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Per una lettura della «Veritatis gaudium»

 

Dopo quello del cardinale Ouellet, pubblichiamo un altro degli interventi pronunciati durante la plenaria della Congregazione per l’educazione cattolica svoltasi dal 17 al 20 febbraio scorsi.

1. Per una teologia kerigmatica

«La teologia dopo Veritatis gaudium è una teologia kerigmatica, una teologia del discernimento, della misericordia e dell’accoglienza, che si fa in dialogo con la società, le culture e le religioni per la costruzione della convivenza pacifica di persone e popoli»: così Papa Francesco, a Napoli, il 21 giugno scorso (Discorso in occasione del Convegno «La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo», Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale - Sezione San Luigi).

 

Il riferimento alla centralità viva del kérygma è indicato da Papa Francesco, al n. 4 del Proemio, come il «criterio prioritario e permanente» per «il rinnovamento e il rilancio del contributo degli studi ecclesiastici a una Chiesa in uscita missionaria». Un’affermazione programmatica: perché gli studi ecclesiastici hanno da giocare in questa uscita un «ruolo strategico», essendo per vocazione «una sorta di provvidenziale laboratorio culturale in cui la Chiesa fa esercizio dell’interpretazione performativa della realtà che scaturisce dall’evento di Gesù Cristo e che si nutre dei doni della Sapienza e della Scienza di cui lo Spirito Santo arricchisca in varie forme tutto il Popolo di Dio» (Costituzione apostolica circa le Università e le Facoltà ecclesiastiche, Veritatis gaudium, 8 dicembre 2017).

Due notazioni si impongono già a partire da queste iniziali sottolineature di Papa Francesco circa il significato e il ruolo, nella configurazione degli studi ecclesiastici, di tale «prioritario e permanente criterio»: contemplare e introdurre al cuore del kérygma.

Prima notazione. Quando Papa Francesco — nella scia della Evangelii gaudium — si riferisce al «nucleo essenziale del Vangelo», si riferisce a quel cuore vivente e personale «che al Vangelo conferisce senso, bellezza e attrattiva» (Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, n. 34) e in cui «risplende la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (Ibid., 36). Non si tratta, dunque, di un invito alla semplificazione e tanto meno alla sottrazione, ma — come precisa Papa Francesco stesso — della messa in opera del principio della «gerarchia delle verità nella dottrina cattolica» enunciato dal concilio Vaticano II (Ibid., in riferimento al Decreto sull’ecumenismo, Unitatis redintegratio, 21 novembre 1964, 11. ), che ha presieduto alla redazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Ma ciò non soltanto — ecco la seconda notazione — in senso dottrinale: bensì, nella prospettiva del Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius del Vaticano II, come convergenza degli studi ecclesiastici «alla progressiva apertura dello spirito degli alunni verso il mistero di Cristo, il quale compenetra tutta la storia del genere umano e agisce continuamente nella vita della Chiesa» (28 ottobre 1965, 14). «Il kérygma, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale — scrive Papa Francesco nella Evangelii gaudium riecheggiando la Dei Verbum — (...) è trinitario. È il fuoco dello Spirito che si dona sotto forma di lingue e ci fa credere in Gesù Cristo, che con la sua morte e risurrezione ci rivela e ci comunica l’infinita misericordia del Padre» (Eg 164).

L’accesso al cuore del kérygma, dunque, vissuto e proposto come partecipazione viva, libera e responsabile nella grazia all’evento di Gesù Cristo non in chiave asettica e fondamentalista, ma esistenziale, storica, inclusiva.

2. Tre obiettivi da raggiungere

Nell’interpretazione di questo criterio prioritario risulta essenziale mettere a fuoco — per una corretta e concreta recezione — i tre obiettivi che intenzionalmente esso invita a perseguire.

