Concilio Vaticano II. Mi pare peraltro sia giusto darlo fondamentalmente per acquisito, come pure lo è la "vocazione", la tendenza alla universalità di tale Chiesa, pure in una fase, l'odierna, di divisioni, rotture ecclesiali e internazionali, con molte tensioni e l'esistenza di guerre in corso, e anche in preparazione. Si tratta di una Chiesa Romana alquanto divisa, che richiede un dialogo intraecclesiale urgente, alla ricerca di un consenso necessario, di universalita' ritrovata nella concordia.

Qui d'inizio, invece, richiamo un bouquet di giudizi di valore sul Magno Sinodo  - così ho sempre chiamato il Vaticano II - del Prof. Ratzinger nel rapporto conciliare Chiesa-mondo (un campo del malessere post avvenimento, l' A. lo racchiude sotto tale titolo) che sono: “il settarismo non può essere accettato, ma non deve nemmeno essere eluso quell'esame di coscienza necessario, specialmente nei riguardi di una sempre maggiore fusione con ciò che si denomina progresso. (Opera Omnia, L'insegnamento del Concilio Vaticano II, L.E.V. nella sua III Parte, dedicata alla ricezione, p.495-496) Quando lo spirito del Concilio è rivolto contro la sua parola ed è solo vagamente distillato dal processo che va verso la Costituzione pastorale, quello spirito diventa un fantasma e porta al assurdo. Le distruzioni che ha causato un tale atteggiamento sono talmente evidenti che non ci può essere seriamente discussione al riguardo. Allo stesso modo è divenuto chiaro che il mondo, nella sua moderna configurazione, non rappresenta più da lungo tempo una realtà unitaria. Il progresso della Chiesa – va detto una volta per tutte – non può consistere in un tardivo abbraccio della modernità: questo ci ha irrevocabilmente insegnato la teologia dell’America Latina, e in questo consiste il diritto al suo grido di liberazione".

Se la descrizione critica degli ultimi dieci anni porta a queste conclusioni, se essa fa emergere con chiarezza come sia necessario leggere il Vaticano II per intero, vale a dire orientati ai suoi testi teologici centrali, e non viceversa, allora questa riflessione potrebbe essere fruttuosa per tutta la Chiesa (ecco già l'universalità) e aiutare al consolidamento con una sobria riforma. Non è la Costituzione pastorale a rinunciare alla Costituzione sulla Chiesa, né questa tanto meno è l’intenzione, presa isolatamente, dei paragrafi iniziali, ma al contrario: spirito del Concilio è in realtà solo tutto l’insieme nella sua giusta centratura. Questo significa che va annullato il Concilio stesso? Assolutamente no. Significa solo che l’autentica recezione del Concilio non è ancora iniziata”. “Certo non possiamo tornare al passato, e nemmeno lo vogliamo. E tuttavia dobbiamo essere disposti a riflettere nuovamente su ciò che, nel mutare dei tempi, è quel che sostiene davvero. Cercarlo in modo fermo e osare senza sconti la follia del vero con cuore lieto mi sembra essere il compito per oggi e per domani: è l’autentico nocciolo del servizio della Chiesa al mondo, la sua risposta alle ‘gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini d’oggi’” (p. 500).
Ma siamo qui ancora “A dieci anni dal Vaticano II” con “Tesi sul tema” (p.501-504) e “Un bilancio del Post Concilio: fallimenti, compiti, speranze” (p. 505-522). Per quell'“unità dell'unico soggetto Chiesa”, parte finale della formula di ermeneutica corretta di Ratzinger, pienamente dispiegata al suo giungere al sommo pontificato, egli attestava che “il Vaticano II oggi sta sotto una luce crepuscolare. Dalla cosiddetta ala progressista, già da molto tempo, è ritenuto completamente superato e di conseguenza come un fatto del passato ormai non più rilevante. Dalla parte opposta, al contrario – come emerge in misura crescente, per esempio, da molti interventi dei lettori del “Deutsche Tagespost” – è ritenuto la causa prima dell’attuale decadimento della Chiesa cattolica ed è giudicato come un rinnegamento del Vaticano I e del Concilio di Trento: è sospettato di eresia. Di conseguenza si pretende la sua revoca o una revisione che equivale alla revoca. Riguardo a entrambe le posizioni va precisato innanzitutto che il Vaticano II è supportato dalla stessa autorità del Vaticano I e del Tridentino, cioè dal papa e dal collegio dei vescovi in comunione con lui; e che, anche dal punto di vista dei contenuti, si pone strettamente in continuità con i due Concili precedenti e in punti decisivi li riprende alla lettera, tanto che ne vengono ripetute proprio le formule particolarmente caratteristiche e acute: «pari pietatis affectu», «ex sese, non ex consensu ecclesiae».
