-Da "delitto" a "diritto"
-Le coppie di fatto: la deriva "scatenata" dal Parlamento europeo e la situazione dei Paesi europei
-Il "Family Day" in Italia
-Il caso spagnolo
-Famiglia, matrimonio e "unioni di fatto"
-"Evoluzione della Famiglia in Europa, 2008": relazione della Rete Europea dell'Istituto di Politica Familiare (IPF).
-"La Famiglia Migrante e itinerante"
-INTERVISTA a Don Nicola Bux, Consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per le Cause dei Santi, Docente di Ecumenismo presso l'Istituto di Teologia di Bari
Da "delitto" a "diritto"
Nel paragrafo 11 della "Evangelium vitae", l'Enciclica del 25 marzo 1995, Giovanni Paolo II scriveva: "La nostra attenzione intende concentrarsi, in particolare, su un altro genere di attentati, concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di ‘delitto' e ad assumere paradossalmente quello del ‘diritto', al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l'intervento gratuito degli stessi operatori sanitari".
"Tali attentati - continuava Giovanni Paolo II - colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà, quando è priva di ogni capacità di difesa. Ancora più grave è il fatto che essi, in larga parte, sono consumati proprio all'interno e ad opera di quella famiglia che costitutivamente è invece chiamata ad essere ‘santuario della vita'".
"Come s'è potuta determinare una simile situazione?", si chiedeva il Papa. "Sullo sfondo - egli sosteneva - c'è una profonda crisi della cultura, che ingenera scetticismo sui fondamenti stessi del sapere e dell'etica e rende sempre più difficile cogliere con chiarezza il senso dell'uomo, dei suoi diritti e dei suoi doveri. A ciò si aggiungono le più diverse difficoltà esistenziali e relazionali, aggravate dalla realtà di una società complessa, in cui le persone, le coppie, le famiglie rimangono spesso sole con i loro problemi. Non mancano situazioni di particolare povertà, angustia o esasperazione, in cui la fatica della sopravvivenza, il dolore ai limiti della sopportabilità, le violenze subite, specialmente quelle che investono le donne, rendono le scelte di difesa e di promozione della vita esigenti a volte fino all'eroismo".
Da "delitto" a "diritto". Profeticamente, con una sorta di gioco di parole di rara efficacia, Giovanni Paolo II delineò la ferita al valore della vita che l'orizzonte della "modernità", in particolare quello europeo, stava consumando ai danni della persona umana, della sua dignità, dal concepimento alla sua morte naturale.
Questa "eclissi" - come la chiamava il Papa - ha avuto ed ha i suoi responsabili. I manipolatori della "coscienza collettiva", nell'ultimo decennio, sono stati innumerevoli e, tra questi, non si può non annoverare il Parlamento europeo. L'"impegno" che quest'istituzione ha profuso nel favorire e promuovere una cultura di negazione del diritto alla vita, è stato esemplare.
Nel caso dell'aborto, utilizzando il paravento dei diritti riproduttivi - che sono peraltro alla base della campagne di anti-natalità favorite, promosse, organizzate e finanziate da tutte le organizzazioni internazionali che fanno capo al sistema delle Nazioni Unite - il Parlamento europeo si è "esercitato" più volte. Raccomandazioni e risoluzioni innumerevoli, che, anche se non vincolanti per gli Stati, hanno concorso in maniera evidente a formare e radicare nell'opinione pubblica europea un'idea di vita che nulla ha a che fare con il piano dell'etica.
Si pensi, ad esempio, alla risoluzione che il Parlamento europeo approva nel 2002, nella quale si "raccomanda, per proteggere la salute e i diritti riproduttivi delle donne", che l'aborto sia legalizzato, e sia accessibile a tutti". La stessa risoluzione presentava la pillola del "giorno dopo" come pillola "non abortiva" e promuoveva la contraccezione cosiddetta "di emergenza" come una "pratica normalizzata nel dominio della salute sessuale e riproduttiva".
Si pensi all'ultima delle risoluzioni, la numero 1607, approvata il 16 aprile 2008 dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, che invita i 47 Stati membri a orientare, laddove necessario, la propria legislazione in maniera da garantire effettivamente alle donne "il diritto di accesso all'aborto sicuro e legale". Il documento, che è stato approvato con 102 voti a favore, 69 contrari e 14 astenuti, sancendo il diritto all'aborto, in nome "dell'esclusiva libera scelta delle donne", si pronuncia per "garantire l'esercizio effettivo del diritto ad abortire" e per "superare le restrizioni di fatto o di diritto all'accesso ad un aborto senza rischi".
L'Assemblea ha approvato il rapporto, redatto dalla Commissione sulle Pari Opportunità, che aveva evidenziato che sebbene la maggior parte dei paesi europei consenta l'aborto in caso di pericolo di vita della madre, in diversi paesi, quali Andorra, l'Irlanda, Malta, Monaco e la Polonia, l'aborto è illegale o severamente limitato.
La risoluzione denuncia anche quella che viene chiamata la "inaccessibilità de facto" nei paesi membri dove pure l'aborto è legale, per i numerosi vincoli imposti che di fatto restringono l'accesso ad un aborto senza rischi: l'assenza dei medici che accettino di praticare l'aborto (per le clausole di obiezione di coscienza); l'assenza di strutture di cura; le consulenze mediche obbligatorie ripetute; i lunghi tempi di riflessione e d'attesa.
Essendo l'aborto un diritto, inalienabile, come ha sostenuto la relatrice del rapporto, vengono definite un ostacolo alla sua esplicazione le clausole nelle legislazioni che consentono ai medici di esercitare l'obiezione di coscienza!
La decisione per la donna deve essere rapida, si è sostenuto nella discussione. "Più è rapida, più potrà essere proposto alle donne - ha affermato la relatrice - l'aborto farmacologico con la RU 486 che evita i rischi inerenti ad ogni intervento chirurgico". Sta di fatto che le morti, quelle accertate e registrate nel mondo, a seguito dell'assunzione della RU486 - che sta diventando la più formidabile pratica abortiva di massa - sono sedici nel mondo, come studi seri e noti hanno documentato.
Sono due gli elementi che più inquietano, ma fino ad un certo punto, della visione che l'Assemblea di Strasburgo propone su questo tema.
Il primo riguarda una mistificazione, culturale, politica, legislativa e quindi sociale: nessuna legislazione al mondo parla di diritto all'aborto. E' un diritto che in varie occasioni e in varie sedi, è stato invocato. Su questo non ci sono dubbi. Come non ricordare, ad esempio, la presa di posizione della benemerita Amnesty International dell'agosto 2007, che nella sua assemblea mondiale ha inteso annoverare il diritto all'aborto come diritto umano? Nessun legislatore, però, ha scritto nelle sue leggi che quello all'aborto è un diritto. Proclamarlo, in una sede così prestigiosa, significa compiere una vera e propria manipolazione della coscienza collettiva.
Tanto più se si riflettesse sul fatto - e questo è il secondo elemento che l'Assemblea di Strasburgo non considera - che non può esistere in natura l'esercizio di un diritto la cui estrinsecazione comporta la soppressione di un altro essere umano, in questo caso, per giunta, il soggetto più debole, il concepito. L'Assemblea di Strasburgo, se volessimo considerare come stanno effettivamente le cose, avrebbe fatto e farebbe bene - come tra l'altro sarebbe suo compito - a dare risposte concrete alla crisi della natalità, all'invecchiamento della popolazione, alla strage di aborti che viene compiuta in Europa, dove si consuma, in base alle statistiche e ai rapporti, non smentiti, depositati presso il Parlamento europeo, un aborto ogni venticinque secondi.
