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Sono solo idee, appunti, nessuna pretesa. Si tratta di una base di lavoro per esaminare e approfondire i fondamenti teologici cattolici relativi alla questione dell'immigrazione. Vorrei dimostrare come la dottrina della Chiesa - lungi dall'imporre un'accoglienza indiscriminata - richieda l'esercizio RAZIONALE della virtù della prudenza, la considerazione del bene comune e la promozione della sussidiarietà.

 

Argomenterò - in breve e a mo' di note da rielaborare in seguito - sottolineando che il Magistero della Chiesa autorizza e anzi richiede criteri di discernimento nelle politiche di accoglienza, privilegiando l'integrazione culturalmente e spiritualmente affine e orientando la solidarietà verso lo sviluppo delle popolazioni nei loro territori d'origine. e mostrerò che non si tratta di discriminazione o peggio "odio razziale", ma di mero buon senso dottrinale.
Cominciamo, con San Tommaso d'Aquino.

1. La tradizione tomistica: il diritto dello Stato a regolare l'accesso
Il fondamento teologico più solido per una politica migratoria selettiva si trova nella dottrina di Tommaso d'Aquino. Eh sì. Proprio lui. Nella Summa Theologiae, trattando del regime dello straniero nell'Antico Testamento, Tommaso distingue tra "stranieri di passaggio" - ai quali va assicurata la protezione elementare - e "stranieri che intendono stabilirsi in modo permanente nella comunità politica". A questi ultimi, osserva il Dottore Angelico, «non si doveva subito concedere la piena cittadinanza, per evitare che, non avendo ancora un legame radicato con la patria adottiva, portassero costumi alieni al bene comune».¹
Questa articolazione non è accessoria: Tommaso la inserisce nel quadro della "prudentia" come virtù cardinale del governo politico.² La "prudenza legislativa" non è mero calcolo utilitaristico ma retta ragione applicata all'agire - "recta ratio agibilium" - che include la valutazione delle conseguenze sociali, culturali e religiose delle decisioni pubbliche. Un'accoglienza che trascurasse tali conseguenze sarebbe, per Tommaso, non già più generosa ma semplicemente imprudente, e dunque moralmente carente.

2. Il Magistero moderno: bene comune, sussidiarietà e limiti dell'accoglienza
La dottrina sociale della Chiesa ha costantemente bilanciato il dovere dell'accoglienza con il principio del bene comune e della responsabilità degli Stati. Dobbiamo tornare a questo punto per capire qualcosa. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma esplicitamente che le autorità politiche «possono subordinare l'esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche» e hanno «il diritto di regolarlo» in vista del bene comune.³
Benedetto XVI, nella "Caritas in Veritate" (2009), ribadisce che «gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori e di difendere le proprie frontiere» e riconosce che l'integrazione richiede la disponibilità degli immigrati ad «assimilarsi nella società ospite, a rispettarne le leggi e a condividerne gli stili di vita».⁴ Sempre Ratzinger, in un discorso del 2012, sottolinea che la politica migratoria deve contemperare «il rispetto della dignità di ogni persona con la tutela dell'identità e della coesione sociale delle nazioni riceventi».⁵
Possiamo anche andare piùindietro. Leone XIII, nella "Rerum Novarum" (1891), aveva già stabilito che il bene comune è il fine primo dell'autorità politica.⁶ Il "Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa" (2004) precisa che tale bene comune «non ammette soluzioni semplicistiche»: esso richiede un discernimento che valuti risorse disponibili, capacità di accoglienza e coesione sociale.⁷

3. Affinità culturale e integrazione: una preferenza teologicamente fondata
Il documento magisteriale più specificamente dedicato alla questione, "Erga Migrantes Caritas Christi" (2004), riconosce che l'integrazione è tanto più efficace quanto maggiore è la condivisione di «valori spirituali e morali» tra immigrato e società ospitante.⁸ Il documento invita le Chiese locali a valorizzare l'apporto dei fedeli cattolici immigrati come «risorsa per la comunità cristiana e per la società civile».⁹
E, prima ancora, il genio filosofico che risponde al nome di sant'Agostino d'Ippona, nel "De Civitate Dei", aveva già indicato come la "pax civitatis" - la pace della città terrena - esiga una concordia degli ordini, ossia un accordo di fondo sui valori fondanti della convivenza.¹⁰ Una preferenza per immigrati che condividano la medesima radice cristiana - radicata, per esempio, nelle floride comunità cattoliche dell'Africa subsahariana e del Sud-Est asiatico - non costituisce pertanto una scelta arbitrariamente discriminatoria, ma risponde a una logica di agape ordinata: si privilegia ciò che favorisce più concretamente il bene dell'insieme.