 “[Questione [fondamentale] è dunque la giusta recezione del Vaticano II” che per il Prof. Ratzinger, nel 1975, non era ancora iniziata. Per semplificare egli fa riferimento a due motivi di fondo del Concilio. Il primo è la collegialità, il procedere insieme, istituendo consessi (v. p. 517). L’idea di fondo è giusta, ma “la loro moltiplicazione incontrollata ha condotto a un eccesso di duplicazioni, a una insensata proliferazione di carte e a un girare a vuoto nel quale le forze migliori si consumano in discussioni infinite che in realtà nessuno vuole ma che, sulla base delle nuove forme, sembrano divenute ineludibili”. È [però] evidente che se da un lato c’è la collegialità, dal altro c’è la responsabilità personale e l’intuizione personale che non può essere sostituita né soffocata. (p. 518) Il secondo motivo, poi, è quello della semplicità, uno dei termini fondamentali della Costituzione sulla Liturgia. A questo riguardo l’A. ricorda che “’l’uomo non comprende solo con la ragione, ma anche con i sensi e con il cuore e che la potatura va distinta dal taglio” (p. 519), ed inoltre “quando la fede si ribalta in un messianismo terreno si tradisce il cristianesimo e si tradisce l'uomo”. “Dall'altra parte vediamo oggi sorgere un nuovo integralismo che solo apparentemente preserva quel che è rigorosamente cattolico, ma in realtà lo distrugge dalle fondamenta” (p.520).
Alla fin fine “Il giudizio definitivo sul valore storico del Concilio Vaticano II dipende dal fatto che degli uomini siano in grado di sopportare in se stessi il dramma della divisione di grano e zizzania, conferendo in tal modo a tutto l’insieme quella chiarezza che esso non può acquisire solo sulla base delle parole. (p. 521) “L’ultima parola sul valore storico del Vaticano II, nonostante tutto il buono che si trova nei suoi testi, ancora non è stata detta. Se alla fine potrà essere annoverato fra i punti luminosi della storia della Chiesa dipende dagli uomini che tramutano la parola in vita” (p. 522).
Prima della Parte G di questo volume dell’ Opera Omnia, composta di “Recensioni e Prefazioni”, in cui segnalo con pietra bianca quella sul volume di Leo Scheffczyk dal titolo "La Chiesa. Aspetti della crisi post Conciliare e corretta interpretazione del Concilio Vaticano II" (p.615-618), - dove si esprime la posizione ermeneutica con la quale mi identifico di più (v. Agostino Marchetto, "Per una corretta interpretazione del Concilio Vaticano II. A proposito di un recente volume" (di Leo Scheffczyk,  in “Chiesa e Papato, nella storia e nel diritto. 25 anni di studi critici," L.E.V., 2002, p. 325-330), troviamo – dicevo – un Omaggio al Card. Koenig, per il suo novantesimo genetliaco, intitolato “La responsabilità della Chiesa e il mondo in questo tempo” (è un'Omelia sul “Cristocentrismo del Concilio Vaticano II”,o dell'attualità del Cristianesimo, con bellissimo “apologo” finale) e “L'Appello alla giustizia”, pure del genere omiletico, sull’eredità della Gaudium et Spes quarant’anni dopo.
Sono passati dieci anni dalla prima Esortazione apostolica, pubblicata alla chiusura del Anno della Fede da PAPA  FRANCESCO, e consacrata al annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo. Il suo titolo? "EVANGELII GAUDIUM", la Gioia del Evangelo, il testo programmatico del Pontificato francescano, in diretta continuità spirituale con Paolo VI. Il Papa vi sviluppa alcune idee forza come la Chiesa in uscita, l'inculturazione della fede, meglio, per me, la sua incarnazione, assieme alla dimensione sociale della buona Nuova [per la promozione umana integrale], direi ancora la rivoluzione della tenerezza, nella speranza di indicare a tutti le strade per "ritrovare la freschezza originale del Vangelo".