E' anche vero - e questo va comunque considerato - che queste risposte potrebbe darle un'Europa certa della sua identità e dei valori cristiani. Ancora da ri-edificare.
Sull'"Osservatore Romano" del 27 aprile 2008, Monsignor Elio Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, si chiede "è davvero possibile postulare fondatamente un "diritto all'aborto"? Su quali basi si potrebbe giustificare il diritto di interrompere la vita di un essere umano innocente e, per di più, debole e indifeso?". "A meno di adottare criteri antropologici discriminatori e arbitrari - afferma Monsignor Sgreccia - che non riconoscano a ogni essere umano uguale dignità e diritti fondamentali, questa pretesa è del tutto infondata e arrogante; essa può essere giustificata solo da impostazioni di pensiero fortemente ideologiche e parziali, che non pongono la persona umana - o almeno, non ogni singola persona umana - come fine ultimo e misura della vita sociale, e quindi della regolazione legislativa (...) L'affermazione relativa al "diritto di aborto" introdotta contro la logica della prevenzione e dell'educazione, verrebbe in ogni caso ad annullare il diritto alla vita del bambino concepito e rappresenta un'interpretazione selettiva e soggettivistica del diritto stesso, contraria all'originaria accezione dei diritti umani in cui il diritto alla vita è originario, fondamentale e preliminare rispetto a tutti gli altri diritti dell'uomo".
Le coppie di fatto: la deriva "scatenata" dal Parlamento europeo e la situazione dei Paesi europei
A partire dalla fine degli anni '80, molti ordinamenti europei hanno riconosciuto le "unioni di fatto", comprese quelle omosessuali, equiparandole nel trattamento giuridico e sociale a quelle fondate sul matrimonio. Questo è avvenuto anche sulla "scia" tracciata dai documenti approvati dal Parlamento europeo, che pur non avendo valore vincolante per i singoli Stati, hanno favorito la crescita e lo sviluppo di un'impostazione che è andata solo in una certa direzione.
Una Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 febbraio 1994, "sulla parità dei diritti degli omosessuali nella comunità", raccomandò agli Stati membri di eliminare gli ostacoli frapposti al matrimonio degli omosessuali, o ad istituti giuridici equivalenti, e di togliere qualsiasi limitazione del diritto degli stessi di adottare o ricevere in affidamento dei bambini. Questo testo fu assunto come punto di riferimento comune dalla maggior parte delle legislazioni europee che hanno deciso di intervenire in materia.
Con la Risoluzione del 16 marzo 2000 il Parlamento Europeo chiese agli Stati di "garantire alle famiglie monoparentali, alle coppie non sposate ed alle coppie dello stesso sesso, parità di dignità rispetto alle coppie ed alle famiglie tradizionali, in particolare in materia di legislazione fiscale, regime patrimoniale e diritti sociali".
La Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea (la Carta di Nizza), approvata dal Parlamento Europeo nel novembre del 2000, riconosce tra le libertà fondamentali, "il diritto di sposarsi ed il diritto di costituire una famiglia secondo le leggi nazionali che ne garantiscono l'esercizio". Il diritto di sposarsi viene riconosciuto in modo disgiunto rispetto al "diritto di fondare una famiglia": questo fatto rappresenta un'apertura nei confronti delle famiglie di fatto, in quanto il diritto di fondare una famiglia viene tutelato anche al di fuori dei vincoli formali. La Carta di Nizza tutela i rapporti familiari indipendentemente dal fatto che trovino il loro fondamento nel matrimonio o siano altrimenti costituite. Cade, altresì, il riferimento alla diversità di sesso degli sposi, cosa che apre la via al riconoscimento delle coppie omosessuali, già compiuto da alcune legislazioni, come quella olandese e belga.
Con la Risoluzione del 4 settembre 2003 sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione Europea, il Parlamento ha rafforzato le sue posizioni. Oltre alla richiesta, già formulata, di favorire il riconoscimento di coppie delle coppie di fatto, eterosessuali od omosessuali esse siano (punto 81), ha sollecitato gli Stati membri ad attuare il diritto al matrimonio e all'adozione di minori da parte di persone omosessuali (punto77). Il Parlamento europeo continua nella sua "opera": il testo della nuova Convenzione europea sull'adozione di minori - che dovrebbe sostituire quello approvato nel 1967 e che sarà discusso nel prossimo mese di maggio - prevede che i single e le coppie eterosessuali non sposate possano adottare un bambino.
Soprattutto in riferimento a questi orientamenti legislativi e quindi pseduo-culturali - che ne hanno costituto il presupposto favorevole - si è andata affermando in diversi legislazioni nazionali la strada di disciplinare le unioni non formalizzate. In alcuni casi, la legge prende in considerazione la convivenza come mera situazione di fatto per garantirle una più o meno ampia parificazione rispetto alle famiglie legittime. Altre volte si richiedono invece formalità, come la "registrazione" presso un pubblico ufficio.
Questa scelta può avere effetti limitati come accade in Catalogna e in Belgio, oppure può tendere ad una quasi completa parificazione al matrimonio come dimostra l'esperienza olandese, danese, norvegese e svedese. Anche la legge francese sui "patti civili di solidarietà", risalente al 1999, pone in primo piano gli accordi tra i conviventi ai quali spetta disciplinare le relazioni di coppia. Le registrazioni presso il tribunale sono condizione perché essi siano efficaci, non solo tra le parti, ma abbiano valenza pubblicistica, in particolare, nel campo fiscale, assistenziale o delle abitazioni. La disciplina alle volte riguarda in modo esclusivo le coppie omosessuali, come nella legislazione tedesca e danese. Altre volte, è indirizzata indifferentemente alle coppie di sesso diverso o dello stesso sesso: ed è il caso della legge olandese, belga, catalana e francese.
Danimarca, Svezia e Olanda e Norvegia (legge n. 40 del 30 aprile 1993), Islanda (legge n. 87 del 12 giugno 1996) e Finlandia (leggi nn. 950/2001), più o meno negli stessi anni, hanno approvato analoghe normative di legalizzazione delle coppie di fatto, comprese quelle omosessuali.
La Danimarca è stato il primo Paese ad introdurre una disciplina organica sulle unioni di fatto, comprese quelle fra omosessuali, con la legge n. 372 del 7 giugno 1989. L'articolo 3 di tale provvedimento, conservava una certa "discriminazione" fra i diritti (soprattutto in materia di filiazione) riconosciuti alle coppie eterosessuali, coniugate e non, e quelli concessi alle unioni omosessuali, precludendo ad esempio a queste ultime il diritto all'adozione. Alla fine nel 1998, risultavano vivere insieme senza essere sposate più di 600.000, quindi una su cinque. Il legislatore ha atteso la fine degli anni '90 per operare l'equiparazione fra la famiglia e le coppie omosessuali, riformando nel 1999 la legge con l'introduzione delle facoltà di accedere al matrimonio ed all'adozione. Per quanto riguarda la prima, essa prevede che i cittadini omosessuali danesi possano "sposarsi" nei municipi del loro Paese, nel corso di cerimonie che sono sostanzialmente identiche a quelle in uso per i matrimoni civili. Riguardo all'adozione, essa è intesa nel senso della possibilità per un/una convivente di adottare il figlio del suo/sua partner dello stesso sesso, a condizione che il bambino sia di nazionalità danese.
