Introduzione
La crisi della natalità, il mancato ricambio generazionale e l'invecchiamento
La responsabilità della burocrazia delle organizzazioni internazionali
La Chiesa e le evoluzioni demografiche
"Presenza e testimonianza dei nonni nella famiglia"
"Le ragioni ultime dell'invecchiamento della popolazione e della diminuzione degli indici di natalità sono morali e spirituali e sono collegate ad una preoccupante perdita di fede, di speranza e d'amore" (Benedetto XVI, 28 aprile 2006)
Intervista a Mons. Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto
Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia
Introduzione
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Se ogni venticinque secondi in Europa c'è un aborto, che fa più vittime delle malattie di cuore, delle malattie cardiovascolari, degli incidenti stradali, e dei suicidi; se in Europa, la crescita naturale della popolazione è di poco superiore all'1,1%; se i divorzi, negli ultimi 15 anni, sono aumentati del 50%, coinvolgendo 21 milioni di figli, qualcuno ha fallito.
E' il risultato, prodotto di alcuni decenni di "cultura" laicista europea, che asseconda le dinamiche umane, invece di contenerle e di governarle. Come dovrebbe essere suo compito, per rispondere al bene comune, che non è una categoria astratta, ma molto concreta, che fa parte, o che dovrebbe far parte, del vissuto di una collettività. Occuparsi del bene comune, significa non ignorare il piano dell'etica e della morale, come piano dal quale non si può prescindere, se si vuole fare servizio ad una comunità.
L'aborto, il divorzio, sono considerati dalla politica europea dei fenomeni sociali. Strumentalmente. Si registrano come tali e si interviene con le leggi. La politica utilizza i fatti di vita e ne fa strumento di politica. Le conseguenze? Basta leggere le statistiche. Le donne europee che non fanno più figli. L'uso e il consumo dell'attività sessuale senza amore, tanto c'è l'aborto che può riparare. La dissoluzione del matrimonio. La cultura della vita e della dignità della persona umana ignorate.
Sul matrimonio, la politica non favorisce la promozione della famiglia e la sua difesa, ma acconsente che le leggi istitutive del divorzio si occupino e registrino un fenomeno sociale, senza proporre e promuovere campagne a difesa dell'istituto matrimoniale e per la natalità, che è uno dei problemi centrali del terzo millennio, contro tutte le truffe sull'esplosione demografica che sono state propinate nel corso degli ultimi vent'anni dalle organizzazioni internazionali. Sull'aborto, la politica dice che se non ci fossero le leggi che lo regolamentano, ci sarebbe un numero altissimo di aborti clandestini. La politica, sceglie, dal suo punto di vista, il male minore, quello dell'aborto non clandestino, non soffermandosi minimamente sulla difesa del bene vita. Se l'aborto è un male in sé, è questo che dovrebbe essere insegnato, se si vuole difendere la cultura della vita.
Il "riparo" della politica è legittimare le scelte individualiste più sfrenate, che blandisce. E' anche "comodo" agire così. Solo che agendo così, non vengono preservati il diritto alla vita e la dignità del vivere, che non sono salvaguardati come beni in sé, per tutti e per ciascuno, ma sono, di volta in volta, bilanciati con l'interesse di terzi, della maggioranza. Si consuma una sorta di dominio dell'utilitarismo. Quel che serve, va conservato, quel che non serve, anche l'essere umano, va gettato via e si introduce nella coscienza collettiva - che tende ad essere annullata - un elemento di formidabile pericolosità intellettuale e civile, che stravolge il concetto stesso di bene comune, che viene inteso come sommatoria dei beni individuali. Io, come individuo, posso anche essere annullato, purché rimanga o aumenti un interesse di un maggior numero di persone. Pensiamo alla diagnosi prenatale, che è diventato strumento selettivo sulla natalità o all'eutanasia.
Nella vita associata, che è definita dalle regole e dai principi che una politica attenta alla morale si dà, è compito di ciascuno salvaguardare il bene della vita di ciascuno e questo bene costituisce il principio. Tutti gli altri beni, anche quelli apparentemente più utili socialmente, rimangono, rispetto ad esso, in secondo piano.
Governare la complessità del fenomeno umano, in realtà, è molto difficile e richiede, soprattutto, fare i conti con il piano dell'etica e della morale. Il 5 aprile 2008, il Santo Padre Benedetto XVI ha affermato che l'interruzione della gravidanza e le separazioni coniugali, sono circondate nel dibattito da una "specie di congiura del silenzio". Dovrebbero far riflettere queste parole soprattutto quei politici europei che non considerano le vittime delle loro scelte su quelli che ritengono essere solo dei fenomeni sociali: il concepito che viene gettato via con l'aborto, i bambini che subiscono le rotture matrimoniali. Sono, questi, gli effetti di una politica che non sa e non vuole trattare i fatti di vita utilizzando il piano dell'etica. Una politica europea che, proprio perché non sorretta dalla morale e dall'etica, non sa affrontare i problemi più drammatici che vive la famiglia europea, quello della crisi della natalità, del mancato ricambio generazionale e dell'invecchiamento della popolazione.
Questi problemi europei, per essere compresi fino in fondo, devono essere inquadrati nel contesto di quel che è avvenuto ed ancora avviene nel mondo negli ultimi decenni.
La crisi della natalità, il mancato ricambio generazionale e l'invecchiamento della popolazione
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha diffuso recentemente le statistiche sull'aspettativa di vita dei 193 Paesi aderenti. Il Giappone è in testa, con 82,2, seguito da Principato di Monaco (81,8), San Marino (81,7), Svizzera (81,4), Australia (81,4), Islanda (81), Italia (80,9), Svezia (80,9), Canada (80,5), Francia (80,4), Andorra (80,3), Spagna (80,3), Israele (80,2), Singapore (80,2), Norvegia (80), Nuova Zelanda (79,7), Austria (79,6), Grecia (79,5), Germania (79,3), Cipro (79,3), Irlanda (79,2), Olanda (79,2), Finlandia (79,1), Lussemburgo (79,1), Malta (78,9), Gran Bretagna (78,9), Belgio (78,6), Corea del Sud (78,5), Portogallo (78,2), Danimarca (78), Stati Uniti (77,9).