In questo testo, che invita a una Chiesa missionaria "decentrata" da se stessa, il Papa si è basato, fra l'altro, sul contributo offerto dai lavori del Sinodo sulla "nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana", che si era svolto in Vaticano dal 7 al 28 ottobre 2012.
Rilevo a tale proposito che Papa Francesco scrive: "L'annuncio del Vangelo nel mondo di oggi continua a esigere da noi una resistenza profetica contro-culturale al individualismo edonista pagano".
Ecco qui un appello alla conversione pastorale e missionaria indissociabile dalla gioia, alla quale il Papa ha dedicato qualche catechesi alla fine del 2023 consacrato alla "passione per l'evangelizzazione", lo zelo apostolico del credente, in occasione delle udienze generali del mercoledì, perché "senza zelo apostolico la fede appassisce. La missione è l'ossigeno della vita cristiana: essa la tonifica e la purifica" (meditazione del 11 gennaio).
Seguendo ora qualche pista offerta da Mons. Rino Fisichella, Pro-Prefetto del Dicastero per la Evangelizzazione, che ha accompagnato da vicino il rinnovamento portato dal messaggio francescano, grazie a una intervista sulla eredità e sulla attualità della "Evangelii Gaudium", direi che anche l'ultimo Sinodo, da poco concluso nella sua penultima fase, attesta che non possiamo delegare l'evangelizzazione. Ciascuno è responsabile del suo battesimo, della sua vocazione e responsabile di viverla ovunque, in famiglia, parrocchia e società, passando per i movimenti e le comunità. Tutto quel che appartiene alla grande famiglia della Chiesa diventa una catechesi che annuncia il Vangelo. L'evangelizzazione non può arrestarsi alle strutture, ma deve incontrare il cuore delle persone e deve, là, suscitare la forza della fede, della speranza e del amore. 
Vorrei ora peraltro dare una qualche indicazione della “metamorfosi”, o fluidità”, della SINODALITA' [posso parlare di universalismo?]  dal Vaticano II a oggi, del suo concetto, se così si può dire, domandandomi, a vostro beneficio, se è cambiato nel tempo il senso di questo termine. Affrontò già tale questione un illustre canonista, C. Fantappiè, nel saggio "Metamorfosi della Sinodalità, dal Vaticano II a papa Francesco".
L’Autore – si capisce – ricostruisce anzitutto una storia dello stile sinodale del procedere nella Chiesa Cattolica, ricordando, K. Rahner, Y. Congar, R.M. Tillard e H. Legrand. Sono autori ai quali diedi, pure io stesso, forte attenzione anche perché non sempre li trovai consonanti con l’altro polo della relazione, e cioè il primato. Per l’interessato ascoltatore basterà consultare fondamentalmente due miei volumi, dal titolo "Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia", [L. E.V.]  pp. 17- 50, 270, 346, 353, e "Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica", [L.E.V.] voce Sinodo dell’Indice, p. 377.   Il concetto che ci interessa risulta così confermato come intrecciato, nel tempo, a “doppio filo”, con i termini “collegialità” e “Conciliarità”, non potendosi poi dimenticare come la stessa pratica sinodale debba far fronte altresì agli attuali dibattiti sulla democrazia rappresentativa, diciamo così. E qui l’Autore pone un interrogativo fondamentale anche per noi, e cioè: «con la nuova sinodalità Papa Francesco si propone di rispondere alla attuale crisi sistemica della Chiesa mediante una nuova e più radicale forma di ricezione del Vaticano II, oppure intende attuare il transito di una 'Chiesa gerarchica' a una 'Chiesa sinodale' in stato permanente, e quindi modificarne la struttura di governo facente perno da un millennio sul Papa, sulla Curia romana e sul Collegio cardinalizio».Trovandoci oggi di fronte a una Chiesa molto divisa varrà d'inizio fare memoria del pensiero di Newman, quello che la considera, come ogni organismo vivente, in continua crescita, al interno e al esterno, pur rimanendo sé stessa. Orbene, un tale sviluppo, di certo, implica molteplici problemi, che riguardano la dottrina, il culto, la morale, la disciplina e l’apostolato. In genere – come si sa – alla loro soluzione provvede il Magistero (l’insegnamento) ordinario dei Pastori, coadiuvato dai teologi uniti a tutto il Popolo di Dio, in comunione con essi. A volte, peraltro, la complessità della materia o la gravità delle circostanze storiche suggeriscono interventi straordinari. Tra questi sono da considerarsi i Concili, i quali promuovono, nella fedeltà alla Tradizione, lo sviluppo dottrinale, le riforme liturgiche e disciplinari e le scelte apostoliche, in considerazione altresì delle esigenze dei tempi (i famosi “segni dei tempi”, che non costituiscono però una nuova Rivelazione). I sinodi risultano essere, in tale prospettiva, le pietre miliari del cammino della Chiesa nella storia e purtroppo anche testimonianze di divisioni e separazioni.
