Il 2020 è un anno speciale per l’arcivescovo vicentino Agostino Marchetto con due anniversari significativi: gli 80 anni il corrente Venerdì 28 agosto e i 35 anni di episcopato il prossimo 1 novembre, anniversari che festeggerà con una messa al Patronato Leone XIII e una messa alla chiesa dei Carmini. Lo incontriamo a casa della sorella per cogliere qualche spunto di una vita intensa tra dedizione alla Chiesa universale durante 32 anni di servizio diplomatico, impegno come segretario nel Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, grande passione e studio per l'ermeneutica del
Concilio Vaticano II. Ambiti diversi ma tutti accomunati da quello che Marchetto stesso definisce «un amore grande alla Chiesa, una e plurale», un amore che lo vede, soprattutto in questi tempi soffrire per le tensioni che attraversano la comunità ecclesiale e per la grande fatica che si registra nel vivere la comunione. «Questa è oggi la mia pena», ci dice. «Differenze ci sono sempre state, ma oggi è accentuato, “l’un contro l’altro armati”, e questo è un difetto grave per la Chiesa».
La vocazione al sacerdozio matura in Agostino Marchetto quindicenne a partire da un corso di esercizi spirituali, ai quali partecipò e che furono tenuti «da un padre appena liberato dal carcere in Albania. È stata una testimonianza molto forte – commenta -. Vidi che c’è della gente che dà la vita per Cristo, che è perseguitato in un Paese che si dichiara ateo. Mi sono chiesto ”Tu che fai?”. Diciamo che ha prevalso la testimonianza di una Chiesa martire». Accanto a questo fu decisivo l’impegno che proprio in quel anno gli chiesero al Patronato Leone XIII a Vicenza («la mia culla apostolica») come delegato degli Aspiranti. «Mentre cominciava a maturare in me una scelta vocazionale, accettai
l’impegno. “Queste cose - mi disse allora il responsabile del Patronato - si capiscono meglio se si opera nel concreto del servizio, nell’incoraggiamento agli altri giovani”. A 19 anni Marchetto entra in seminario diocesano dopo aver valutato anche la possibilità di diventare Giuseppino.
In Seminario come andò?
Lì sono “diventato matto” per la storia e la filosofia, per me una grande scoperta. Poi, ad un certo punto, a me che ero andato prete per i giovani, chiesero la disponibilità per il servizio alla Chiesa universale, al servizio alla Santa Sede. La proposta mi ha molto sorpreso. Sono stato aiutato nella scelta anche da un sogno di san Giovanni Bosco («non da una apparizione» ci tiene a precisare). Ho sognato che di fronte alla mia preoccupazione di non essere più per i giovani mi dicesse “Non ti preoccupare vedrai che di giovani ne troverai tantissimi in giro per il mondo”. E così ho accettato.
Questa chiamata inattesa come si è concretizzata?
In 32 anni di servizio diplomatico, 16 paesi con varie responsabilità, 20 anni d’Africa e in tre dei paesi più poveri del mondo (Malawi, Madagascar e Mozambico). Poi, quando ero in Bielorussia, si scopre la malattia (un linfoma maligno). Torno a Vicenza per curarmi. Dopo un anno vado a Roma dove nel 2000 il Papa mi nomina segretario del Pontificio consiglio della pastorale dei migranti. È stata la seconda fase della mia vita molto impegnata e contrastata. È stata una grande e bella esperienza. Dopo le dimissioni a 70 anni (possibili per i nunzi ndr) è cominciato l’ultimo capitolo che è quello dello studio intenso del Concilio Vaticano II.
Che rapporto aveva con papa Giovanni Paolo II?
Il rapporto con lui è iniziato con la nomina in Bielorussia, Paese dove un quarto del territorio era territorio polacco. Anche se ero già stato nominato, il Papa mi ha fatto l’esame personalmente e ha capito che ho cercato di fare del mio meglio. Sono stato il primo nunzio residente in Bielorussia e quando sono arrivato, lì non c’era nulla.
Quindi la chiamano al Pontificio consiglio con l’impegno sul tema molto sensibile dei migranti...
È il tema dei diritti umani con una attenzione speciale nei confronti dei migranti che nel dopoguerra venivano dalla Russia, Ungheria, Polonia e l’Europa che voleva accoglierli e accettarli. Poi quelli che arrivavano sono cambiati per cui il nostro è diventato un Pontificio consiglio molto osteggiato anche all’interno della Chiesa, soprattutto per il clima politico che c’era allora in Italia.
Ricordo il primo accordo con Gheddafi, un disastro, un accordo che è confermato anche oggi anche se stanno cercando di rettificarlo.
E qual è il suo rapporto con la politica
Credo che la prima cosa sia la coscienza oltre allo studio. Quando tu fai le cose con coscienza ed equanimità, cioè dici le cose come sono, tu sei tranquillo. Rispetto a una serie di posizioni su certe problematiche dicevano che quello era il mio pensiero personale. Ma non era vero. Io ho difeso sempre i diritti umani e quindi anche quelli dei migranti e degli itineranti. La mia è laposizione del diritto internazionale e della dottrina sociale della Chiesa.
Poi c’è stata la grande passione e dedizione al Concilio Vaticano II. Questa da dove arriva?
Io ho sempre studiato soprattutto il Medioevo. Nel 1990 il professor mons. Maccarrone mi invitò a concentrarmi sulla storia della Chiesa contemporanea e del Concilio Vaticano II. Io già pensavo che in qualche modo quello della interpretazione del Concilio è il toro che bisogna prendere per le corna. E i Papi da Paolo VI fino a papa Francesco tutti hanno confermato questa linea che poi
papa Benedetto ha riassunto nell’"idea" per cui l’interpretazione del Concilio va intesa come riforma e rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto Chiesa, e non quella della rottura. È una formula che io continuo a ripetere invano. Se vogliamo essere cattolici ci deve essere una certa continuità nel rinnovamento e nell’unico soggetto Chiesa».
Questa è la difficoltà di oggi ...
Certo, e qui c’è l’origine di quel rischio di divisione di cui si diceva. Ognuno è innamorato della propria interpretazione. Ognuno è innamorato di sé stesso o del gruppo che esprime il pensiero in cui si ritrova senza però ascoltare anche l’altra parte, l’unità delle due forze entrambe legittime: la fedeltà al perenne
messaggio che la Chiesa porta (Sacra Scrittura e Tradizione) con l’aiuto del Magistero (Dei Verbum 10) e dall’altra parte anche questo impegno di tener conto del mondo di oggi. Ci deve essere un discernimento da fare insieme in comunione con il popolo di Dio e i propri pastori. Le due forze sono legittime se rimangono nella comunione. È la grande sfida di sempre: “et-et”.
Che cosa ha rappresentato e rappresenta per lei la Chiesa di Vicenza?
La diocesi è stata la fonte. In seminario ho avuto una esperienza bellissima grazie anche a professori eccellenti. Il Leone XIII la culla: lì ho avuto tutta la mia formazione giovanile.
Lauro Paoletto - La Voce dei Berici 30 agosto 2020