Innanzi tutto, l’urgenza — sulla scia tracciata dal magistero conciliare — di «superare il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita» (Vg, Proemio, 2). «Oso dire — chiosa Papa Francesco — che (il Concilio) ha rivoluzionato in una certa misura lo statuto della teologia, il modo di fare e di pensare credente» (Ibid.), proponendo una conversione del vivere e insegnare la teologia che la radica in presa diretta, appunto, con il cuore pulsante del kérygma e con la sua inesausta attualizzazione nella Tradizione vivente della Chiesa in ascolto degli impulsi dello Spirito e nel discernimento dei segni dei tempi.

Con ciò — ecco il secondo obiettivo — la teologia è chiamata a impegnarsi, come auspicato da Paolo VInella Evangelii nuntiandi, a far sì che «siano permeati della virtù dello stesso Vangelo i modi di pensare, i criteri di giudizio, le norme d’azione; in una parola, (...) che tutta la cultura dell’uomo sia penetrata dal Vangelo» (Ibid., cfr. Giovanni Paolo II, Costituzione apostolica circa le università e le facoltà ecclesiastiche, Sapientia christiana, 15 aprile 1979, Proemio, i; e Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975, 19).

In tal senso, la centralità del kérygma — terzo obiettivo — invita alla messa in atto della performatività, personale e sociale, del Vangelo in quanto in esso e grazie ad esso, secondo l’insegnamento del Vaticano II: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli scopre la sua altissima vocazione» (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 22). Il che diventa ancor più decisivo in un cambiamento d’epoca come quello che viviamo che per sé esige, secondo le parole di Papa Francesco, «l’impegno generoso e convergente verso un radicale cambio di paradigma, anzi — mi permetto di dire — verso una coraggiosa rivoluzione culturale» (Vg, Proemio, 3).

Di qui, la necessità di «una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede. La filosofia e la teologia permettono di acquisire le convinzioni che strutturano e fortificano l’intelligenza e illuminano la volontà (...) ma tutto questo è fecondo solo se lo si fa con la mente aperta e in ginocchio. Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo» (Ibid.).

3. Quattro verbi da declinare

Ma come raggiungere questi tre obiettivi? Nella descrizione che propone del primo criterio per il rinnovamento degli studi ecclesiastici, Papa Francesco — in aderenza alla natura e all’intenzionalità performativa del kérygma — declina quattro verbi idealmente ispiratori e in concreto orientatori di questo impegno: contemplare, dimorare, accogliere, ascoltare.

Contemplare: ecco il primo verbo, che riprende e rilancia il solenne e semplice gesto del sollevare, stupiti e grati, lo sguardo verso lo spazio del Cielo che è stato squarciato dall’avvento fra noi del Figlio di Dio che si fa figlio dell’uomo. È questa la grande teologia: contemplari et contemplata aliis tradere, come insegna Tommaso d’Aquino.

Papa Francesco intensifica questo significato, da un lato ricollegandolo all’insegnamento dei Padri della Chiesa e, dall’altro, all’esperienza della contemplazione nella modernità: da Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce a Teresa di Lisieux ed Edith Stein, sino al Vaticano II. La contemplazione, infatti, è illustrata come mistagogia, e cioè «introduzione spirituale, intellettuale ed esistenziale nel cuore del kérygma» (Ibid., 4a), il che implica un insegnamento e un approfondimento della teologia vissuti come cammino e accompagnamento graduale della persona nell’esperienza di quella Verità che è Via e Vita (cfr. Gv 14, 6), nel gioco libero e armonico delle diverse espressioni della persona e delle diverse dimensioni dell’esistenza.

Mistagogia indirizzata — ed è questa un’ulteriore indicazione — a introdurre insieme nella «sempre nuova e affascinante lieta notizia del Vangelo di Gesù che va facendosi carne sempre più e sempre meglio nella vita della Chiesa e dell’umanità» (Ibid.). Se, infatti, la carne del Cristo apre alla contemplazione dell’Abbà nella luce e nel soffio dello Spirito («chi vede me, vede il Padre», cfr. Gv 12, 45), essa rinvia al tempo stesso all’uomo: «Ciò che avete fatto al minimo, è a me che l’avete fatto» (cfr. Mt 25, 40).

