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di Andrea Monda

"Sono venuto alla luce in questo mondo di calamità alle tre dopo la mezzanotte del 2 maggio 1602, proprio nel giorno dedicato a sant'Atanasio, nella città di Geisa, situata a tre ore di viaggio da Fulda". Così comincia l'autobiografia di Athanasius Kircher finalmente ripubblicata in Italia (Roma, La Lepre Edizioni, Vita del reverendo padre Athanasius Kircher. Autobiografia, 2010, pagine 124, euro 14) e l'incipit già contiene una parola-chiave, "calamità", che accompagnerà come un leit-motiv il seguito del racconto.
Da un certo punto di vista si tratta infatti di un libro così pieno di disastri naturali (terremoti, eruzioni, fiumi ghiacciati che si sciolgono) e così ricco di avventure che viene da pensare che se cadesse nelle mani di Spielberg potrebbe diventare facilmente la sceneggiatura di un film catastrofico di grande budget e sicuro incasso.
 


Ma l'espressione "mondo di calamità" sta anche a significare un'altra cosa:  posta lì, in apertura, quella parola rivela la principale qualità del narratore, la curiosità.
Il mondo per Kircher se da una parte contiene qualcosa di distruttivo, vacuo e caduco, al tempo stesso possiede anche qualcosa di spettacolare e di tremendamente meraviglioso, che può essere gioiosamente esplorato, magari con il brio di un ragazzino impertinente.
Quest'aspetto caratteriale che emerge (forse suo malgrado) dalla lettura dell'autobiografia, accompagnerà il padre gesuita dall'infanzia fino alla morte, giunta nel 1680 a Roma dove ha vissuto la seconda parte della sua vita, a partire dal 1635. Ma innanzitutto, chi è stato padre Kircher?
Non è facile rispondere a questa domanda e l'unico modo forse è proporre un elenco:  astronomo, matematico, letterato, egittologo, geologo, musicista, ottico, medico, inventore, collezionista, poliglotta e via dicendo. "Nella mia vita son sempre state troppe le cose" cantava malinconicamente Borges nel suo Elogio dell'ombra e nella postfazione all'autobiografia Eugenio Lo Sardo, direttore dell'Archivio di Stato, definisce Kircher un formidabile uomo rinascimentale malinconico e distratto. È vero solo un parte.
C'è in effetti una punta agrodolce in quest'autobiografia, ma solo apparentemente. L'apparenza svanisce se si comprende che prima di ogni cosa Athanasius fu un uomo di grande fede, forgiata anche dalle persecuzioni dei tempi (siamo in piena Guerra dei Trent'anni).
Un "cristianesimo moderno" - come indica nella prefazione la studiosa di Kircher Ingrid Rowland - che senza paura affronta le sfide della ragione scientifica che proprio in quel periodo (da Galilei a Copernico, da Keplero a Bruno) sembrava incalzare e incrinare le basi del dogma.
Il fatto è che il geniale gesuita è stato lui stesso un "uomo-catalogo", che ha guardato e studiato il mondo con lo spirito del primo capitolo della Genesi:  elencando tutte le meraviglie del creato ed esultando perché "Dio vide che era cosa molto buona".
Forse la sua più grande eredità è stata la sua enorme collezione di curiosità, raccolta nella Wunderkammer (la "camera delle meraviglie"), all'interno del Collegio Romano, sua seconda e definitiva dimora. Come coglie  acutamente  nella prefazione Rowland, per il gesuita in questo mondo "fondamentalmente buono è piacevole girovagare, cogliendo la grandezza formidabile dell'insieme dei dettagli sull'orlo dell'abisso, tra le rocce che inghiottono le cascate di Tivoli, o nell'ombra vulcanica dei monti dei Castelli Romani in un animale fossilizzato o in un amuleto antico. Questo è il Kircher pubblico, un uomo di somma e generosa erudizione".
Nell'autobiografia il Kircher pubblico scompare e prende il suo posto l'uomo (e il credente) privato. L'uomo che parlava ventiquattro idiomi (tra cui, almeno riteneva, l'antico egiziano), che ha posto le basi per decine di teorie che nei secoli a venire saranno sviluppate, come quella delle placche tettoniche, quella della deriva dei continenti, della morfologia dei vulcani, della natura della luce, dell'uso della camera oscura e della lanterna magica progenitrice del cinema, quest'uomo (e tanto altro si sta omettendo) non compare nelle pagine che l'anziano gesuita scrive giunto alla fine della vita.
Nel momento in cui deve fare il rendiconto finale, ciò che gli interessa lasciare ai posteri è la sua devozione alla Divina Provvidenza e in particolare a Maria Santissima a cui dedicherà il santuario della Mentorella, da lui riscoperto nei pressi di Tivoli, che ancora oggi conserva il suo cuore. E il "cuore" di padre Athanasius - il lettore se ne rende conto praticamente in ogni pagina - è nell'affidamento continuo e filiale nei confronti della volontà divina a cui egli attribuisce tutti i meriti dei suoi successi (così invidiati dal mondo scientifico e accademico dell'epoca, velenoso come e forse più di quello contemporaneo). Di tutto il resto il libro non parla. Forse quindi non è un caso che il poliglotta Kircher abbia scelto come suo simbolo personale quello di Arpocrate, il dio egiziano del tacere.
Una persona per certi versi timida, mite, che preferisce sempre schermirsi e far rifulgere il disegno della Provvidenza piuttosto che le sue indubbie qualità. Quando però si tratta di raccontare della scoperta e del restauro dell'antico santuario della Mentorella, ecco che il narratore si dilunga in una pagina che sembra una scena degna dei film di Indiana Jones (anche grazie all'agile traduzione di Flavia De Luca):  "Venni a sapere che sui monti vicini si nascondevano imponenti rovine della città empolitana, spesso citata da Livio. Scelto un confratello, intrapresi un cammino impervio per andare a esplorare quei luoghi. D'improvviso, durante la marcia, vedemmo stagliarsi lontano il tetto di una costruzione (...) Entrammo e ci rendemmo conto che doveva essersi trattato, un tempo, di una magnificenza costruzione. Mi meravigliai, tuttavia, perché la chiesa sorgeva in un luogo davvero deserto e ostile e subito sospettai che ci fosse un mistero nascosto. Andavo girando tutto intorno, sperando di trovare qualche indizio, quando, guidato dalla mano di Dio, m'imbattei in una lastra di marmo sulla quale erano incise queste parole:  (...) La scoperta non mi bastò:  cominciai a chiedere con insistenza informazione in proposito ai parroci delle città vicine"
Questo è Athanasius Kircher, questo il suo metodo, in cui la speranza della fede e la domanda della ragione convivono armoniosamente. Non è allora peregrino il paragone tra il gesuita barocco e l'attuale Pontefice, anche lui "per metà tedesco e per metà romano", che viene avanzato nella prefazione e sembra essere alluso nell'immagine finale della postfazione:  "Così al tramonto della vita troviamo un uomo dallo sguardo penetrante e vago, dagli occhi cerulei del tedesco che di sé ha più svelato tacendo che affermando, sempre pronto a rinviare all'intervento divino ogni sua scelta, il successo (o l'insuccesso) di ogni sua azione (...) Tante passioni lo hanno animato e attratto, solo la fede l'ha veramente nutrito e, guardando al futuro sicuro del Giudizio Divino e insofferente di quello mondano, si affida a una vocazione forte e sincera".

(©L'Osservatore Romano - 5 agosto 2010)