4. Solidarietà in loco: l'obbligo teologico dello sviluppo nei paesi d'origine
La dottrina cattolica offre un ulteriore elemento decisivo: l'accoglienza non è l'unica forma - né necessariamente la primaria - di solidarietà verso i migranti. Paolo VI, nella "Populorum Progressio" (1967), afferma che il vero sviluppo dei popoli richiede interventi strutturali nei paesi d'origine, poiché la migrazione di massa impoverisce le nazioni di partenza del loro capitale umano più dinamico.¹¹
Giovanni XXIII, nella "Pacem in Terris" (1963), aveva precisato che il diritto a emigrare non esclude il dovere di cooperare allo sviluppo del proprio paese.¹² Un approccio teologicamente coerente alla questione migratoria privilegerà dunque, per le popolazioni culturalmente distanti dall'humus cristiano-europeo, la solidarietà "in situ" - cooperazione allo sviluppo, sostegno alle istituzioni locali, finanziamento delle Chiese locali e delle opere di carità - rispetto all'immigrazione di massa, che rischia di produrre effetti destabilizzanti sia nei paesi di arrivo che in quelli di partenza.
Giovanni Paolo II aveva sintetizzato efficacemente questa logica affermando che la Chiesa chiede «criteri di accesso non arbitrari ma rispettosi della dignità di tutti», criteri che tengano conto tanto del bene dell'immigrato quanto di quello della società ricevente.¹³
Quindi?
L'analisi - sia pure non completa né approfondita - dei testi magisteriali e della tradizione teologica cattolica consente di formulare alcune conclusioni abbastanza nette.
Primo: la dottrina cattolica non impone un'accoglienza illimitata e indiscriminata; essa richiede, al contrario, l'esercizio della prudenza politica e la considerazione del bene comune.
Secondo: una preferenza per immigrati di formazione cristiana - in particolare dall'Africa subsahariana e dal Sud-Est asiatico -è teologicamente legittima e anzi favorita, in quanto facilita quella concordia dei valori fondamentali che Agostino considerava condizione della pace civile.
Terzo: il principale obbligo di solidarietà verso le popolazioni culturalmente e religiosamente distanti si esprime non nell'immigrazione di massa bensì nello sviluppo strutturale dei loro paesi, coerentemente con il magistero paolino della Populorum Progressio. Benedetto XVI ha cristallizzato questa posizione nella sua affermazione che gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi e che l'integrazione esige reciprocità effettiva.¹⁴
La Chiesa non chiede alle nazioni di dissolversi. Chiede loro di accogliere con misericordia e discernimento - due virtù che non si escludono ma si implicano a vicenda.
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Note
¹ Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 105, a. 3, ad 1. Ed. Leonina, Roma, 1892, vol. VII.
² Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 47, a. 2 (De Prudentia). Ed. Leonina, vol. VIII.
³ Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2241. Editrice Vaticana, 1992.
⁴ Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 29 giugno 2009, n. 62. AAS 101 (2009), p. 697.
⁵ Benedetto XVI, Discorso al Congresso mondiale della pastorale per i migranti e i rifugiati, 9 novembre 2012. L'Osservatore Romano, 10-11 novembre 2012.
⁶ Leone XIII, Rerum Novarum, 15 maggio 1891, n. 35. AAS 23 (1890-91), p. 662.
⁷ Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 298. Editrice Vaticana, 2004.
⁸ Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti, Erga Migrantes Caritas Christi, 3 maggio 2004, n. 21. AAS 96 (2004), p. 762.
⁹ Erga Migrantes Caritas Christi, n. 57 e n. 63.
¹⁰ Agostino d'Ippona, De Civitate Dei, XIX, 17. CCSL 48, Turnhout: Brepols, 1955, p. 685.
¹¹ Paolo VI, Populorum Progressio, 26 marzo 1967, n. 44. AAS 59 (1967), pp. 278-279.
¹² Giovanni XXIII, Pacem in Terris, 11 aprile 1963, n. 25. AAS 55 (1963), p. 260.
¹³ Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante, 1995. AAS 87 (1995), p. 178.
¹⁴ Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n. 67. AAS 101 (2009), p. 702.