Ogama, un villaggio rurale del Giappone, qualche anno fa si era ridotto ad otto abitanti. Ora non esiste più. Gli ultimi rimasti sono andati via ed il villaggio è stato venduto ad una società che lo trasformerà in una discarica. Due anni fa, il governo giapponese stava pensando di consentire alle agenzie matrimoniali di farsi pubblicità in televisione, nella speranza di favorire i matrimoni e le nascite. Dai dati del Ministero della Sanità giapponese risulta che l'età media del primo matrimonio, per le donne, è di 27,8 anni, rispetto ai 25,8 del 1988. La popolazione giapponese ha raggiunto l'apice nel 2005, con 128 milioni di persone, ma alcune stime ne prevedono un calo fin sotto i 100 milioni entro il 2050. Uno studio condotto in Giappone dall'OMS e dall'Università Nihon rileva che nel 2007 una coppia giapponese su quattro non ha avuto neppure un rapporto sessuale.
In Germania due anni fa si sono accorti, con la pubblicazione dei dati ufficiali, che erano nati tra i 680.000 e i 690.000 bambini, una cifra inferiore a quella dell'ultimo anno della seconda guerra mondiale. Secondo i dati pubblicati dall'Ufficio statistico federale, il numero delle famiglie con almeno un figlio sotto i 18 anni è crollato del 7% tra il 1996 e il 2006, raggiungendo gli 8,8 milioni. Un altro grande cambiamento degli ultimi 10 anni è l'aumento del 30% nel numero dei genitori single e non sposati, che ha raggiunto i 2,3 milioni. Anche il numero dei bambini per famiglia risulta in calo. Poco più della metà delle famiglie ha un figlio solo, mentre il 36% ne ha 2 e solo l'11% ha tre o più figli. La famiglia media tedesca ha oggi 1,61 figli. La popolazione tedesca ha iniziato a calare nel 2003, con una diminuzione di 5.000 unità, mentre nel 2006 il decremento ha raggiungo le 130.000 unità.
In Irlanda, il numero dei genitori singoli è aumentato di quasi il 40% in soli quattro anni. Dalle statistiche del censimento del 2006 risulta un totale di 112.900 famiglie con un unico genitore, rispetto al totale di 81.600 del 2002. I genitori singoli rappresentano oggi circa il 12% delle famiglie irlandesi.
La Romania ha 4 milioni di persone in età lavorativa, mentre 6 milioni sono i pensionati.
La Cina, ha uno dei tassi di invecchiamento più alti al mondo. Il numero degli ultra sessantacinquenni aumenta di quasi il 3% l'anno, rispetto ad un aumento complessivo della popolazione inferiore all'1%. Circa il 20% delle donne inglesi raggiunge la fine dell'età fertile senza avere avuto figli, secondo il British Office of National Statistics, rispetto al 10% degli anni '40. E nel 2004 il tasso di fertilità nel Regno Unito è stato di 1,77 figli per donna, ben al di sotto del 2,95 degli anni '60.
In tutta Europa la situazione della natalità è drammatica e mette fortemente in crisi la questione del ricambio generazionale. Alla fine del 2006 la popolazione europea contava circa 500 milioni di persone. L'Irlanda (con una crescita del 16,3%), il Lussemburgo (11,6%) e la Spagna (11%), sono i paesi che presentano una crescita maggiore. Mentre Germania (con una crescita dello 0,8%), Svezia (2,4%) e Finlandia (2,7%), sono i paesi che presentano la crescita minore.
Tra il 1994 e il 2006 la popolazione europea è cresciuta di 19 milioni di persone. L'80% della crescita della popolazione nel periodo, è stato dovuto alla presenza di quindici milioni di immigrati, non per la crescita naturale, che è rimasta stazionaria (solo circa 310.000 persone all'anno), molto inferiore a quella degli Stati Uniti, dove la crescita della popolazione è di 12 volte superiore a quella europea. Solo Francia e Olanda presentano una crescita naturale superiore alla propria immigrazione. A partire dal 2025, l'Europa comincerà lentamente a spopolarsi, mentre gli Stati Uniti continueranno a crescere e, ai ritmi attuali, nel 2060 Stati Uniti ed Europa avranno la stessa popolazione (circa 454 milioni di abitanti).
Nella prima metà del 2005, la popolazione russa è diminuita di 400.000 unità. Il numero di bambini per donna è crollato dai 2,19 del 1986-87, all'1,17 del 1999. Da allora, esso è aumentato all'1,3. La situazione è aggravata dal crollo dei matrimoni e dall'aumento dei divorzi. Gli uomini russi hanno un'aspettativa di vita poco al di sotto dei 60 anni. Di conseguenza, alcuni prevedono che la popolazione di 146 milioni del 2000 potrebbe ridursi a soli 100 milioni entro la metà del secolo.
Persino i Paesi che tradizionalmente fanno molti figli stanno vivendo un brusco calo nei tassi di natalità. Qualche decennio fa le donne messicane avevano in media famiglie con quasi 7 figli, ma oggi hanno poco più di 2 figli. Nel 2050 l'età media della popolazione messicana - attualmente di 25 anni - aumenterà a 42 anni, secondo i dati della Divisione popolazione delle Nazioni Unite.