In Svezia, per lunghi anni si è sostenuto che il matrimonio e la famiglia tradizionale sarebbero superate, anche perché non contribuirebbero ad accrescere significativamente il tasso di natalità del paese, con considerando che il maggior numero delle nascite extra-matrimoniali non è stato altro che la conseguenza della politica indifferente/contraria alla famiglia tradizionale portata avanti da decenni nel Paese scandinavo, la quale ha finito per far sì che le "unioni civili" rappresentino oggi la forma di vita comune più diffusa. La stragrande maggioranza (il 90%) delle unioni tra svedesi al di sotto dei 35 anni, infatti, ha luogo oggi con una "partnership registrata" anziché col matrimonio.
La legislazione in materia di equiparazione della convivenza al matrimonio conta in Svezia più di vent'anni. All'inizio del 1987 una legge disciplinava gli aspetti patrimoniali relativi alle unioni di fatto tra persone di sesso diverso, in particolare con riferimento alla casa in comune ed ai beni "familiari". Poco dopo tale normativa veniva estesa agli omosessuali (con la legge n. 814/1987). Non si trattava però, almeno teoricamente, di una istituzionalizzazione vera e propria delle "unioni civili". Entrambi i provvedimenti dell'‘87, infatti, non erano il frutto di un riconoscimento di garanzie e diritti alle convivenze di tipo "affettivo-sessuale" ma, anzi, si sosteneva (come si è cercato di fare anche in Italia con il disegno di legge sui "Di.Co."), essi volevano essere innanzitutto espressioni di "tutela" e "solidarietà sociale", migliorando le condizioni dei partners più "deboli" all'interno delle coppie di fatto. Per questo era previsto che la disciplina di allora sulle "convivenze domestiche" godesse di un'applicazione automatica, indipendente cioè dalla volontà delle parti.
Basterà aspettare il 1994, data di approvazione della nuova legge sulla partnership registrata, per arrivare alla definitiva "istituzionalizzazione" e legalizzazione delle "unioni civili", comprese quelle omosessuali. Tale normativa, che è tuttora in vigore, è stata introdotta "sull'onda" della Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 febbraio 1994 "sulla parità dei diritti degli omosessuali nella Comunità", e per questo è rivolta esclusivamente alle coppie "registrate" di persone dello stesso sesso. Si verifica così il fatto che oggi in Svezia le "unioni civili" vere e proprie esistono soltanto per gli omosessuali e non per le convivenze tra un uomo ed una donna, le quali rimangono regolamentate mediante l'"unione assistenziale" di convivenza domestica di cui alla legge dell'‘87.
L'Olanda, grazie a modifiche apportate da una legge del luglio 1997 al primo libro del suo Codice civile, ha riconosciuto giuridicamente le coppie di fatto, sia etero che omosessuali, comprese quelle non costituite da olandesi (dovendo comunque trattarsi di cittadini appartenenti all'Unione europea). Le leggi che hanno introdotto il "matrimonio" omosessuale e l'adozione da parte di tutti i tipi di coppie di fatto sono state approvate ad appena due anni dal primo riconoscimento civilistico (rispettivamente le leggi n. 26672 e 26673 del luglio 1999).
Gli effetti legali conseguenti alla registrazione di una "unione civile", sono ormai assimilati al matrimonio, prevedendo l'art. 80b del codice civile vigente in seguito alla riforma del '97 che il trattamento giuridico relativo alla famiglia si applichi "per analogia" alla partnership registrata. Dal 1° aprile 2001 è operativo il registro dei "matrimoni" fra persone dello stesso sesso.
In Belgio il matrimonio è aperto alle coppie dello stesso sesso dal 13 febbraio 2003. Per ottenere la convivenza legale le parti devono non essere legate da un matrimonio o da altra convivenza legale. La dichiarazione di convivenza è fatta per mezzo di uno scritto consegnato dietro ricevuta all'ufficiale di stato civile del domicilio comune. Questi, dopo aver verificato che le due parti soddisfino le condizioni previste dalla legge, annota la dichiarazione nel registro della popolazione. Il 20 aprile 2006 è stata approvata definitivamente la legge che consente alle coppie omosessuali sposate o conviventi l'adozione di bambini.
Attualmente, la legislazione austriaca non prevede la regolamentazione delle unioni civili. E' in discussione una legge che di fatto mette sullo stesso piano le unioni eterosessuali e quelle omosessuali. Stessa cosa sta accadendo in Irlanda (dove la Costituzione, dice, art. 41: "Lo Stato riconosce la famiglia come il gruppo naturale primario e fondamentale della società e come istituzione morale dotata di diritti inalienabili e imprescrittibili, anteriori e superiori a ogni diritto positivo. Per questo lo Stato si impegna a proteggere la costituzione e l'autorità della famiglia come fondamento necessario dell'ordine sociale e come elemento indispensabile per il benessere della Nazione e dello Stato").
In Finlandia è in vigore dal marzo 2002 una legge per le unioni civili tra persone dello stesso sesso che garantisce molti dei diritti che acquisiscono le coppie eterosessuali che contraggono matrimonio civile a meno che le parti non dispongano diversamente. Tra questi, ad esempio, il diritto di immigrazione per il partner straniero. Sia la registrazione che la dissoluzione dell'unione si ottengono allo stesso modo che per il matrimonio. La convivenza si stipula dinnanzi alle stesse autorità preposte alla celebrazione del matrimonio e lo scioglimento della convivenza fa capo alle disposizioni previste per il matrimonio. Le leggi sulla paternità, l'adozione e la possibilità di usare un nome in comune non si applica alle convivenze registrate.
La legge francese n. 99-944 del 15 novembre 1999 definisce la nuova forma di unione, distinta dall'istituto matrimoniale, il Patto civile di solidarietà: un contratto tra due persone maggiorenni dello stesso sesso o di sesso diverso, al fine di organizzare la loro vita in comune. Il Pacs è concluso con una dichiarazione congiunta scritta alla cancelleria del Tribunale nella giurisdizione di residenza. Il testo della convenzione è iscritto in un registro tenuto presso la cancelleria.
L'istituto giuridico della convivenza registrata è stato introdotto in Germania (dove la Costituzione dice, art. 6: "Il matrimonio e la famiglia trovano particolare protezione nell'ordinamento dello Stato") il 16 febbraio 2001, con la legge in vigore dal primo agosto successivo. La legge sulla convivenza registrata non equipara a tutti gli effetti la convivenza al matrimonio pur applicando ai conviventi disposizioni analoghe a quelle contenute nel codice civile tedesco per la disciplina del matrimonio.
