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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
santo Natale luminosoRiceviamo da Mons. Marchetto e pubblichiamo

A un bambino di due-tre anni chiedi scherzosamente se puoi prendere uno dei giocattolini disseminati in tutta casa e, con volto corrucciato, ti dirà: “No! E’ mio”. Un giorno ho dato a un bambino una mela, l’ha presa. Gliene ho dato una seconda, l’ha presa con l’altra mano. E poi una terza; il bambino è rimasto un attimo interdetto, ha guardato le mele nelle due mani, ha lasciato cadere quella della mano destra per afferrare la terza mela. E’ come se mi avesse detto: “Voglio tutto”.
 
 
Santa Teresina di Gesù Bambino racconta che fin da piccolina voleva tutto: voleva essere sposa, mamma, religiosa, sacerdote, missionaria, martire, voleva vivere in un convento e al tempo stesso desiderava percorrere il mondo intero per annunciare il Vangelo... Tale aspirazione continuò lungo gli anni dell' adolescenza ed era diventata per lei un "martirio". Allora rivolse la sua attenzione alle Lettere di S. Paolo. Nei capitoli 12 e 13 della Prima Lettera ai Corinzi lesse che non si può essere al tempo stesso apostoli, profeti e dottori. La Chiesa è un corpo, ha varie membra e l’occhio non può essere contemporaneamente la mano. La risposta non era tale da appagare i suoi desideri. Continuò la lettura e trovò il passo in cui l’Apostolo scrive che l’amore è il carisma più grande e che senza di esso i profeti parlano invano, gli apostoli corrono invano, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue... “Allora – scrive – trovai finalmente la pace... Compresi che la Chiesa ha un cuore... Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore e in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si trasformerà in realtà”.
 
Volere tutto!
Se siamo sinceri, anche noi, come i bambini, vogliamo tutto.
O meglio c’è in noi l’aspirazione bramosa a entrare nel tutto, perché percepiamo che solo il TUTTO dà senso compiuto all’esistenza. E qualcosa di questo tutto, nella sua dimensione di infinito, a volte ci sembra di sperimentarlo: quando contempliamo il cielo stellato e lasciamo che il pensiero corra fin lassù, o quando in solitudine guardiamo dalla spiaggia l’immensa distesa delle acque del mare, o dalla sommità di una montagna volgiamo lo sguardo all’intorno e avvertiamo l’immensità dello spazio...A un alpinista che aveva conquistato quasi tutti gli ottomila è stato chiesto perché continuasse a salire lassù, nonostante la fatica e i rischi. “Quello che io assaporo, dopo aver raggiunto la vetta, anche se per pochi secondi, prima di riunire le forze per rientrare, è indescrivibile”.
È l’esperienza dell’infinito.
 
Orbene dopo aver guardato le stelle, dopo aver contemplato l’immensità del mare o l’ampio spazio che si apre alla vista dalla sommità di una montagna, occorre abbassare gli occhi e tornare a guardare le cose di sempre, perché sono quelle che costituiscono la nostra vita.
 
Ma c’è in molti di noi un’altra aspirazione. Quella di essere diversi da quello che si è. “Sono fatto male... Ho un brutto carattere... Se potessi tornare indietro!... Guarda che fortunato è quello là... Io invece...”. Io sono quello che sono, carissimi.
Nessuna recriminazione, nessun rimpianto, nessun sogno possono cambiarmi.
Solo assumendo pienamente la mia realtà, con tutti i suoi limiti, posso avviare un cambiamento interiore che mi porta progressivamente a rappacificarmi con me stesso.
 
Noi vorremmo tutto, e invece dobbiamo scegliere e vivere ciò che è parziale. Abbiamo due mani: la terza mela non ci sta. Sono figlio dei miei genitori, non della regina d’Inghilterra e del principe Filippo, vivo in questa parrocchia e non a New York o a Tokio, lavoro in questa fabbrica, per es.,  e non in un’azienda di informatica a Silicon Valley. Ho queste capacità, questa sensibilità, posso migliorarmi e migliorare le condizioni di vita, ma solo a patto che mi accolga per quello che sono, con le mie piaghe e i miei doni.
Anche il Santo che vorrebbe amare tutti, aiutare tutti, essere in continuo rapporto con Dio nella preghiera, deve rivolgere il suo amore e il suo aiuto alle persone con le quali di fatto entra in contatto (e non al mondo intero), e la sua unione con Dio la può vivere nella preghiera ma soprattutto nel fare la volontà di Dio dentro la propria vita.
 
La nostra conclusione: il mio quotidiano, fatto di routine, di eventi piccoli e grandi, di gioie e sofferenze, di imprevisti piacevoli e spiacevoli, di incontri con gente dal cuore buono e con profittatori, di giorni in cui ci pare di spaccare il mondo e di altri in cui ci sentiamo degli stracci... il mio essere giovane pieno di speranze e di illusioni, o adulto ormai navigato, o anziano che vede la vita fuggire... il mio quotidiano è il luogo da amare di un amore operoso, è il tempo della Grazia, dove Dio mi raggiunge e si fa a me dono, perché io lo diventi per gli altri.
Vi lascio un'immagine, in fine, che fissi più facilmente quanto qui appena detto e che ho ammirato stampata su un grande giornale perché capace di esprimere felicemente il nostro messaggio. Al centro v'è la mangiatoia, dove è deposto il Bambinello, mentre due stelle comete si arrestano sopra di essa.
Dentro le loro code, che al fine formavano una sola testa, v'era impressa, a sinistra, l'immagine di un egiziano in abiti antichi, mentre nell'altra vi era quella di un uomo robotizzato.
L'una rappresenta il passato, l'altra il futuro.
Orbene entrambe conducono a Cristo, l'Oggi di Dio.
Ciò vuol confermare che è il presente quello che conta per noi, il quotidiano - come dicevamo - è il luogo da amare di un amore operoso.
Il passato non c'è più, il futuro non c'è ancora.
Dio qui mi raggiunge, nel suo Oggi, e si fa a me dono affinchè io lo diventi per gli altri.

Ancora Buon e Santo Natale!