Gli Stati Uniti hanno oggi un'età media di 36 anni, che dovrebbe aumentare a 41 entro la metà del secolo. Il tasso di natalità, negli Stati Uniti, fra le donne non sposate, nel 2006 è aumentato, secondo un rapporto dell'ente nazionale Centers for Disease Control and Prevention. Il rapporto dimostra un aumento del 3% nelle nascite da ragazze di età fra i 15 e i 19 anni. Nell'insieme, le nascite da donne non sposate ammontano al 38,5% del totale delle nascite negli Stati Uniti nel 2006, con un aumento rispetto al 36,9% dell'anno precedente.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che alcuni paesi "invecchieranno prima di diventare ricchi". Un recente rapporto della Divisione popolazione del Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite dà una visione d'insieme dell'invecchiamento demografico. In questo studio, dal titolo "L'invecchiamento della popolazione mondiale", l'agenzia evidenzia i fatto che la rapidità dell'invecchiamento della popolazione di molti Paesi non ha precedenti. A livello mondiale, il superamento del numero dei bambini da parte degli ultra sessantenni avverrà per la prima volta nella storia nel 2047. Già nel 1998, nelle regioni più sviluppate, il numero dei bambini minori di 15 anni è diminuito sotto quello dei più anziani. Nel 2000, la popolazione ultra sessantenne ammontava a 600 milioni, il triplo di quella del 1950. Nel 2006 il numero degli anziani ha superato i 700 milioni. Nel 2050 vi saranno due miliardi di anziani nel mondo, tanto che questi avranno nuovamente triplicato il proprio numero nell'arco di 50 anni.
Nelle regioni più sviluppate più di un quinto della popolazione è attualmente ultra sessantenne e nel 2050 quasi un terzo della popolazione dei Paesi sviluppati dovrebbe collocarsi in quella fascia di età. Nelle regioni meno sviluppate, gli anziani sono oggi solo l'8% della popolazione, ma nel 2050 essi dovrebbero arrivare a rappresentare un quinto della popolazione. La Divisione popolazione ha anche avvertito che il tasso di invecchiamento della popolazione è più alto nei Paesi in via di sviluppo rispetto ai Paesi sviluppati. Inoltre, nei Paesi in via di sviluppo si sta verificando un invecchiamento demografico nonostante i livelli bassi di sviluppo socio economico. Poi vi è il rapporto fra le persone in età lavorativa e i pensionati. Il numero delle persone tra i 15 e i 64 anni per ogni ultra sessantacinquenne è già diminuito dai 12 ai 9 nell'arco temporale tra il 1950 e il 2007. Nel 2050 dovrebbe diminuire a soli 4 lavoratori per ogni anziano, cosa che avrà un grave impatto sulla tenuta delle politiche fiscali e previdenziali. Oltre all'impatto economico, i mutamenti derivanti dall'invecchiamento avranno una grande influenza sulle questioni intergenerazionali dell'equità e della solidarietà, osserva il rapporto dell'ONU.
La responsabilità della burocrazia delle Nazioni Unite
Alla fine, quando il male era già stato fatto per l'umanità, anche la burocrazia delle Nazioni Unite ha dovuto fotografare la realtà di una situazione che in molti, nel mondo, hanno voluto che si determinasse. La balla del boom demografico, del rischio di un'esplosione del pianeta per il numero dei suoi abitanti, divulgata da quelle organizzazioni antinataliste e anti-umane che hanno imperversato, in Europa e nel mondo, ha prodotto guasti terribili per il futuro del pianeta.
Tutta la burocrazia delle Nazioni Unite si è mobilitata, negli ultimi decenni, con gravissime responsabilità, per spiegare al mondo che si era sull'orlo del collasso demografico, che lo sviluppo era messo in discussione, che le risorse, di questo passo, non sarebbero bastate per tutti gli abitati della terra. Tutte balle. Nel 2002, le Nazioni Unite convocarono una riunione di esperti sul tema demografico, che portò a queste conclusioni: "con delle implicazioni enormi la Divisione per la popolazione delle Nazioni Unite prevede che la fecondità futura dei Paesi in via di sviluppo cadrà al di sotto della media di due figli per famiglia".
Le "implicazioni enormi" sono che per il 2050, l'80% della popolazione mondiale non avrà abbastanza figli per il ricambio generazionale, il che condurrà ad un rapido declino demografico. Così la prima pagina del New York Times annunciò con stupore, all'indomani della riunione, che gli esperti erano convinti che ci saranno 600 milioni di persone in meno del previsto in India nel 2100 e così via per il mondo. Lo studio degli esperti Onu ("Il futuro della fertilità nei paesi a fertilità intermedia") era stato preceduto da analoghe previsioni. In un saggio su "Nature" - dei ricercatori Wolfgang Lutz ("International institute for applied systems analysis", di Laxemburg, Austria), Warren Sanderson ("State University", New York), Serghei Scherbov ("Università di Groningen", Paesi Bassi), si parlava di un picco di 9 miliardi di abitanti nel 2070, destinati, con una probabilità dell'80%, a scendere a 8,4 miliardi per il 2100. Anche i francesi dell'"Institut nationale de études démographiques" tendevano a spostare le previsioni "verso le ipotesi basse: cioè tra 7,3 a 8,9 miliardi entro il 2050". Per la prima volta, nel 2002, uno studio dell'Onu previde l'ipotesi "media", una diminuzione, non solo un aumento sotto controllo.
Le proiezioni "medie" si erano fondate, fino a poco tempo prima, sull'ipotesi che tutti i paesi puntassero tendenzialmente all'equilibrio, cioè a un tasso di fertilità di 2,1 bambini per ogni donna. E', questo, il tasso di pura "sostituzione".
In Europa questo tasso è crollato per quasi 45 anni consecutivi: dal 2,66 degli anni '50 all'attuale 1,34; in Giappone dal 2.75 all'1,33. La Russia, oggi la "peggiore", ha un tasso di 1,14 su cui pesa anche l'aumento di mortalità di vecchi e bambini oltre alla diminuzione delle nascite. Gli Stati Uniti rappresentano un'eccezione, mantenendo anche negli anni '90, un tasso del 2,00. Ma la novità, che scombussola le precedenti valutazioni, è che sta scendendo, più rapidamente di quanto chiunque se l'aspettasse, anche il tasso di fertilità "intermedio", nei paesi in cui si collocava tra il 2,1 e il 5.