In Portogallo (dove la Costituzione, art. 67, dice: "La famiglia, come elemento fondamentale della società, ha diritto alla protezione della società e dello Stato e alla realizzazione di tutte le condizioni che permettano la realizzazione personale dei loro membri"), sono state approvate nel 2001 due leggi che hanno disciplinato, rispettivamente, le situazioni giuridiche dell'"economia comune" e delle "unioni di fatto". La definizione di "economia comune" è "la situazione di persone che vivano in comunione di vitto e alloggio da più di due anni ed abbiano stabilito un genere di vita in comune basato sull'assistenza reciproca o la ripartizione delle risorse". La legge prevede diritti riguardo al godimento di ferie, permessi e congedi familiari, diritto di preferenza nei trasferimenti riguardanti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, applicazione del regime delle imposte sul reddito, protezione particolare per la residenza in comune e diritto, nella trasmissione ereditaria, alla casa. La legge sull'"unione di fatto" regolamenta "la situazione giuridica di due persone, indipendentemente dal sesso, che vivano un un'unione di fatto da più di due anni". I diritti che garantisce la legge sono gli stessi di coloro che vivono in un'economia comune, a cui si aggiunge in caso di morte del convivente benefici economici erogati dal sistema della sicurezza sociale e pensione al coniuge superstite. L'unione si scioglie per la morte di uno dei due membri, per il matrimonio di uno dei due membri o per volontà di uno dei due membri. Nell'ultimo caso deve essere avviata la separazione legale affinché possano essere riconosciuti diritti come nel caso della separazione matrimoniale.
Il Civil Partnership Act, entrato in vigore nel dicembre 2005 in tutto il Regno Unito, riconosce alle coppie dello stesso sesso la possibilità di vincolarsi in una unione registrata molto simile al matrimonio. I contraenti assumono lo status legale di 'civil partners'.
La Repubblica Ceca, il 15 marzo 2006, ha approvato una legge sulle unioni registrate per le persone dello stesso sesso. La legge regola l'inizio e la fine delle unioni registrate fra persone dello stesso sesso, concede a queste persone il diritto ad avere informazioni sullo stato di salute del partner, il diritto all'eredità nel caso della morte e obbliga i partner a sostenersi finanziariamente. La legge rende possibile l'educazione di bambini nati da precedenti vincoli eterosessuali, ma non permette l'adozione.
In Slovenia, una legge del 22 giugno 2005 garantisce alle unioni civili diritti limitati nel campo delle relazioni di proprietà e dell'eredità. Tale legge, contestata dal movimento di liberazione omosessuale, non garantisce alcun diritto di assicurazione, salute e pensionistico.
Nel dicembre 2007 sono state approvate dal parlamento ungherese le convivenze registrate, ovvero la possibilità per una coppia, sia eterosessuale sia tra persone dello stesso sesso, di essere registrata in quanto tale, ottenendo così riconoscimenti in campo patrimoniale ed ereditario; la registrazione avviene con iscrizione al registro dello stato civile presso l'ufficio dell'anagrafe, per scioglierla è necessaria una dichiarazione congiunta davanti al notaio.
Dal 1996 è in vigore in Islanda un istituto (Legge n. 87 1 luglio 1996) noto come unione omologata che riconosce la registrazione di unioni omosessuali offrendo molti dei diritti delle coppie eterosessuali unite in matrimonio. Dal 2000 le coppie gay hanno la possibilità di adottare i figli del partner provenienti da una precedente relazione; resta però ancora esclusa la possibilità di adottare congiuntamente.
In Liechtenstein, il 5 novembre 2007 è stata approvata una mozione, che prevede il riconoscimento delle coppie di fatto. Il testo è vincolante per il parlamento che deve a questo punto emanare una legge che riconosca le coppie omosessuali.
La Norvegia riconosce, dall'1 agosto 1993 la "convivenza registrata", mediante la legge del 30 aprile 1993 n. 40. Le coppie omosessuali hanno il diritto di registrare legalmente la propria convivenza garantendosi conseguenze legali pari a quelle del matrimonio, con l'eccezione del diritto di solennizzare la convivenza in un'istituzione religiosa e il diritto di adottare bambini congiuntamente. Uno dei partner registrati, dall' 1 gennaio 2002, può comunque adottare il figlio dell'altro (sia biologici che adottati, a meno che il figlio adottato non provenga da un Paese che non permette ad omosessuali e lesbiche di adottare bambini) con gli stessi criteri di adozione del matrimonio. Il 18 dicembre 2003 sono entrate in vigore nuove normative relative all'affidamento di minori che riguardano gli omosessuali e le lesbiche. In particolare le coppie omosessuali possono essere selezionate per fungere da genitori adottivi nel caso in cui i servizi sociali competenti ritengano che ciò sia per il bene del bambino. Per la registrazione almeno uno dei partner deve essere cittadino norvegese, e uno o entrambi devono risiedere in Norvegia. E' in discussione l'apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso.
In Svizzera il primo cantone a votare l'estensione dei diritti matrimoniali alle coppie omosessuali è stato quello di Zurigo il 22 settembre 2002. In base a questa decisione la coppia doveva vivere nel cantone e convivere da sei mesi prima di procedere all'unione riconosciuta. L'unione civile è stata estesa anche in altri cantoni svizzeri, come Ginevra o Neuchâtel. Tali riconoscimenti hanno spinto il parlamento elvetico ad accettare, in seguito alla Legge federale sull'unione domestica registrata di coppie omosessuali, l'unione domestica registrata che riguarda però solo coppie dello stesso sesso. Un referendum contro questa legge ha fallito e la legge è stata approvata dal popolo svizzero. La legge è dunque entrata in vigore il 1 gennaio 2007.
In Lussemburgo è in vigore dal 2004 la partnership registrata. Si applica alle coppie dello stesso e di sesso diverso e garantisce diritti simili a quelli delle coppie sposate in relazione al welfare e al fisco.
Il Family Day in Italia
L'Italia (dove la Costituzione dice, art. 29: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio"), non ha attualmente una legislazione effettiva per le unioni civili. Nel febbraio 2007 è stato proposto dal Governo un disegno di legge che riconosce le unioni di fatto. I primi disegni di legge in proposito furono presentati nel 1986. Dagli anni Novanta è aumentato il numero di proposte di legge per disciplinare le unioni civili.
Negli ultimi due anni, il dibattito è stato molto intenso su questo tema. Il "Family Day" promosso in Italia il 12 maggio 2007 dal Forum delle Associazioni Familiari - che ha visto la partecipazione di oltre un milione di persone - aveva, in sintesi, questi obiettivi: un grande sì alla famiglia; un no al riconoscimento pubblico delle convivenze non matrimoniali (i cosiddetti "Dico"); un sì a politiche sociali audaci e impegnative a favore della famiglia; un sì ai bisogni delle persone che vivono all'interno delle libere coppie di fatto. Nel Manifesto di convocazione del Family Day si leggeva, fra l'altro: "Anche in Italia la famiglia risente della crisi dell'Occidente - diminuzione dei matrimoni e declino demografico - e le sue difficoltà incidono sul benessere della società, ma allo stesso tempo essa resta la principale risorsa per il futuro e verso di essa si rivolge il legittimo desiderio di felicità dei più giovani.