Così il contemplare — ecco il secondo verbo — si fa dimorare: l’“essere in Cristo” dell’apostolo Paolo, il “dimorare in Cristo” e, per Lui, nel Padre, dell’apostolo Giovanni. C’è qui il richiamo al dinamismo pedagogico essenziale della mistagogia cristica ed ecclesiale: l’imparare a stare in Cristo, l’imparare a dimorare in Cristo, l’imparare... Cristo stesso!

È questo, in definitiva, il télos del sistema degli studi ecclesiastici e il porro unum del loro rinnovamento e rilancio. Con una formula a lui cara, possiamo dire con Papa Francesco che si tratta di fare esperienza mistagogica di che cosa significa diventare insieme e inscindibilmente «contemplativi della Parola di Dio e contemplativi del Popolo di Dio» (cfr. Eg, 154), perché chiamati a entrare con il cuore, la mente, il sentimento e le energie in quel «mistero della salvezza di cui la Chiesa è in Cristo segno e strumento in mezzo agli uomini (cfr. Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium, 21 novembre 1964, 1): “un mistero che affonda le sue radici nella Trinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale [...] e che trova il suo ultimo fondamento nella libera e gratuita iniziativa di Dio” (Eg, 111)» (Vg, Proemio, 4a).

Di qui, senza soluzione di continuità, il terzo verbo: accogliere. Dall’accogliere «il volto di Dio rivelato in Gesù Cristo come Parola ricca di misericordia (cfr. Ef 2, 4) discende l’esperienza liberante e responsabile di vivere come Chiesa la “mistica del noi” (Eg, 87 e 272) che si fa lievito di fraternità universale» (Vg, Proemio, 4a).

La “mistica del noi” — così come espressa, nella sua interiore intensità, dalla preghiera dell’unità rivolta da Gesù al Padre nell’imminenza della sua Pasqua — è lo sbocciare del kérygma nella vita della Chiesa e l’irradiazione del kérygma nella missione della Chiesa. Il cuore di questa naturale e necessaria incarnazione dell’accoglienza del kérygma nella reciproca accoglienza tra le persone, vissuta in-Cristo, deriva dal fatto che — come ricorda la Evangelii gaudium, citando Tommaso d’Aquino — «il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro “considerandolo come un’unica cosa con se stesso”» (Eg, 199, in riferimento a S.Th., ii-ii, q. 27, art. 2).

È questo — senza dubbio — uno dei passaggi cruciali che siamo chiamati ad attraversare nell’impostazione dell’architettonica, della metodologia e della didattica degli studi ecclesiastici. Lo ha sottolineato Papa Francesco ad Abu Dhabi: «L’educazione avviene nella relazione, nella reciprocità. Alla celebre massima antica “conosci te stesso” dobbiamo affiancare “conosci il fratello”: la sua storia, la sua cultura e la sua fede, perché non c’è conoscenza vera di sé senza l’altro» (Discorso al Founder’s Memorial, 4 febbraio 2019). D’altronde, là dove ciò non si dà com’è possibile adempiere il comandamento: «ama il prossimo tuo come te stesso» (cfr. Lc 10, 27)? Com’è possibile imparare a vivere l’eccesiologia di comunione? Com’è possibile imparare a camminare lungo la via della sinodalità e della fraternità universale?

Ed ecco l’ultimo verbo: ascoltare, «ascoltare nel cuore e far risuonare nella mente il grido dei poveri e della terra» (Vg, Proemio, 4a). Ascoltare il grido: questo è decisivo per una teologia che non sia insipida e incapace di leggere la storia degli uomini per portare nei suoi snodi cruciali la luce, il lievito, la spada del Vangelo. Chiedere e imparare il dono dell’ascolto: «Ascolto, ascolto di Dio, fino a sentire con Lui il grido del popolo; ascolto del popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama» (Papa Francesco, Discorso in occasione della Veglia di preghiera in preparazione al Sinodo sulla Famiglia, Piazza San Pietro, 4 ottobre 2014). Non si tratta di un’opzione contingente e secondaria né di strategia politica. Si tratta di «dare concretezza alla “dimensione sociale dell’evangelizzazione” quale parte integrale della missione della Chiesa: perché “Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini”» (Ibid.).