Durante quella riunione del 2002, gli esperti delle Nazioni Unite ammisero che dal 1970 hanno gonfiato sistematicamente le loro previsioni demografiche per il futuro. E' noto, d'altra parte, che i paesi industrializzati erano già al di sotto dei due figli per coppia dagli anni settanta ed è solo l'immigrazione che ha posticipato il crollo demografico in zone come l'Europa Occidentale. Con l'eccezione fatta per alcuni Paesi sub-sahariani, dove la fertilità è alta, ma dove la diffusione dell'Aids sta falcidiando le popolazioni, il mondo è già al di sotto di due figli per donna o lo sarà in breve tempo. Il tasso mondiale di fecondità si trova ora all'incirca a 2.7 figli per donna. La crescita zero si raggiunge con 2,1 figli per donna.
Perché è accaduta questa truffa gravissima rispetto ai destini dell'umanità? Perché si è permesso a pochi, in modo sconsiderato e pervicace, d'insinuare nella collettività e nelle coscienza individuali che fosse pericoloso fare figli e si sono usate quantità immense di denaro a favore di campagne antinataliste universali, non rispettando la vita e la dignità dell'essere umano?
Tutto incomincia negli anni ‘70, quando alla "pianificazione familiare" si sostituisce la dizione "diritti riproduttivi": la non riproduzione degli essere umani diventa un paradigma obbligatorio. Le campagne antinataliste vengono pensate, promosse e organizzate proprio da quelle organizzazioni internazionali che si occupano di controllo demografico: l'IPPF ("International Planned Parenthood Federation"), il "Population Council", fondato dal finanziere John Rockfeller III e dal presidente della "Società Eugenetica Americana", Frederick Osborn, hanno come scopo il calo delle nascite nei paesi in via di sviluppo. Anche l'UNICEF, per molti anni, sotto la guida di Carol Bellamy, si è mossa in questa direzione.
Il "Population Council" nasce nel 1952. E' un centro di studi e ricerca sulla popolazione che fin dall'inizio ha una chiara impronta antinatalista ed eugenista, definito, nel sito della Società Filosofica Americana come "il volto rispettabile della ricerca eugenetica nel periodo successivo alla guerra mondiale". L'IPPF, nata anch'essa nel 1952, cura invece la messa in pratica delle teorie del controllo delle nascite e della pianificazione familiare, nata dalla federazione di otto associazioni nazionali di pianificazione familiare, quasi tutte di origine eugenista.
Nel 1968, alla Conferenza Internazionale sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, a Teheran, il diritto alla pianificazione familiare viene annoverato fra i diritti umani e nel 1974, alla Conferenza ONU sulla popolazione mondiale a Bucarest, la parola "genitori", usata nella Dichiarazione di Teheran per definire la pianificazione familiare, viene sostituita con "persone", a sottolineare l'individualità della procreazione. A partire da quegli anni, le organizzazioni delle Nazioni Unite teorizzano l'"individualità di genere", che, nel tempo, con la sua forza pervasiva ha contaminato ideologicamente le scelte delle entità statuali rispetto al ruolo dei sessi e dell'identità sessuale, sovvertendo antropologicamente la stessa nozione di essere umano. Nel 1975, la 1a Conferenza Mondiale della Donna, a Mexico City, apre quello che l'ONU definisce il Decennio della Donna, che si concluderà nel 1985 con la III Conferenza Mondiale della Donna, a Nairobi, nella quale si introduce il concetto di sviluppo visto esplicitamente dal punto di vista delle donne.
Dal 1992 al 1995 tre conferenze internazionali ONU segnano una svolta: nel documento finale della Conferenza di Rio de Janeiro su Ambiente e sviluppo, o Summit della Terra, nel 1992, viene espresso il concetto di sviluppo sostenibile, attraverso la promozione di appropriate politiche demografiche.
Nel 1994, al Cairo, si tiene la Conferenza Internazionale sulla Popolazione e Sviluppo, in cui si definiscono i concetti di salute riproduttiva e diritti riproduttivi, che saranno poi ripresi e fatti propri nella IV Conferenza Mondiale della Donna, l'anno successivo, a Pechino. Sviluppo sostenibile, ma soprattutto salute riproduttiva e diritti riproduttivi sono le parole d'ordine delle recenti politiche demografiche delle principali agenzie ONU e attualmente anche di molte risoluzioni dell'Unione Europea.
Tra il 1994 ed il 2001, l'Unione Europea ha speso ben 665 milioni di euro per finanziare piani di riduzioni delle nascite, aborti, sterilizzazioni, programmi contraccettivi ecc., nei paesi più poveri del mondo. Nel dibattito parlamentare sulla relazione annuale sui diritti umani nel mondo nel 2003 (rel. De Kaiser), viene affermato "Dal 1994 la Commissione è diventata uno dei maggiori partner nell'affrontare le esigenze di salute riproduttiva nei paesi in via di sviluppo, nel quadro degli obiettivi concordati alla Conferenza internazionale dell'ONU sulla popolazione e lo sviluppo svoltasi al Cairo dieci anni fa. Nel periodo compreso tra tale conferenza e il 2001 abbiamo stanziato oltre 655 milioni di euro per assistenza esterna esplicitamente destinata alla pianificazione familiare, alla salute riproduttiva, alla maternità sicura, all'HIV/AIDS e alla politica e alla gestione demografiche". Questo, mentre dal 2001, l'amministrazione statunitense si è rifiutata di sostenere i programmi di pianificazione familiare ed ha negato i fondi pubblici all'IPPF e all'UNFPA (Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite). Politica dell'Unione europea in questi anni...
Per perseguire l'obiettivo planetario del controllo delle nascite, si sono mobilitati i movimenti neo-malthusiani ed eugenisti. I primi considerano la crescita della popolazione come una diretta minaccia al benessere dell'Occidente, al suo accesso privilegiato alle risorse fondamentali. I secondi spingono per un processo di selezione e miglioramento genetico delle popolazioni, e ritengono che i poveri, i deboli, i malati, i disabili, non debbano riprodursi. Naturalmente le motivazioni addotte pubblicamente sono più caute, ma basta sfogliare un classico come il famoso "The population bomb" ("La bomba demografica") di Paul Ehrlich, per verificare di quale profondo antiumanesimo sia impregnato questo pensiero.