Nel loro disagio leggiamo una forte nostalgia di famiglia. Senza un legame stabile di un padre e di una madre, senza un'esperienza di rapporti fraterni, crescono le difficoltà di elaborare un'identità personale e maturare un progetto di vita aperto alla solidarietà e all'attenzione verso i più deboli e gli anziani. Aiutiamo i giovani a fare famiglia. A partire da queste premesse antropologiche, siamo certi che la difesa della famiglia fondata sul matrimonio sia compito primario per la politica e per i legislatori, come previsto dagli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione. Chiediamo al Parlamento di attivare - da subito - un progetto organico e incisivo di politiche sociali in favore della famiglia: per rispetto dei principi costituzionali, per prevenire e contrastare dinamiche di disgregazione sociale, per porre la convivenza civile sotto il segno del bene comune. L'emergere di nuovi bisogni merita di essere attentamente considerato, ma auspichiamo che il legislatore non confonda le istanze delle persone conviventi con le esigenze specifiche della famiglia fondata sul matrimonio e dei suoi membri. Le esperienze di convivenza, che si collocano in un sistema di assoluta libertà già garantito dalla legislazione vigente, hanno un profilo essenzialmente privato e non necessitano di un riconoscimento pubblico che porterebbe inevitabilmente a istituzionalizzare diversi e inaccettabili modelli di famiglia, in aperto contrasto con il dettato costituzionale. Poiché ogni legge ha anche una funzione pedagogica, crea costume e mentalità, siamo convinti che siano sufficienti la libertà contrattuale ed eventuali interventi sul codice civile per dare una risposta esauriente alle domande poste dalle convivenze non matrimoniali".
Moltissime volte, Papa Benedetto XVI ha sottolineato i "rischi" e i "pericoli" a cui è esposta in Europa la "sacralità della vita". In particolare, il 24 febbraio 2007, durante l'udienza alla Pontifica Accademia della Vita - mentre in Italia era acceso il dibattito sulle "unioni di fatto"- , il Papa ha evocato "gli attacchi alla vita" più diffusi nei paesi sviluppati. Tra questi, ha sottolineato le "spinte per la legalizzazione di convivenze alternative al matrimonio e chiuse alla procreazione naturale". "Il cristiano - ha detto - si deve mobilitare contro questi attacchi al diritto alla vita. E lo deve fare perché lo impongono le sue profonde radici nella legge naturale che quindi possono essere condivise da ogni persona di retta coscienza", richiamando l'attenzione a quelle forme di "pressione collettiva" che possono sopraffare le coscienze e per cui anche le persone di buona volontà possono "sottovalutare la gravità dei problemi in gioco".
Il caso spagnolo
In Spagna, della famiglia si dice questo nella Costituzione, art. 39: "I pubblici poteri assicurano la protezione sociale, economica e giuridica della famiglia".
Fino al primo luglio 2005, l'art. 44 del Codice civile spagnolo recitava così: "L'uomo e la donna hanno diritto di contrarre matrimonio conformemente alle disposizioni di questo codice". Dal primo luglio 2005, il Parlamento spagnolo ha aggiunto a quel testo questa frase: "Il matrimonio avrà i medesimi requisiti ed effetti, che i due contraenti siano dello stesso sesso o di sesso diverso"; si sono così modificati altri 16 articoli del Codice civile, adeguando il linguaggio (invece di marito, moglie, padre, madre si dice ora coniuge o genitore) e aggiungendo la seguente norma: "Le disposizioni legali contenenti qualunque riferimento al matrimonio si intendono applicabili indipendentemente dal sesso dei contraenti". Le modifiche hanno consentito l'adozione congiunta da parte delle coppie omosessuali o la co-adozione, cioè l'adozione da parte del coniuge della madre o del padre di un bambino (opportunità questa che è nei fatti la più concreta per le coppie omosessuali, soprattutto lesbiche; se una delle partner ha avuto un figlio, per vie naturali o per inseminazione artificiale, l'altra non poteva fino all'entrata in vigore delle nuove norme avere alcun diritto legale sul bambino)". La Spagna è diventata così il quarto Paese al mondo - dopo Olanda, Belgio e Canada - a consentire per legge le unioni matrimoniali tra persone dello stesso sesso. Negli Usa esse sono possibili nel solo stato del Massachussets.
Negli stessi giorni, il Parlamento spagnolo ha approvato il cosiddetto "divorzio breve", una modifica della legge sul divorzio che lo rende possibile già tre mesi dopo il matrimonio, senza che vi sia stata necessariamente una separazione preventiva, senza motivi e senza il consenso di entrambi i coniugi.
Il 30 dicembre 2007, un milione e mezzo di persone sono scese in strada a Madrid per il "Family Day" spagnolo, organizzato dalla Conferenza episcopale spagnola.
Nella sua lettera del 12 dicembre, con la quale convocava l'incontro, l'Arcivescovo di Madrid, il Cardinal Antonio Rouco Varela, ha avvertito che la famiglia, sia in Spagna che in Europa, si trova fortemente minacciata. Benedetto XVI è intervenuto in videoconferenza da Roma con un messaggio in spagnolo, al quale hanno fatto eco le parole dell'arcivescovo di Valencia, cardinale Agustin Garcia-Gasco. "La cultura del laicismo radicale" ha detto Garcia-Gasco, "è una truffa e un inganno. Non costruisce nulla: solo disperazione lungo il cammino dell'aborto e del divorzio espresso". Per l'Arcivescovo di Toledo, il Card. Antonio Canizares, le fondamenta stesse della famiglia sono minacciate da leggi "ingiuste e inique".
Nella sua omelia pronunciata durante l'incontro, il Cardinale Rouco Varela ha affermato che le normative introdotte in Spagna si pongono in contrasto con la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che all'articolo 16 statuisce: "La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato".
"Il bene della persona e della società è strettamente connesso alla buona salute della famiglia: perciò la Chiesa è impegnata a difendere e promuovere la dignità naturale e l'altissimo valore sacro del matrimonio e della famiglia" ha detto nel suo messaggio il Papa, il quale ha ricordato le parole del Papa Giovanni Paolo II, secondo cui il bene della persona e della società è strettamente legato allo stato di salute della famiglia.
Rivolgendosi poi in spagnolo ai manifestanti di Plaza de Colon, il Papa li ha incoraggiati "a dare testimonianza davanti al mondo della bellezza dell'essere umano, del matrimonio e della famiglia". La famiglia "fondata nell'unione indissolubile fra un uomo e una donna, costituisce l'ambito privilegiato in cui la vita umana viene accolta e protetta, dal suo inizio alla fine naturale", ha proseguito il Pontefice. Benedetto XVI ha poi aggiunto che "i genitori hanno il diritto e il dovere fondamentale di educare i loro figli nella fede e nei valori morali che danno dignità all'esistenza umana". "Vale la pena - ha affermato - impegnarsi per la famiglia e il matrimonio, perché vale la pena impegnarsi per l'essere umano, la realtà più preziosa fra quelle create da Dio". Il Papa si è poi rivolto "in particolare ai bambini, perché vogliano bene ai loro genitori e preghino per loro; ai giovani, perché stimolati dall'amore dei loro genitori seguano con generosità la loro vocazione matrimoniale, sacerdotale o religiosa; agli anziani e ai malati, perché trovino l'aiuto e la comprensione di cui hanno bisogno". "E voi cari sposi - ha concluso Benedetto XVI - contate sempre sulla grazia di Dio, perché il vostro amore sia sempre più fecondo e fedele".