Questo forte e lucido richiamo, nell’impianto complessivo del Proemio, è con pertinenza introdotto da una scelta precisa: nella scia della Gaudium et spes, tra le “tappe miliari” del magistero circa l’educazione cattolica e gli studi ecclesiastici Papa Francesco cita non solo l’Evangelii nuntiandi e la Redemptor hominis, ma anche la Populorum progressio, la Sollicitudo rei socialis e la Caritas in veritate (cfr. Veritatis gaudium, Proemio, 2): «il kérygma — rimarca infatti nella Evangelii gaudium — possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità» (Eg, 177). Di qui la necessità, oggi, di «vivere ed orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione» (Caritas in veritate, 42), in quanto «Dio vuole associare l’umanità a quell’ineffabile mistero di comunione che è la Santissima Trinità, di cui la Chiesa è in Cristo Gesù segno e strumento» (Vg, Proemio, 2; cfr. Caritas in veritate, 54 e Lumen gentium, 1).

4. Mistero mistagogia trinitizzazione

A partire di qui prendono piena luce le due correlate direttrici di marcia con cui Papa Francesco conclude la breve ma densa descrizione del primo criterio:

La prima: «È vero che “la bellezza del Vangelo non sempre può essere adeguatamente manifestata da noi, ma c’è un segno che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via”. Questa opzione deve permeare la presentazione e l’approfondimento della verità cristiana» (Vg, Proemio, 4a).

La seconda: «Di qui, l’accento peculiare, nella formazione a una cultura cristianamente ispirata, a scoprire in tutta la creazione l’impronta trinitaria che fa del cosmo in cui viviamo “una trama di relazioni” in cui “è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa”, propiziando “una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità”» (Ibid.).

C’è in queste parole un’indicazione importante, che declinerei in due direzioni, riassumendo in certo modo quanto sin qui detto. La prima: nella formazione e nell’insegnamento occorre coniugare il mistero con la mistagogia, la contemplazione del mistero di Dio in Gesù, e dell’uomo in Lui, con l’introduzione esperienziale in esso nella carne della storia. La seconda: occorre passare dalla declamazione del mistero trinitario alla trinitizzazione in atto delle relazioni ecclesiali e sociali.

La Chiesa dei primi secoli ha avuto il merito straordinario di riuscire a esprimere dottrinalmente, con l’assistenza dello Spirito Santo, i dogmi che concernono il Cristo e la Trinità, i due pilastri della fede cristiana. Ma queste verità di fede non sono ancora riuscite a diventare ciò che sono: verità d’impatto anche antropologico e di prassi. Delle verità anche storiche e sociali, dunque, delle verità “da fare” nella carità. Questo perché la relazione con Dio, in Gesù, è stata vista e vissuta prevalentemente dal punto di vista del singolo. Direi che si è acquisito così — per fare eco a Papa Francesco — che in Cristo Gesù è stato salvato l’individuo, ma non, con tangibili riscontri, che anche la relazione sociale è stata salvata.

Il Vaticano II ha sancito una svolta già da tempo in gestazione, perché da sempre partorita nel grembo stesso della Rivelazione. Quando la Gaudium et spes (al. n. 24) insegna che le relazioni interpersonali sono chiamate a essere, in Cristo, icona della Trinità, la coscienza cristiana si assume il compito di collegare la teo-logia (e cioè la visione di Dio) con l’antropo-logia (e cioè la realizzazione dell’uomo), passando attraverso l’ecclesio-logia trinitaria e sinodale della comunione e del pellegrinare del popolo di Dio delineato dalla Lumen gentium, in quella realtà sempre nuova che è la più antica: l’avvento del Regno di Dio portato da Gesù nella storia degli uomini, mediante l’effusione “senza misura” dello Spirito.

A questo c’invita il primo e prioritario criterio per il rinnovamento dello studio della teologia proposto dalla Veritatis gaudium.

di Piero Coda



© Osservatore Romano - 9 - 10 marzo 2020