Enormi sono le pressioni a livello internazionale per utilizzare massicciamente l'aborto come mezzo privilegiato di controllo demografico. La presa di posizione di "Amnesty International", dell'agosto 2007, che ha deciso, dopo un'ampia consultazione al suo interno, di considerare il divieto di aborto come violazione dei diritti della persona, ne è testimonianza.
La verità è che attraverso la nuova definizione dei diritti umani si stanno affermando la disgregazione dell'identità maschile e femminile, l'eutanasia, la selezione genetica, i piani autoritari di controllo delle nascite. Se sono 160 milioni almeno le donne sterilizzate nel mondo, perché la dizione corrente di diritto riproduttivo sta a significare diritto a non riprodursi, la percentuale di mortalità materna nel mondo è però sempre la stessa, perché i programmi internazionali non mirano tanto a salvare le donne in gravidanza, quanto ad assicurare loro il "diritto di abortire".
Dappertutto, avanza l'eugenetica, che già nel ventesimo secolo era stata praticata in parti consistenti del mondo occidentale e che i nazisti avevano ripreso con le loro leggi che avevano la finalità di migliorare la razza ariana e di sopprimere quelle inferiori e i "deboli di mente".
Ora, l'eugenetica democratica del terzo millennio vuole decidere che se è disabile l'uomo che nascerà, questi va soppresso e in tutto il mondo si registra la scomparsa dalla faccia della terra del bambino down, oggetto di selezione.
La Chiesa e l'evoluzione demografica
Il 25 febbraio 1998 il Pontificio Consiglio per la Famiglia diffuse una "Dichiarazione sulla caduta della fecondità nel mondo". Nella Dichiarazione si denunciava che "di fatto, da circa trent'anni, le conferenze patrocinate dall'Organizzazione delle Nazioni Unite hanno come effetto quello di provocare preoccupazioni infondate sulle questioni demografiche, in particolare nei Paesi del Sud. Su questa base allarmistica, diverse agenzie dell'ONU hanno investito, e continuano a investire, mezzi finanziari considerevoli al fine di costringere un gran numero di Paesi a mettere in atto politiche malthusiane. È appurato che questi programmi, sempre monitorati dall'estero, comportano generalmente misure coercitive di controllo della natalità. Allo stesso modo, l'aiuto allo sviluppo è regolarmente condizionato all'attuazione di programmi di controllo della popolazione che includono sterilizzazioni forzate o compiute all'insaputa delle vittime. Queste azioni malthusiane sono d'altronde riprese da governi nazionali e rafforzate dall'apporto di organizzazioni non governative (ONG), fra le quali la più nota è la Federazione Internazionale per il Planning familiare (IPPF)".
Il Pontificio Consiglio per la Famiglia avvertiva che "queste politiche disastrose sono in totale contraddizione con le reali evoluzioni demografiche, così come appaiono nelle statistiche e così come risultano dall'analisi dei dati. Da trent'anni il tasso di crescita della popolazione mondiale non cessa di diminuire a un ritmo regolare e significativo. Dopo aver registrato un calo impressionante di fecondità, 51 Paesi del mondo (su 185) non riescono più a garantire il ricambio generazionale. Precisiamo che questi 51 Paesi rappresentano il 44% della popolazione del pianeta. In altre parole, l'indice sintetico di fecondità di questi Paesi, ossia il numero di figli per donna, è inferiore a 2,1. Si sa che questo è il livello minimo indispensabile al rinnovamento generazionale nei Paesi che beneficiano delle migliori condizioni sanitarie. Questa situazione si riscontra in quasi tutti i continenti. Hanno così una fecondità inferiore alla «soglia di sostituzione» in America, gli Stati Uniti, il Canada, Cuba e la maggior parte delle isole dei Caraibi; in Asia, la Georgia, la Thailandia, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud; in Oceania, l'Australia; e la quasi totalità dei quaranta Paesi dell'Europa. In questo ultimo continente, l'aggravarsi degli effetti dell'invecchiamento sta ormai portando allo spopolamento, con un numero di decessi superiore a quello delle nascite. Questo saldo negativo è già un dato di fatto in tredici Paesi, fra i quali l'Estonia, la Lettonia, la Germania, la Bielorussia, la Bulgaria, l'Ungheria, la Russia, la Spagna e l'Italia".
Le causa della diminuzione demografica indicate, erano le seguenti: "La nuzialità, in un ambiente che non le è per nulla favorevole, è diminuita considerevolmente; ciò significa che le persone che si sposano sono meno che nel passato. L'età media della maternità è nettamente aumentata e continua a crescere. Le regole del lavoro non rispondono al desiderio delle donne di conciliare in modo armonico la vita familiare e l'attività professionale. L'assenza di una vera politica familiare, nei Paesi maggiormente colpiti dal calo demografico, fa sì che le famiglie non possano avere in pratica il numero di figli che desidererebbero avere: si stima dello 0.6 figli per donna la differenza fra il numero di bambini che le donne europee desiderano avere e quelli che effettivamente hanno "
. Il Pontificio Consiglio per la Famiglia, aggiungeva: "Accanto a queste cause legate alle condizioni di vita, e ad alcuni riassetti socio-culturali nei Paesi industrializzati, altri fattori vincolano direttamente il calo demografico alla volontà degli uomini e dunque alla loro responsabilità. Ci riferiamo ai mezzi e alle politiche di limitazione volontaria delle nascite. La diffusione dei metodi chimici di contraccezione e spesso la legalizzazione dell'aborto sono stati decisi nel momento in cui, contemporaneamente, si indebolivano le politiche favorevoli all'accoglienza della vita".