Contemporaneamente (è forse un aiuto?) ecco ora nascere il pensiero che la sinodalità non sia espressione soltanto di un avvenimento  episodico nella vita della Chiesa ma la permei tutta, trasformandola in sinodale, e così si domanda che il Popolo di Dio “cammini insieme”, in consenso sinodale, come espressione de “la Cattolica”, per noi “incarnazione” del combinarsi di Tradizione e rinnovamento come avvenne al Magno Sinodo Vaticano nei suoi testi e nel suo spirito. Ricordiamo comunque l’opportunità e l’importanza e la necessità di raggiungere il consenso, come giusto modo di procedere Conciliare e sinodale, per superare i contrasti. La sua assenza, o carenza, sono, infatti, un qualcosa che si deve poi “pagare” a caro prezzo, come insegna la storia. Di fatto l’esempio di molti Concili importanti – da quello di Calcedonia al Vaticano II, passando per il Concilio di Trento ‒, che si sono preoccupati faticosamente di raggiungere il consenso, è una testimonianza della sua grande importanza e del suo carattere di segno, soprattutto nel senso che la verità non viene “decisa” (mediante votazione), ma “attestata” (dal consenso).
E qual è il cammino per raggiungerlo se non quello del dialogo? Conoscendo la ricchezza e le contraddizioni della cultura moderna, le aspirazioni, le speranze, le gioie e le tristezze, le delusioni e le difficoltà dell’uomo contemporaneo, Paolo VI, seguendo l’interiore impulso di carità, cercò quindi di calarsi in esse.
Egli fu assiduo banditore e promotore del dialogo con tutti gli uomini di buona volontà: con i cristiani separati, con i non cristiani, con i non credenti. «La Chiesa – attestò – deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere; la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». Egli, in seguito, affermò espressamente: «A noi specialmente, pastori nella Chiesa, incombe la cura di ricercare con audacia e saggezza, in piena fedeltà al suo contenuto, i modi più adatti e più efficaci per comunicare il messaggio evangelico agli uomini del nostro tempo».
Trattasi del dialogo della salvezza, che incontra la sua origine trascendente nel amore stesso di Dio. Ne sono caratteri la chiarezza, la mitezza, la fiducia e la prudenza. «Nel dialogo, così condotto, si realizza l’unione della verità con la carità, dell’intelligenza con l’amore».A questo proposito non posso tralasciare almeno di citare due mie pubblicazioni, edite assieme al Prof. Angelo Federico Arcelli, dal titolo "RIFLESSIONI per un dialogo intraecclesiale" e "DIALOGO. Riflessioni aperte in una fase di transizione". Impegnato nella stessa linea fu un mio dialogo con il Prof. Leo Declerck, non proprio sulle mie posizioni nell'ermeneutica del Vaticano II, ma con il quale il dialogo ha portato i suoi frutti (v. Leo Declerck, "Vatican II: Concile de transition et de renouveau..." e il mio "Concilio Ecumenico Vaticano II. Archivio della Segreteria di Stato", Sommario, a cura di A. Marchetto, p. 7-16).                                                                     

Ma intanto ci è stato consegnato l’Instrumentum laboris sinodale che è «il frutto di questi due [ultimi] anni, ma non vuole essere la bozza di un documento finale». Lo attesta, fra altre precisazioni utili, Padre G. Costa, Consultore della Segreteria generale del Sinodo, in un’intervista rilasciata ad «Avvenire» del 23 giugno 2023. D’altra parte, l’Instrumentum laboris «non è una ricetta già pronta, pur essendo questo un sinodo metodologico, che però investe contenuti concreti. Esso non è un sinodo sulla sinodalità, ma sulla Chiesa sinodale, su quale stile dobbiamo adottare per camminare insieme, cercando di riconoscere la presenza dello Spirito anche in posizioni differenti dalla propria». Ma, aggiunge l’intervistatore (G. Cardinale), giustamente, «comunque l’elenco delle domande è infinito...» E Padre Costa risponde candidamente che in realtà «gli interrogativi fondamentali sono tre». E li riferisco per non scoraggiarci di fronte alla... marea. «Il primo: come crescere nel