Famiglia, matrimonio e "unioni di fatto"
E' venuto recentemente a mancare il Card. Alfonso López Trujillo, Arcivescovo emerito di Medellín (Colombia), nato a Villahermosa, in diocesi di Ibagué (ora in Diocesi di Líbano-Honda), in Colombia, l'8 novembre 1935, nominato l'8 novembre 1990 Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Di grande significato ed importanza sono stati in questi anni i documenti prodotti da questo Dicastero vaticano, responsabile per la promozione pastorale e l'apostolato della famiglia. Vogliamo qui ricordare, in particolare, il documento intitolato "Famiglia, matrimonio e ‘unioni di fatto'", del 26 luglio 2000. Dopo aver esaminato l'aspetto sociale delle unioni di fatto, i loro elementi costitutivi e le loro motivazioni esistenziali, il documento affronta il problema del loro riconoscimento e della loro equiparazione giuridica, rispetto alla famiglia fondata sul matrimonio e all'insieme della società. Considera poi la famiglia come bene sociale, insistendo sui valori oggettivi da stimolare e sul dovere di giustizia che la società ha di difendere e promuovere la famiglia fondata sul matrimonio. Esamina quindi in maniera approfondita alcuni aspetti di questa rivendicazione in rapporto al matrimonio cristiano. Presenta infine alcuni criteri generali di discernimento pastorale per orientare le comunità cristiane. Vogliamo qui ricordare le conclusioni di quel documento:
"Nel corso dei secoli, la saggezza delle nazioni ha riconosciuto sostanzialmente, malgrado alcune limitazioni, l'esistenza e la missione fondamentale e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio. La famiglia è un bene necessario e insostituibile per tutta la società. Essa ha un vero e proprio diritto, in giustizia, a essere riconosciuta, protetta e promossa dall'insieme della società. È tutta la società che subisce un pregiudizio quando si attenta, in un modo o nell'altro, a questo bene prezioso e necessario per l'umanità. La società non può restare indifferente di fronte al fenomeno sociale delle unioni di fatto, e al declassamento dell'amore coniugale che implica. La soppressione pura e semplice del problema mediante la falsa soluzione del riconoscimento delle unioni di fatto, collocandole pubblicamente a un livello simile e perfino equiparandole alle famiglie fondate sul matrimonio, non costituisce soltanto un pregiudizio comparativo per il matrimonio (danneggiando, ancor più, la famiglia, questa necessaria istituzione naturale che oggi avrebbe tanto bisogno, al contrario, di politiche familiari vere). Essa denota ugualmente un profondo disconoscimento della verità antropologica dell'amore umano tra l'uomo e la donna e dell'aspetto che le è indissociabilmente legato, quello di essere un'unità stabile e aperta alla vita. Tale disconoscimento diventa ancora più grave quando si ignora la differenza essenziale e molto profonda esistente tra l'amore coniugale derivante dall'istituto matrimoniale e i rapporti omosessuali. L' "indifferenza" delle amministrazioni pubbliche su questo punto rassomiglia molto all'apatia di fronte alla vita o alla morte della società, a una indifferenza di fronte alla sua proiezione nell'avvenire o al suo degrado. In assenza di misure opportune, questa "neutralità" rischia di sfociare in un grave deterioramento del tessuto sociale e della pedagogia delle generazioni a venire".
"Evoluzione della Famiglia in Europa, 2008": relazione della Rete Europea dell'Istituto di Politica Familiare (IPF)
Il 7 maggio 2008, presso il Parlamento Europeo, è stata presentata la Relazione sulla "Evoluzione della Famiglia in Europa, 2008", elaborata dalla Rete Europea dell'Istituto di Politica Familiare (IPF). Così come il Rapporto 2007 - di cui l'Agenzia Fides ha dato conto ampiamente nel primo Dossier sulla "Crisi della Famiglia in Europa", il nuovo rapporto è stata redatto in maniera multidisciplinare, da una squadra di esperti di distinte aree. E' suddiviso in tre parti: la prima contiene l'analisi della situazione della famiglia in Europa e la sua evoluzione negli ultimi 25 anni rispetto a demografia, natalità, unioni matrimoniali e politiche abitative; nella seconda, viene presa in considerazione l'evoluzione delle distinte politiche che la Commissione Europea ha applicato in questo tempo e viene fatta una comparazione con le scelte compiute dai distinti Paesi dell'Unione Europea; la terza parte indica una serie di misure che l'Istituto di Politica Familiare considera indispensabili per l'applicazione di una vera politica integrale sulla famiglia e l'incremento di politiche pubbliche con prospettive familiari.
Il nuovo Rapporto conferma e aggrava i dati del precedente. In Europa, gli anziani di 65 anni superano di più di 6 milioni i giovani minori di 14 anni. L'immigrazione ha rappresentato l'84 per cento della crescita di popolazione dell'Unione Europea nel periodo 2000-2007. Nascono sempre meno bambini, quasi un milione di nascite in meno rispetto al 1980. In due case europee su tre non c'è neanche un bambino. Un milione sono gli aborti registrati. Crollano dei matrimoni. Un milione sono i divorzi annuali. Davanti a questa situazione, l'IPF propone di favorire lo sviluppo di politiche pubbliche con "prospettiva familiare" in Europa, e di impiantare una vera ed efficace politica integrale e di carattere universale sulla famiglia.
Quattro sono le direttrici indicate: "Trasformare la famiglia in una priorità politica; incorporare la ‘prospettiva familiare' in tutte le attuazioni, politiche e programmi dell'Unione Europea; promuovere la convergenza nelle politiche familiari nazionali, evitando la discriminazione tra Paesi; sollecitare le pari opportunità tra le famiglie europee, evitando discriminazioni per numero di figli, livello di redditi, ripartizione di entrate". A parere dell'istituto spagnolo, la politica integrale sulla famiglia deve essere di carattere Universale, diretta a tutte le famiglie, e non esclusivamente assistenziale, promuovendo la famiglia come istituzione e l'idea stessa di famiglia, una cultura ed un ambiente favorevole che permetta alla famiglia di affrontare la quotidianità; aiutando i genitori ad avere i figli che desiderano; integrando in maniera davvero umana e costruttiva i distinti ambiti di sviluppo lavorativo, familiare e personale; aiutando a superare le crisi familiari; riconoscendo il diritto dei genitori ad educare i propri figli; favorendo la partecipazione attiva di genitori ed associazioni e tenendo in considerazione, con misure specifiche, le famiglie con determinate necessità.
"La Famiglia Migrante e Itinerante"
Dal 13 al 15 maggio 2008, si è svolta a Roma la XVIII Sessione Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, sul tema "La famiglia Migrante e Itinerante".
L'arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio, nel suo intervento su "Il pensiero, l'opera e i cambiamenti nel Pontificio Consiglio dall'ultima Plenaria", ha inteso soprattutto informare i Membri e i Consultori sull'impegno del Dicastero negli ultimi due anni, nei suoi 9 settori pastorali: Migranti, Rifugiati, Turismo e Pellegrinaggi, Apostolato del Mare, Aviazione Civile, Studenti Esteri (Internazionali), Nomadi, Circensi e Fieranti, Apostolato della Strada. Di fatto, la crescita inarrestabile del fenomeno della mobilità umana nel mondo intero richiede al Pontificio Consiglio una dedizione sempre maggiore e qualificata. Mons. Segretario ha fatto riferimento ai Documenti ai quali ci si è ispirati per scegliere il tema di questa Plenaria, e cioè il Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la 93ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (2007), dedicata a "La Famiglia Migrante", e quello per la Giornata Mondiale della Pace, celebrata il 1° gennaio 2008, su "Famiglia umana, Comunità di Pace". S.E. Mons. Marchetto ha quindi affermato che, sulla base degli interventi dei Relatori, apparirà l'affresco della situazione della famiglia nel mondo della migrazione e dell'itineranza, che potrà anche fungere da stimolo per tutti i Pastori, fino alle singole parrocchie e alle comunità cristiane. "Essi - ha detto - dovranno così trasformare la famiglia migrante e itinerante in un fattore più efficace per l'evangelizzazione e per il consolidamento dei valori cristiani, rendendola non solo beneficiaria dell'azione pastorale e caritativa della Chiesa, ma anche protagonista dell'evangelizzazione, nel suo specifico ambito".