Nella dichiarazione, si sottolineava il "rovesciamento della piramide delle età, con una debole popolazione di adulti giovani che deve garantire la produzione del Paese e sostenere il peso morto di un'ampia fascia di popolazione di persone anziane e inattive, che hanno sempre più bisogno di cure e di materiale medico. All'interno della stessa popolazione attiva si producono profondi squilibri fra i giovani attivi e gli attivi meno giovani, che cercano di assicurarsi l'impiego a detrimento delle giovani generazioni le quali quindi s'inseriscono in un mercato del lavoro ridotto"; si faceva anche presente "l'impatto esercitato da una popolazione anziana sul sistema educativo. Di fatto, al fine di far fronte al peso delle persone anziane, forte è la tentazione di decurtare il budget normalmente destinato alla formazione delle nuove generazioni. Questo indebolimento del sistema educativo comporta a sua volta un rischio considerevole: la perdita della memoria collettiva. La trasmissione dei dati culturali, scientifici, tecnici, artistici, morali e religiosi ne risulta gravemente ipotecata. Osserviamo anche che, contrariamente a ciò che si divulga, la disoccupazione stessa è aggravata dal calo demografico".
Veniva anche sottolineato il risvolto psicologico dell'aumento dell'età media della popolazione: "la «tristezza», la mancanza di dinamismo intellettuale, economico, scientifico e sociale e l'assenza di creatività che sembrano già colpire alcune nazioni «invecchiate» non farebbero che esprimere la struttura della loro piramide demografica".
Fra le conseguenze più evidenti del calo della fecondità, bisogna menzionare anche gli squilibri violenti, prevedibili fin da ora, fra i Paesi le cui popolazioni presentano strutture di età molto diverse. Se, ad esempio, si paragona la piramide delle età di Paesi come la Francia, la Spagna e l'Italia a quella di Paesi come l'Algeria, il Marocco, la Turchia, si viene colpiti dal loro carattere invertito e dalle difficoltà generate da tale situazione di cui alcuni problemi attuali, legati all'impossibilità per i Paesi ricchi di limitare in modo effettivo l'immigrazione clandestina dai Paesi più poveri, non sono che la prefigurazione.
In conclusione del Documento, il Pontificio Consiglio per la Famiglia invitava "tutti gli uomini di buona volontà, e in particolare le associazioni cristiane, a far conoscere le realtà obiettive delle evoluzioni demografiche. Li invita a condannare con coraggio i programmi malthusiani del tutto ingiustificati e per di più totalmente contrari ai diritti dell'Uomo".
"Presenza e testimonianza dei nonni nella famiglia"
Il Pontificio Consiglio per la Famiglia fu istituito da Papa Giovanni Paolo II nel 1981. E' responsabile per la promozione del ministero pastorale e l'apostolato della famiglia, in applicazione degli insegnamenti e degli orientamenti del Magistero ecclesiastico, in modo che le famiglie cristiane siano aiutate a compiere la missione educativa ed apostolica a cui sono chiamate. Al Dicastero spetta il compito di promuovere e coordinare gli sforzi pastorali in ordine alla procreazione responsabile e di incoraggiare, sostenere e coordinare le iniziative in difesa della vita umana in tutto l'arco della sua esistenza, dal concepimento alla morte naturale. Relativamente alla pastorale familiare e alla difesa della vita umana, i seguenti temi rientrano nella sfera di competenza del Consiglio: la teologia e la catechesi della famiglia; la spiritualità coniugale e familiare; i diritti della famiglia e del bambino; la formazione dei laici impegnati nella pastorale familiare; i corsi di preparazione al matrimonio. Il Dicastero si occupa inoltre di altre questioni quali l'educazione sessuale, la demografia, la contraccezione e l'aborto, la sterilizzazione, le questioni etiche e pastorali riguardanti l'AIDS e altri problemi di bioetica; la legislazione relativa al matrimonio e alla famiglia, alle politiche familiari e alla tutela della vita umana.
L'8 novembre 1990 Papa Giovanni Paolo II ne nominò Presidente il Vescovo colombiano Alfonso López Trujillo, poi creato Cardinale, che lo ha guidato quindi per 18 anni, fino alla sua morte, il 19 aprile 2008. Il Comitato di Presidenza del Dicastero è composto da 15 Cardinali e 12 Arcivescovi e Vescovi; 19 coppie di coniugi, provenienti da tutto il mondo, sono Membri del Dicastero, il quale si avvale anche della collaborazione di 43 Consultori e 10 Officiali. A partire dal 1994, Anno della Famiglia, il Dicastero è responsabile dell'organizzazione degli Incontri Mondiali delle Famiglie svoltisi finora a: Roma 1994; Rio de Janeiro 1997; Roma 2000 nel contesto del Giubileo delle Famiglie; Manila 2003; Valencia (Spagna) 2006. Il VI Incontro Mondiale delle Famiglie si terrà a Città del Messico nel gennaio 2009.
