di SANDRO BARBAGALLOÈ una delle poche donne nel mondo dell'arte che hanno scalato lo scivoloso muro del mercato riuscendo a ottenere alte quotazioni nelle aste internazionali. Nei giorni in cui il mondo offre una particolare attenzione all'universo femminile, piace sottolineare l'opera di Carla Accardi alla quale (fino al 12 giugno) la Fondazione Puglisi Cosentino ha dedicato a Catania una mostra antologica intitolata "Segno e Trasparenza".
Questa mostra, curata da Luca Massimo Barbero, sarà irripetibile perché l'artista trapanese - una delle maggiori rappresentanti della pittura italiana del secondo dopoguerra del Novecento - ha voluto dare una sua personale interpretazione dello spazio dello storico Palazzo Valle per il quale ha realizzato appositamente Vie alternative (2010), un grande pannello in ceramica di sei metri e mezzo per sei. L'intero itinerario della mostra è infatti concepito come un percorso che si avvale non solo di opere storiche ma anche di recenti, alcune realizzate per l'occasione.
Al piano superiore, in una sala straordinaria, sono esposte le grandi opere della Biennale di Venezia del 1988. Inoltre si può ammirare un pavimento in ceramica del 2007 in cui l'artista realizza una suggestiva contaminazione tra architettura e segno.
In un'intervista del 1975, Accardi si lasciava andare a una dolorosa affermazione: "La donna storicamente, come essere umano, è inferiorizzata e come artista non è riconosciuta. Per questo è assolutamente noto solo a lei il mutare dello sguardo che va dalla sua persona all'opera".
Quando pronunciava queste parole, Carla aveva da poco compiuto cinquant'anni, essendo nata a Trapani nel 1924. All'epoca era già molto stimata dalla critica, essendo stata tra i fondatori, nel 1947, del gruppo astrattista Forma 1. "Ora ho sfondato con la critica e devo riuscire a farlo anche nel mercato", diceva agli amici.
Perciò, dopo una serie di approcci appassionati con i più rivoluzionari collettivi femministi dei primi anni Settanta, si defilò da un tipo di impegno che intorno le creava diffidenza e ostilità. "Il femminismo non giova al mercato", si sentiva dire in quell'epoca di slogan, di cortei, di manifestazioni di donne, che non erano solo artiste.
La storia di Carla è quella di una ragazza borghese e benestante che già a sei-sette anni manifesta un talento fuori del comune. A tredici anni iniziò a dipingere ritratti a sua madre, alle sue sorelle, alle amiche e al fratello. A quindici espose questi primi lavori (purtroppo dispersi) in un circolo cittadino.
Comunque fin dai suoi esordi Carla aveva intuito che esiste "una situazione di pericolo psichico nel processo di realizzazione della propria creatività. Già in partenza il mio spazio di azione era compromesso da ambiguità infinite". Anche se risparmiava le proprie forze per concentrarsi sul fatto artistico e non opporsi frontalmente a difficoltà sicuramente pericolose per la sua sopravvivenza.
È facile, oggi, a successo collaudato, pensare che l'artista non si valuta nel suo essere uomo o donna, ma sarebbe sbagliato e anche ingiusto per chi ha aperto la strada a donne come Carla, che dicono di essersi logorate nel ruolo di mogli e di madri in una vita quotidiana in lotta con la necessità di esprimersi. E queste confessioni più o meno clandestine ci lasciano intuire quanto possa essere stato complicato, ad esempio, per una personalità forte e in espansione, avere come marito un altro pittore, Antonio Sanfilippo, con cui dover condividere aspettative e delusioni.
Ma poi le scappa anche detto che il suo lavoro "ha percorso una strada di conoscenza". All'inizio infatti sapeva due cose: "La verità si svela a chi fa un gioco onesto (...) e per comunicare, il linguaggio deve essere inventato e nuovo". "Ma andando in fondo a me - diceva ancora - ero arrivata vicino alla totalità di tutte le donne".
Come femminista pentita, ci sembra che questa dichiarazione sia abbastanza compromettente. Ma è anche vero che Carla Accardi ha avuto la fortuna di appartenere a un gruppo di artisti d'avanguardia quando in Italia il Neorealismo era la sola arte al potere.
La sua pittura trova una prima definizione convincente e matura nel 1953, quando comincia a eseguire quadri in bianco e nero con un ductus continuo, nel quale il segno si organizza in strutture complesse. Queste opere sono state chiamate dall'autrice stessa negativi o labirinti.
Michel Tapié e l'architetto Luigi Moretti sono stati tra i primi estimatori della ricerca dell'Accardi. Tanto che Tapié la invita a esporre a Parigi alla Galleria Stadler nel 1956. Tra il 1960 e il 1965 Carla studia il rapporto tra due colori di uguale intensità. In Europa va di moda la Optical Art, ma la sua ricerca è più mentale e percettiva. Con questo lavoro l'artista acquista una propria identità sganciandosi dal periodo dei labirinti e dei negativi.
Nel 1965 la sua pittura si avvale della ripetizione del segno ma, anziché usare come supporto la tela, ama sperimentare un fondo di plastica trasparente (sicofoil).
Con questo nuovo metodo mette in crisi il concetto di quadro e arriva con facilità alla tappa successiva dove, con grandi fogli di plastica appositamente dipinti, costruisce installazioni e ambienti con ombrelloni, tende, labirinti, coni. Realizza tutto questo in un fantastico gioco surreale, come può esserlo un villaggio costruito da bambino.
In occasione di questa splendida e curatissima mostra di Catania, l'artista ha dichiarato: "Vorrei far conoscere cos'è che lega le mie varie uscite in un senso o nell'altro, in modo che questo mio mondo si sveli com'è, non monolitico ma, anche se sfaccettato e diramato, pur sempre unitario come una costellazione che contiene anche le stelle più lontane".
(©L'Osservatore Romano 9 marzo 2011)