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“μακάριοι οἱ καθαροὶ τῇ καρδίᾳ, ὅτι αὐτοὶ τὸν θεὸν ὄψονται.”
“Beati quelli che hanno (e mantengono, ritti in piedi) il cuore pulito, perché vedranno (continuamente) Dio.”
(Mt. 5,8)
E che cosa sporca il cuore?
Non la sporcizia esterna ma quella della nostra parte malata, lo ricorda il Signore:
«Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Mc 7,15.21-22)
Ognuna di queste malattie nel cuore meriterebbe un’ampia trattazione, ma ognuna culmina in realtà nelle ultime due, la Superbia e la Stoltezza.
Perché sono quelle ferite che sono state al principio della nostra caduta e che ogni giorno, ogni santo giorno che la Provvidenza ci dona (e che noi ingrati dissipiamo) ci inclinano alla sclerocardia e alla contaminazione impura.
Solo la Luce di Cristo svela e dissolve l’una e l’altra e ripristina man mano un cuore puro.

Eppure, per malati equilibri, noi fuggiamo da una vita sempre alla ricerca del sé che fonda il sé, irragionevolmente, ingolfando il cuore e togliendo vita e mettendo il marcio.
"Io mi sono fatto da me", "io so quello che è bene per me", "io ho i miei principi, i miei riferimenti". Io, io, io.
Io, così stolto e bisognoso di “io”, bisognoso di “sé” che lo cerco in me ingolfandomi e creandomi le cataratte invincibili del continuo furto del Bene.
E mi circondo di questa immondizia, persino nelle relazioni, perché il sé cerca conferma nel sé e nell’isteria malata di cui mi circondo; cosa mi importa che non vedrò mai Dio! Io, io, io.
Il Signore che è paziente non smetterà di amarci come il Padre della parabola; non compreso dal figlio minore, ribelle ed opportunista, e non compreso dal figlio maggiore ingrato e stolto. Questa è la buona notizia:

l’Amore immarcescibile del Padre.

Ma non sprechiamo il tempo e chi intravvede (immeritatamente e per puro regalo) cerchi di vedere sempre meglio anche per chi, ogni giorno, obnubilato, nega la luce e dalla parete della sua cella che si è ben strutturata, mentre fuori splende il sole, continua a scrivere “buio, buio, buio” cercando di confermare spasmodicamente il nulla di sé, pur di abbeverarsi di sé.
La Carità dei Santi altro non è che questo amare nella purezza e nella disappropriazione e che con la forza debole dell’amore di Cristo sgretola ogni parete e prepara la caduta di Gerico.
Non rivendica nulla ma solo propone quell'abbraccio per cui ciascuno di noi è nato.
La Carità dei Santi, qualcosa che il mondo non conosce,
né vuole conoscere,
ma di cui ha terribilmente bisogno come e più del respiro
proprio nel suo incartarsi nel nulla.

Signore donaci donne ed uomini puri, di Cielo
che sciolgano le catene antiche nel fuoco dell'Eternità.
Perché senza l'Eternità nel tempo
il tempo è senza sapore ed è vanità.

Quid enim tam tuum quam tu?
et quid tam non tuum quam tu, si alicuius est quod es?”
(Sant'Agostino, In Evangelium Ioannis Tractatus Centum Viginti Quatuor,Tractatus 29, 3)

Chi sei Tu,
o dolcissimo Iddio mio?
Che sono io,
vilissimo vermine 
e disutile servo tuo?” (Attribuita a San Francesco in Actus beati Francisci et sociorum eius)

"Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita.
Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole … e di quanto la terra fruttifica.
Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho piu’ di loro? Nulla, se non Dio.
Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita."
(San Gregorio Nazianzeno, Carmina, «Carmine LXXIV», PG II, I, vv. 4-12.)

"Ma che uomo sei, se non hai il Cielo" (R. Zero, "Il cielo", Zerofobia, 1977)

PiEffe