All'inizio del mese di aprile 2008 il Pontificio Consiglio della Famiglia ha tenuto in Vaticano la sua XVIII Assemblea plenaria. "Presenza e testimonianza dei nonni nella famiglia" è stato il tema dell'incontro. Nella sua udienza ai partecipanti all'Assemblea Plenaria, il 5 aprile, Papa Benedetto XVI ha tra l'altro affermato: "Oggi, l'evoluzione economica e sociale ha portato profonde trasformazioni nella vita delle famiglie. Gli anziani, tra cui molti nonni, si sono trovati in una sorta di ‘zona di parcheggio': alcuni si accorgono di essere un peso in famiglia e preferiscono vivere soli o in case di riposo, con tutte le conseguenze che queste scelte comportano. Da più parti poi sembra purtroppo avanzare la ‘cultura della morte', che insidia anche la stagione della terza età. Con crescente insistenza si giunge persino a proporre l'eutanasia come soluzione per risolvere certe situazioni difficili. La vecchiaia, con i suoi problemi legati anche ai nuovi contesti familiari e sociali a causa dello sviluppo moderno, va valutata con attenzione e sempre alla luce della verità sull'uomo, sulla famiglia e sulla comunità. Occorre sempre reagire con forza a ciò che disumanizza la società. Le comunità parrocchiali e diocesane sono fortemente interpellate da queste problematiche e stanno cercando di venire incontro alle moderne esigenze degli anziani. Ci sono associazioni e movimenti ecclesiali che hanno abbracciato questa causa importante e urgente. Occorre unirsi per sconfiggere insieme ogni emarginazione, perché ad essere travolti dalla mentalità individualistica non sono solo loro - i nonni, le nonne, gli anziani - ma tutti. Se i nonni, come spesso e da più parti si dice, costituiscono una preziosa risorsa, occorre mettere in atto scelte coerenti che permettano di valorizzarla al meglio. Ritornino i nonni ad essere presenza viva nella famiglia, nella Chiesa e nella società. Per quanto riguarda la famiglia, i nonni continuino ad essere testimoni di unità, di valori fondati sulla fedeltà ad un unico amore che genera la fede e la gioia di vivere. I cosiddetti nuovi modelli di famiglia ed il relativismo dilagante hanno indebolito questi valori fondamentali del nucleo familiare. I mali della nostra società - come giustamente avete osservato nel corso dei vostri lavori - hanno bisogno di urgenti rimedi. Di fronte alla crisi della famiglia non si potrebbe forse proprio ripartire dalla presenza e dalla testimonianza di coloro - i nonni - che hanno una maggiore robustezza di valori e di progetti? Non si può, infatti, progettare il futuro senza rifarsi ad un passato carico di esperienze significative e di punti di riferimento spirituale e morale".
"Le ragioni ultime dell'invecchiamento della popolazione e della diminuzione degli indici di natalità sono morali e spirituali e sono collegate ad una preoccupante perdita di fede, di speranza e d'amore" (Benedetto XVI, 28 aprile 2006)
Nel messaggio inviato il 28 aprile 2006 alla Sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che aveva come tema "Gioventù che scompare? Solidarietà con i bambini ed i ragazzi in un'epoca turbolenta", Papa Benedetto XVI così si esprimeva: "Alcuni indici demografici hanno mostrato chiaramente l'urgente necessità di una riflessione critica in questo settore. Stiamo assistendo a livello planetario, e soprattutto nei Paesi sviluppati, a due tendenze significative e collegate tra loro: da un lato un aumento della speranza di vita, dall'altro una diminuzione degli indici di natalità. Davanti all'invecchiamento della società, molte Nazioni o gruppi di Nazioni mancano di un numero di giovani sufficiente a rinnovare la propria popolazione".
A parere del Santo Padre la situazione è il prodotto di cause molteplici, spesso di carattere economico, sociale e culturale, ma "le ragioni ultime sono morali e spirituali; sono collegate ad una preoccupante perdita di fede, di speranza e d'amore". "Mettere al mondo bambini - diceva Papa Benedetto XVI - richiede che l'‘eros' centrato su se stessi si riempia di un ‘agape' creativo, radicato nella generosità e caratterizzato dalla fiducia e dalla speranza nel futuro. Per sua natura, l'amore mira all'eternità. Forse la mancanza di un amore creativo e aperto alla speranza è il motivo per il quale molte coppie non si sposano, o spiega perché tanti matrimoni falliscono e perché gli indici di natalità sono diminuiti notevolmente".
Il Papa considerava che "spesso i bambini e i giovani sono i primi a sperimentare le conseguenze di questa eclissi dell'amore e della speranza. Spesso, anziché sentire affetto e amore, vengono semplicemente tollerati. In un'epoca di turbolenza, i giovani non trovano molte volte guide morali adeguate nel mondo degli adulti, a serio detrimento del loro sviluppo intellettuale e spirituale. In questo modo, molti bambini crescono ora in una società che si dimentica di Dio e della dignità innata della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. In un mondo caratterizzato da accelerati processi di globalizzazione, sono esposti solo ad una visione materialistica dell'universo, della vita e della realizzazione umana". Il Papa concludeva: "I genitori, gli educatori e i responsabili della società hanno il dovere di promuovere nei bambini e nei giovani la scelta di un progetto di vita rivolto alla felicità autentica, capace di distinguere tra la verità e la menzogna, il bene e il male, la giustizia e l'ingiustizia, il mondo reale e il mondo della ‘realtà virtuale'. Dove questa libertà manca o viene messa in pericolo, i giovani sperimentano frustrazione e sono incapaci di lottare con generosità per gli ideali che plasmano la loro vita come individui e membri della società".
Intervista a Mons. Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia
Il Pontificio Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia è stato fondato nel 1981 dal Santo Padre Giovanni Paolo II, per offrire a tutta la Chiesa un contributo di riflessione filosofica, teologica e pastorale, sulla verità circa la persona, il matrimonio e la famiglia, con l'aiuto delle varie scienze umane.
L'Istituto prepara sacerdoti, religiosi e laici a svolgere professioni in ambito ecclesiale e civile.
Attualmente vengono proposti i seguenti corsi: Licenza in Teologia del Matrimonio e della Famiglia; Dottorato in Teologia con specializzazione in Teologia del Matrimonio e della Famiglia; Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia: ciclo normale e ciclo speciale; Master in Bioetica e Formazione; Diploma in Pastorale Familiare. Oltre che in Italia, a Roma, il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II ha proprie sedi in: Messico, Brasile, Stati Uniti, Spagna, Africa. India, Australia.
Al Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, Monsignor Livio Melina, l'Agenzia Fides ha posto alcune domande sul tema della crisi della famiglia in Europa.
Monsignor Melina, ogni venticinque secondi in Europa c'è un aborto, che fa più vittime delle malattie di cuore, delle malattie cardiovascolari, degli incidenti stradali e dei suicidi. La crescita naturale della popolazione è di poco superiore all'1,1%; i divorzi negli ultimi 15 anni sono aumentati del 50%, coinvolgendo 21 milioni di figli. Secondo Lei, questi risultati a chi sono attribuibili?