Il Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio, nel suo intervento, ha esaminato il tema della famiglia migrante e itinerante nell'odierno mondo globalizzato, caratterizzato proprio dalla crescente mobilità umana. Egli ha osservato che la famiglia stessa è uno dei fattori propulsori della mobilità delle persone. Si emigra, per esempio, per trovare condizioni più favorevoli di vita; si fugge per cercare rifugio in terre ospitali; ci si sposta per studiare all'estero, si affronta un viaggio turistico anche per rinsaldare i vincoli familiari, si lavora in mare o nell'aviazione civile per dare sostentamento ai propri cari. Vi sono poi diverse circostanze per la famiglia con riferimento alla strada: nel cammino del pellegrinaggio, nel "nomadismo" per cultura e tradizione, nella viabilità come utenti, nel triste sfruttamento della prostituzione, nella ricerca di una residenza per i senzatetto e di un'accoglienza per tanti minori. Ci si deve prodigare affinché la famiglia, cellula vitale di ogni società, possa vivere unita anche nella mobilità e, ove ciò non fosse possibile, per trovare una comunità o un luogo ove sperimentare un clima familiare. Il Cardinale Martino ha presentato situazioni favorevoli e di sofferenza familiare, soffermandosi sulla salvaguardia dei diritti anche della famiglia con richiamo all'Erga migrantes caritas Christi. La cellula familiare ha una missione educatrice da svolgere. Attraverso l'esempio e il dialogo, i genitori possono assolvere al compito di catechisti dei loro figli, offrendo una cultura della vita, nel rispetto dei valori, nell'armonia delle relazioni, nell'osservanza della religione e nella salvaguardia del creato.
Sua Ecc. Mons. Grzegorz Kaszak, Segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha presentato la situazione generale della famiglia oggi, dal punto di vista del suo Dicastero che è un "osservatorio" qualificato. La Familiaris consortio - ha osservato - considera la famiglia, fondata sul matrimonio, come comunità di tutta la vita e di amore. Una comunità originale fondamentale, base della società, anteriore e superiore allo Stato. Ha elencato quindi i più gravi attacchi alla famiglia, nel contesto culturale odierno, partendo dalla nuova terminologia, coniata per l'etica globale, che danneggia l'istituto familiare. Anche la mancanza del principio di sussidiarietà diventa minacciosa. Ha citato il mito demografico della sovrappopolazione, di quaranta anni fa, che ha creato una mentalità contraria alla vita e le cui previsioni si sono rivelate inesatte, tanto che alcuni paesi, soprattutto in Europa, sono fortemente colpiti dal fenomeno della denatalità. La vita è strettamente legata alla famiglia e ambedue sono la base della società e anche della vitalità della Chiesa. Mons. Kaszak si è soffermato anche sul ruolo che i mass media hanno nella formazione dell'opinione pubblica e degli stili di vita. Anch'essi dovrebbero invece contribuire a formare persone che trasmettano i valori familiari per il bene degli individui e per quello di tutti.
La Chiesa pertanto deve riproporre il suo ricchissimo patrimonio e la sua testimonianza quale "esperta in umanità". L'uomo è dunque chiamato ad accogliere la verità che viene dall'alto e rende liberi e felici. Solo a partire da questa libertà nella verità l'uomo può creare un mondo nuovo, nel quale la felicità che viene dal Padre è condivisa in modo comunitario, cioè in famiglia.
P. Hans Vöcking, M. Afr., Segretario della Commissione per le Migrazioni del CCEE (Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee), nella sua analisi dei Problemi specifici delle famiglie in mobilità, ha limitato la propria indagine al continente europeo, campo in cui opera. Muovendo dall'esame dei vari tipi di migrazione (individuale, stagionale, per motivi di studio, sino a quella cosiddetta "brain drain" "fuga dei cervelli"), l'oratore sottolinea i cambiamenti subiti dalla famiglia per effetto del fenomeno della mobilità. La società europea è diventata inter-culturale e multi-religiosa, passando (l'Europa) da continente d'emigrazione a luogo d'immigrazione, rispetto al quale il numero delle donne è nettamente aumentato negli ultimi 20 anni. Questo elemento di "femminizzazione" ha offerto all'Europa un volto nuovo.
Il P. Vöcking ha affermato che le nuove famiglie che si costituiscono - anche in relazione alle scelte dei giovani immigrati di celebrare matrimoni "misti" -, sono un fattore di rinnovamento della società in ogni suo ambito: culturale, economico, politico e sociale. "Esse favoriscono e sostengono la socializzazione dei membri della famiglia e, con il loro dinamismo, contribuiscono alla cultura del dialogo e coltivano il senso della corresponsabilità". Ha suggerito, di conseguenza, di promuovere un dialogo autentico, con spazi d'ascolto attento e scambi reali tra le persone interessate, pietre vive del corpo ecclesiale. "L'altro va riconosciuto per ciò che egli è, e non per ciò che vorremmo che fosse". L'impegno politico e pastorale al fianco delle nuove famiglie si rivela indispensabile, in quanto esse possono trasmettere valori e apportare un maggiore umanesimo alle generazioni di domani.
Infine, il P. Vöcking ha messo in luce l'importanza di una formazione specifica e adeguata, attraverso la quale favorire il nascere di una vera coscienza ecclesiale di tutti i membri della Chiesa.
Mons. Jean Lafitte, Vice-Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, nel suo intervento La famiglia nel Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, dopo aver preso in considerazione il notevole apporto magisteriale sui temi del matrimonio e della famiglia negli ultimi 50 anni, l'autore dedica la prima Parte del suo contributo ad analizzare le concezioni attuali dell'amore coniugale e della famiglia. Caratterizzate ideologicamente dall'oscuramento dei valori familiari, esse trovano le loro radici storiche nel disprezzo dei valori corporali dovuto allo sviluppo delle correnti rigoriste a partire dal XVI secolo. Tale ideologia rimette in discussione l'essenza stessa della cellula familiare, indebolendo il legame naturale tra matrimonio e famiglia e relativizzando il reciproco impegno degli sposi e la concezione della vita umana come dono ricevuto e trasmesso. Nella Seconda parte dell'intervento, con esame dei grandi testi del pontificato di Giovanni Paolo II, le Catechesi sull'amore umano, l'Esortazione post-sinodale Familiaris consortio, e la Lettera alle famiglie (Gratissimam sane), in continuità con la Gaudium et Spes e l'Humanae Vitae, Mons. Laffitte illustra ciò che fonda, agli occhi di Giovanni Paolo II, la verità dell'amore coniugale, cioè, con sue parole, il consilium Dei matrimonii ac familiae. Questo è accessibile soltanto nella contemplazione del principio (archè) al quale si riferisce Gesù nel dialogo con i Farisei di Matteo 19. La relazione mette in evidenza anche il fatto che l'istituzione familiare è divenuta il luogo di una riflessione fondamentale sulla società.
Nella Terza parte dell'intervento, l'attenzione si focalizza sull'apporto sostanziale della prima enciclica di Papa Benedetto XVI, Deus Caritas Est, a partire dalla riflessione del Papa sulla dialettica classica tra eros e agapé, riflessione che mira ad illustrare teologicamente il modo in cui Dio ama, misura dell'amore umano nel disegno divino. Infine, si evidenziano i passaggi dell'esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis in cui l'Eucarestia è presentata come sacramento sponsale e in cui è finemente illustrato il legame tra diritto e pastorale.