camminare tutti insieme, nella accoglienza – di tutti senza esclusioni – e nella ospitalità reciproca. Il secondo: come valorizzare il contributo di ciascuno – anche delle donne – per la missione di annuncio del Vangelo, che è un compito di tutti i battezzati, non solo di sacerdoti e consacrati. Il terzo: come articolare partecipazione e servizio dell’autorità in questa Chiesa sinodale". Pur non potendo dilatarmi sul approfondimento di questa fase appena terminata del Sinodo in corso, almeno debbo citare Il volume apparso di "Sinodo 2021, 2024. Per una Chiesa sinodale: comunione/ partecipazione/ missione. Il PROCESSO SINODALE DOCUMENTI, con l'intervista dal titolo: "Ecco l'eredità del Sinodo" ("Avvenire" 25/XI/23) su questa penultima sua fase, di don Bozzolo, e il rimando a un'altra, mia, al "National Catholic Register" del 29/10/23/, con il riassunto che se ne fece, il seguente: "We can't subvert the doctrinal and moral tradition of the Church to please the world: We look at the cross of Christ-glorious, yes, but a cross nonetheless...".                                                                      Ciò scopro ora in linea con il discorso del Papa ai membri della Commissione Teologica, il 30/11/23, con forte richiamo di riferimento al Vaticano II,"che tuttora guida il nostro cammino ecclesiale", grazie a queste impegnative parole: "Oggi siamo chiamati a dedicarci con ogni energia del cuore e della mente a una «conversione missionaria della Chiesa» ("Evangelii gaudium,"  30). Essa risponde alla chiamata di Gesù a evangelizzare, fatta propria dal Concilio Vaticano II, che tuttora guida il nostro cammino ecclesiale: lì lo Spirito Santo ha fatto sentire la sua voce per i nostri tempi. Il Concilio ha enunciato il suo proposito proprio affermando che «desidera ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo» ( Lumen gentium, 1). E, come ha osservato la vostra Commissione, «la messa in atto di una Chiesa sinodale è presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero Popolo di Dio» ( La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, 9): uno slancio missionario che sappia comunicare la bellezza della fede".                                                                   
Mi spiacerebbe, in questo mio tentativo di presentazione della Chiesa sinodale, tralasciare almeno di segnalare brevemente anche un denso e critico intervento di R. Cristiano, per il quale «il pontificato di Francesco si avvicina a uno dei momenti decisivi» poiché «il sinodo di ottobre si occuperà di come rendere sinodale tutta la Chiesa» e nel documento di lavoro appena pubblicato emergono domande, pure con certezze, e anche ulteriori domande. In questo contesto, l’Autore cita due temi che gli sembrano più scottanti, cioè «come possiamo far risuonare una voce profetica nello svelare le cause del male senza frammentare ulteriormente le nostre comunità?» e «come possiamo diventare una Chiesa che non nasconde i conflitti e non ha paura di salvaguardare spazi per il disaccordo?».                                                     
Tralascio ogni commento a un giudizio che non trovo storicamente fondato, andando agli inizi della vita della Chiesa e dimenticando il da lui chiamato paradigma romano, di epoca medievale, formulando altresì le seguenti domande: in che modo va esercitato il servizio dell’unità affidato al Vescovo di Roma quando istanze locali dovessero assumere atteggiamenti fra loro difformi? Quali spazi vi sono per una varietà di orientamenti tra regioni diverse? Credo che la comunione gerarchica su questo punto, per la Chiesa Cattolica, dovrà continuare a essere la base delle risposte a tale proposito anche della Chiesa sinodale e mi riferisco allo stesso titolo da me dato, a un mio saggio, prendendone lo spunto dal recente documento cattolico- ortodosso, col titolo "Sinodalità e Primato". "et...et" ancora una volta è la risposta.     
                                                                             
+ Agostino Cardinal Marchetto