Si tratta di fenomeni complessi che appartengono ad un medesimo sfondo socio-culturale, pur avendo dinamiche indipendenti. Per quanto riguarda l'aborto, talvolta si fa riferimento alla necessità di introdurre una contraccezione di massa per evitarlo, ma in realtà l'osservazione comparativa della situazione francese e di quella italiana mostra come questa connessione non sia pertinente. Infatti in Francia, a fronte di una contraccezione molto diffusa, si riscontra una crescita dell'aborto. Mentre in Italia, dove la contraccezione è meno praticata, c'è un calo dell'aborto procurato. Ciò significa che la causa profonda sia della contraccezione sia dell'aborto è la mancanza di una cultura della famiglia e di una concezione della sessualità separata dall'amore.
Anche per quanto riguarda il divorzio, esso si diffonde quando manca la capacità di un impegno forte e fedele nei confronti del coniuge e dei figli e quando manca la capacità di affrontare le difficoltà e i sacrifici che comportano la vita con un'altra persona.
Nella "Proposta per una strategia dell'Unione Europea per il sostegno alle coppie e al matrimonio" redatta dal segretariato della Comece (Commissione degli Episcopati della Comunità Europea) e presentata il 5 novembre 2007 a Bruxelles, si legge:"Il documento non intende mettere in discussione l'attuale accordo nell'UE sulle competenze degli Stati membri in materia di diritto di famiglia e politiche familiari. Al contrario intende promuovere un dibattito su quanto le istituzioni comunitarie possono fare nell'ambito delle proprie competenze". Che cosa possono fare concretamente, a Suo avviso, le istituzioni comunitarie per la famiglia?
Credo che la famiglia, fondata sul matrimonio stabile tra un uomo e una donna, abbia bisogno di essere riconosciuta come elemento basilare del bene comune di una società e quindi giuridicamente tutelata e sostenuta da adeguate politiche nell'ambito dell'educazione, del lavoro, della casa, della salute e dell'organizzazione complessiva della vita sociale.
In effetti solo la famiglia, che stabilmente si dedica alla crescita dei figli e al bene dei suoi membri, contribuisce ad assicurare alla società quel "capitale sociale" che le è indispensabile: cioè quella riserva di comportamenti, atteggiamenti e valori condivisi su cui si basano le relazioni sociali più quotidiane e necessarie.
Le istituzioni comunitarie dovrebbero riconoscere questo ruolo essenziale della famiglia, fondata sul matrimonio stabile tra un uomo e una donna e che è conforme al sentire dei nostri popoli e delle nostre tradizioni, e di conseguenza favorirlo.
Non è urgente, a Suo avviso, che si promuova una grande campagna per la natalità in Europa?
Certamente l'inverno demografico in cui si trovano coinvolte molte nazioni europee è un tema di grande preoccupazione per il benessere della società. Non credo tuttavia che esso possa venir risolto da semplici appelli, ma piuttosto da una ripresa culturale della speranza nel futuro, che naturalmente deve essere sostenuta anche da adeguate misure sociali in favore della maternità e della famiglia. Le politiche in tal senso, avviate in alcune nazioni europee nell'ultimo decennio, mostrano che è possibile invertire una tendenza e superare le conseguenze di un atteggiamento pessimistico e ripiegato su di sé in cui si trovano a vivere troppo spesso talune popolazioni europee.
Si tratta di uscire da una situazione nella quale i giovani sono scoraggiati dall'impegno a formare una famiglia, anche per la precarietà esistenziale nella quale si trovano e nella quale anche le giovani famiglie, che pure desidererebbero e vorrebbero aprirsi alla vita, sono lasciate sole e in mille modi ostacolate nel loro generoso e spontaneo desiderio.
Quali sono, per la famiglia, gli effetti dell'invecchiamento della popolazione?
Io non sono un sociologo, ma mi sembra che un generale invecchiamento della popolazione, al di là degli aspetti di carattere economico, come la difficoltà ad assicurare le pensioni e l'adeguato sostegno alle persone anziane e malate, comporti prima di tutto una mancanza di speranza e di slancio verso il futuro.
È stato proprio il tema della speranza che Papa Giovanni Paolo II ha sviluppato nel suo documento post-sinodale sulla Chiesa nell'Europa e che in particolare Papa Benedetto XVI ha toccato nella recente enciclica "Spe salvi".
Bene comune e identità cristiana dell'Europa. Quali sono le Sue osservazioni al riguardo?
La possibilità di guardare con speranza al futuro dipende dalla certezza che si nutre sul valore della propria identità storica e della propria memoria, una speranza fondata può radicarsi solo nella memoria. Si nota spesso in Europa una tendenza a negare le proprie radici cristiane, che, insieme con altri fattori culturali, costituiscono il DNA che può permettere di volgersi al futuro in un atteggiamento di fiducia e di dialogo con gli altri popoli.
Un popolo senza identità è più facilmente manipolabile dal potere: non sapendo chi sia, non sa dove andare e non trova motivazioni sufficienti per edificare una vita comune fiera della propria storia e aperta al dialogo con gli altri.
In un contesto culturale in cui si perde un'identità comune prevale la deriva verso l'immediato soddisfacimento di desideri e verso l'individualismo, così non si trovano più le ragioni del vivere comune, e svanisce l'idea stessa che esista un bene comune per il quale lavorare e sacrificarsi. Per questo credo che solo il recupero di una memoria serena e forte della propria identità cristiana possa permettere di ritrovare le ragioni della vita sociale e lo slancio verso il futuro.
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Dossier a cura di D.Q. - Agenzia Fides 26/4/2008; Direttore Luca de Mata
La prima parte del Dossier "La crisi della famiglia in Europa" è stata pubblicata il 29/3/2008.Questo Dossier è disponibile anche sul sito dell'Agenzia Fides: http://www.fides.org/