Ricevendo in udienza, nella mattina di giovedì 15 maggio, i partecipanti alla Sessione plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Benedetto XVI ha affermato, tra l'altro: "in più circostanze ho presentato l'icona della Sacra Famiglia come modello delle famiglie migranti, riferendomi all'immagine proposta dal mio venerato Predecessore, il Papa Pio XII, nella Costituzione apostolica Exsul Familia, che costituisce la "magna charta" della pastorale migratoria (cfr AAS 44, 1952, p. 649). Inoltre, nei Messaggi degli anni 1980, 1986 e 1993, il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II ha inteso sottolineare l'impegno ecclesiale a favore non solo della persona migrante, ma anche della sua famiglia, comunità d'amore e fattore di integrazione". "Mi piace riaffermare - ha detto il Papa - che la sollecitudine della Chiesa verso la famiglia migrante nulla toglie all'interesse pastorale per quella in mobilità. Anzi, questo impegno a mantenere un'unità di visione e di azione fra le due "ali" (migrazione e itineranza) della mobilità umana può aiutare a comprendere la vastità del fenomeno ed essere, al tempo stesso, di stimolo a tutti per una specifica pastorale, incoraggiata dai Sommi Pontefici e auspicata dal Concilio Ecumenico Vaticano II (cfr Christus Dominus, 18)". "Non bisogna dimenticare - ha aggiunto il Pontefice - che la famiglia, anche quella migrante e itinerante, costituisce la cellula originaria della società, da non distruggere, ma da difendere con coraggio e pazienza. Essa rappresenta la comunità nella quale fin dall'infanzia si è formati ad adorare e amare Dio, apprendendo la grammatica dei valori umani e morali e imparando a fare buon uso della libertà nella verità. Purtroppo in non poche situazioni questo avviene con difficoltà, specialmente nel caso di chi è investito dal fenomeno della mobilità umana. Inoltre, nella sua azione di accoglienza e di dialogo con i migranti e gli itineranti, la comunità cristiana ha, come punto di riferimento costante, la persona di Cristo nostro Signore. Egli ha lasciato ai suoi discepoli una regola d'oro secondo cui impostare la propria vita: il comandamento nuovo dell'amore. L'amore che ha vissuto, fino alla morte e alla morte di croce, Cristo continua a trasmetterlo alla Chiesa, mediante il Vangelo e i Sacramenti, specialmente la Santissima Eucaristia. È molto significativo, a questo proposito, che la Liturgia preveda la celebrazione del Sacramento del Matrimonio nel cuore della Celebrazione eucaristica. È con ciò segnalato il profondo legame che unisce i due Sacramenti. Gli sposi nella loro vita quotidiana devono ispirare il loro comportamento all'esempio di Cristo che "ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei" (Ef 5, 25): tale supremo gesto d'amore viene ripresentato in ogni Celebrazione eucaristica. Opportunamente, pertanto, la pastorale familiare si rifarà a questo dato sacramentale come a suo riferimento di fondamentale importanza. Chi va a Messa - e bisogna facilitarne la celebrazione anche per i migranti e gli itineranti - trova nell'Eucaristia un fortissimo rimando alla propria famiglia, al proprio matrimonio, ed è incoraggiato a vivere la propria situazione in prospettiva di fede, cercando nella grazia divina la forza necessaria per riuscirvi.
Nella conclusione del Suo intervento, il Papa ha affermato: "A nessuno sfugge, infine, che la mobilità umana rappresenta, nell'attuale mondo globalizzato, una frontiera importante per la nuova evangelizzazione. Vi incoraggio perciò a proseguire nel vostro impegno pastorale con rinnovato zelo, mentre, da parte mia, vi assicuro la mia vicinanza spirituale".
INTERVISTA a Don Nicola Bux, Consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per le Cause dei Santi e Docente di Ecumenismo presso l'Istituto di Teologia di Bari
L'Assemblea di Strasburgo ha sancito il "diritto all'aborto". Che cosa pensa di questo fatto?
La risposta a questa domanda sta nel giudizio sulla realtà del mondo di oggi contenuto nel discorso che Benedetto XVI ha tenuto recentemente all'Assemblea delle Nazioni Unite. La grande "svista" della cultura occidentale - una svista che ha avuto la sua "culla" negli Stati Uniti e da qui si è trasferita in Europa - deriva dall'idea che i diritti dell'uomo sono stabiliti positivamente dalle istituzioni statali. Il confronto da fare è su questo tema. E si se si fa un confronto serio, si scopre che ci sono diritti che precedono gli Stati e precedono anche la persona. Viviamo in un mondo in cui quel che è desiderio, è diventato diritto ed è, questa, una perversione antica quanto il mondo, quanto l'uomo. C'è del diabolico in questo. Si fa credere all'uomo di poter diventare come Dio. E' la tentazione di sempre della storia dell'umanità, una tentazione di superbia. Il peccato non si chiama più con il termine corretto, male e si cerca di ammantare tutto con la veste della legalità. La cosa più terribile è che un'assemblea si arroghi il compito di decidere una cosa del genere.
Anche considerando che quest'Assemblea pare non "veda" che in Europa, come le statistiche dicono, si consuma un aborto ogni venticinque secondi.
E' la conseguenza di un accecamento. D'altra parte, la superbia più grande genera un accecamento, non permette di vedere quello che sta per accadere. Così succede quando una persona è accecata; la conseguenza è che non vede più vicino a sé. Bisogna anche considerare quali forze si muovono dietro le decisioni di queste Assemblee; i centri di potere e d'interesse che pilotano o vorrebbero pilotare questo tipo di decisioni.
Come cambia e potrà cambiare la società europea considerando la crisi della natalità e il mancato ricambio generazionale? Da che cosa è prodotto?
Dall'assenza delle speranza, che è essenziale alla natura dell'uomo. Quest'assenza ha, come ricaduta, il ripiegarsi su se stessi, il non generare, non fare figli, non sentirne neanche il bisogno di fare figli equivale all'istinto della morte. Ha scritto, Benedetto XVI nell'Enciclica "Spe Salvi", al n. 11: "(...) Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo. Dall'altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e anche la terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente? Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in realtà, la « vita »? E che cosa significa veramente « eternità »?"
Che cosa si deve intendere per evangelizzazione dell'Europa?
Aiutare l'uomo a prendere coscienza di sé e capire che tutto parte dall'io dell'uomo. Se c'è conversione, questa genera una novità. Se non c'è conversione, sappiamo bene cosa può succedere. Evangelizzazione significa educare, portare l'uomo a prendere coscienza del suo io. Il problema di fondo è educativo e significa dare all'uomo la possibilità di riscoprire il senso del suo stare al mondo. Questo dev'essere il cuore, il nucleo centrale della pastorale ecclesiale. Il Magistero della Chiesa - in particolare con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI - è tutto rivolto a quest'essenzialità. Da questo punto di vista, si vede bene, allora, che le radici dell'Europa sono costituite dalla persona ed è più che mai necessario, nel tempo che viviamo, proporre il senso del valore della persona.
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Dossier a cura di D.Q. - Agenzia Fides 17/5/2008; Direttore Luca de Mata