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angela-da-folignoA cura di pietro messa

I testi della mistica di Foligno sotto il bisturi della filologia

Due libri – uno recente, l’altro recentissimo – riportano ancora una volta all’attenzione del grande pubblico la figura di Angela da Foligno e il racconto della sua straordinaria esperienza interiore. Monsignor Fortunato Frezza ne ha editato il testo secondo il codice 342 della Biblioteca Comunale di Assisi, il testimone più autorevole dell’intera tradizione manoscritta (Liber Lelle. Il libro di Angela da Foligno nel testo del codice di Assisi con versione italiana, note critiche e apparato biblico tratto dal codice di Bagnoregio, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2012, pagine L-374, euro 58), mentre Enrico Menestò ha dato l’edizione critica della sua prima parte, il Memoriale, escludendo quindi la seconda che comprende le cosiddette Instructiones, una serie di scritti di carattere eterogeneo, testimonianza non tanto dell’itinerario autobiografico della protagonista quanto della fecondità del suo magistero e della devozione dei suoi discepoli (Memoriale, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo, 2013, pagine CXLI-110, euro 55).

Pochi sono i dati certi su Angela e tuttavia sufficienti a documentarne la storicità: oltre a quelli reperibili nel Liber stesso, resta il fatto che Ubertino da Casale la disse sua «madre», giudicandola donna di vita «veramente angelica»; altrettanto importante è poi l’annotazione che lo scriba del manoscritto assisiense 342 appose al foglio 48v, attestandone la morte il 4 gennaio 1309, data già fissata nella memoria comune ancor prima che la nota diventasse di pubblico dominio. L’eco del suo vertiginoso pellegrinaggio interiore è giunto fino a noi grazie all’anonimo redattore che trascrisse fedelmente, traducendo in latino, quanto la “fedele di Cristo” veniva via via narrandogli

nella sua lingua materna, cioè nel volgare umbro. Per certo si trattava di un frate francescano che fu, contemporaneamente, “confessore, consanguineo e principale consigliere” di Angela. Il suo lavoro di trascrizione non fu né semplice né agevole, ma egli è riuscito comunque a fornirci un’ammirevole prova di fedeltà al dettato di Angela, che costrinse a ripetersi più volte quando faceva fatica ad afferrarne il pensiero, senza temere di esprimersi in un latino zoppicante pur di aderire in maniera letterale al racconto della donna.

Affidata alla pergamena, quella straordinaria avventura ha finito, se così si può dire, per diventare autonoma dai suoi stessi protagonisti, penetrando poco alla volta negli ambienti più diversi e nei territori più disparati. La storia della tradizione manoscritta consente infatti di appurare che diversi furono i tracciati attraverso i quali Angela ha continuato a parlare e a far parlare di sé. I testimoni di quella che fu a suo tempo definita la redazione minor, testimoniano un’opera di riscrittura originatasi negli ambienti della devotio moderna; viceversa, quella che Ludger Thier e Abele Caluffetti giudicarono essere una “seconda redazione” – Il libro della beata Angela da Foligno, edizione critica, Grottaferrata (Roma) Quaracchi, 1985 – costituisce invece, secondo quanto documenta anche Enrico Menestò (cfr. Memoriale, pp. LIX-LXVI), la versione più antica, dal testo non ancora limato e quindi non destinato alla diffusione al di fuori di una cerchia pure geograficamente ristretta.

Questa redazione più antica, o redazione maior, trova il suo testimone più importante, come s’è detto, nel manoscritto assisano 342, redatto quando Angela era ancora viva. Frezza ha apportato ulteriori correttivi rispetto alle precedenti edizioni che vengono comunque da lui collazionate in apparato; ha diviso il testo in capitoli e questi in versetti, affiancando alla trascrizione un’elegante traduzione italiana. A corredo, tre apparati: filologico, biblico, letterario teologico. Nel primo, Frezza dà «ragione delle lezioni meno ovvie» (Liber, p. XXXIII) adottate; per l’apparato biblico si è servito del codice di Bagnoregio, vale a dire della cosiddetta Bibbia di san Bonaventura; il terzo apparato, infine, «ha lo scopo di motivare le scelte letterarie di traduzione oppure commentare temi specifici di teologia, di mistica o di dottrina interna del Liber» (pp. XXXIII-XXXIV). Frezza ha pienamente ragione nel ribadire che il frater scriptor avvertì «con intensità, si direbbe, professionale la responsabilità della fedeltà nel rendere le parole e il pensiero che Angela pronunciava» (p. XXXIV ); non direi, però, che possa attribuirsi a lui la nota obituaria che compare sul foglio 48va, a mio avviso invece da ricondurre all’amanuense del manoscritto assisano.

Opportunamente Mario Sensi – che firma la prefazione – sottolinea le novità di lettura apportate da Frezza (cfr. Liber, p. XIX ) che migliorano indubbiamente le precedenti, anche se non tutte le proposte mi appaiono egualmente condivisibili (tali, ad esempio, in grangia evangelii e fidelis, al foglio 1ra e colophis, al foglio 7ra): in alcuni casi, infatti, lo scriba introdusse lezioni errate, divenute altrettante croci per gli interpreti.

In ogni caso, resta il fatto che l’edizione di Frezza – da esperto biblista del tutto nuovo a imprese del genere – supera senz’altro le precedenti. Suggestiva, inoltre, è la proposta di veder criptato, nelle volute dell’Amen che compare al foglio 26rb e in altri luoghi del manoscritto, «quel nome taciuto Angelam». Suggestiva e credibile.

Il Memoriale, nella sua redazione più antica, è riportato anche da altri quattro codici, oggi conservati a Roma (Biblioteca di S. Isidoro, 1/141), Rieti (Biblioteca Paroniana, I.2.11), Oxford (Bodleian Library, Laud. Lat. 46) e Subiaco (Biblioteca del Monastero di Santa Scolastica, 112): Menestò – la cui perizia ecdotica è, da tempo, nota a tutti – ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per scogliere i nodi della trasmissione, intricati a motivo del fatto che il codice reatino «trasmette un testo contaminato, esemplato su più modelli» (Memoriale, p. CXV). Il suo sforzo ci consente ora di capire che la tradizione si dipana su due rami: da un lato il codice di Assisi, dall’altro i restanti quattro. Menestò segue “con equilibrio e regolarità” (p. CXXXVII) il codice assisano, anche se in rarissimi casi, quando gli è risultato chiaro che la sua lezione «avrebbe potuto essere l’esito di un fraintendimento grafico o di una innocua svista di copia» (p. CXXXVIII), ha preferito la lezione trasmessa concordemente dagli altri quattro codici; ci ha restituito così un testo sicuro, base insostituibile per future ricerche.

Un discorso specifico meritano le rubriche. Menestò le espunge dal testo, discutendone in un paragrafo a sé (Memoriale, pp. CXXX-CXXXV): forse si poteva tentare d’integrarle nel dettato, anche perché alcune sono sicuramente da ascrivere allo scriptor che raccoglieva il racconto. Su tutto il Memoriale domina in ogni modo la voce di Angela, di una forza inaudita, spesso travolgente, che promana non dalla bellezza dello stile ma dalla potenza dell’immagine, con la “fedele di Cristo” che si esprime senza pudori, con quella libertà usuale nei mistici – e tanto sorprendente per gli uomini comuni – che è la libertà dell’amore: amore che parla ad Amore, nella consapevolezza che ci ha amati per primo (1 Giovanni, 4, 19)



FELICE ACCROCCA



Da: L’Osservatore Romano, domenica 4 luglio 2013, p. 4.